Appennino

3 Settembre 2016 Nessun commento

C’è un luogo in mezzo alle montagne, tra la Toscana e l’Emilia, tra Reggio e Lucca, terra di pellegrini, di viandanti e di partigiani, terra di centrali elettriche e di cantanti, di sentieri e di cime levigate, dove si appoggiano Ligonchio, Ospitaletto, il Passo di Pradarena, e, verso la Toscana, ancora Ospitaletto e Sillano. Sopra la valle del Serchio, non lontano dalle sorgenti del Secchia, sorvegliati dalla sagoma del Gigante, il grande monte Cusna, c’è il mio giardino, c’è la mia casa, e l’unico posto dove mi sento me stessa. Qui veniva mio nonno a fare le foto, qui, con mia nonna, passava le estati e qui mi portavano da piccola, da una signora affittacamere, morta ben oltre i novant’anni, nella sua casa di pietra che sapeva di galatine e cioccolato bianco, sempre offerto ai bambini che bazzicavano la sua porta. Fino a che mio zio e un suo socio decisero di costruire un gruppo di case, una diventò dei miei genitori, una dei nonni, una della prozia. Poi la vita ha fatto il suo corso. Prima ci ha salutato la prozia, poi i miei genitori si sono separati, poi ho dovuto dire addio al nonno. E le case da tre sono diventate una, dove mia nonna ha continuato a passare le estati, dieci, anche senza il nonno. L’ultima con la badante. Aveva 91 anni, a 92 ci ha lasciato, ma non ha voluto lasciare questi luoghi. E’ ancora qui, sotto il suo adorato nocciolo, dove faceva l’uncinetto.

Sono rimasta io. C’è un momento che ricordo nitidamente: era la fine di maggio del 2008, credo, ed ero venuta quassù ad aprire la casa. Triste, ferita. Due mie amiche erano venute a trovarmi dandomi appuntamento al Passo, tre quarti d’ora a piedi da casa. Mi incamminai per tempo e risalendo la vecchia strada sterrata aperta dagli operai dell’enel alzai lo sguardo al cielo, mi sembrava di farlo per la prima volta dopo un anno bruttissimo. Era blu, con le nuvole che passavano veloci; respiravo forte, la salita mi stava stancando, e sentivo un’aria fredda e pulitissima; il sole illuminava la neve ai lati della strada e piano piano gli alberi, gli arbusti, le piante di lamponi cominciavano a cambiare aspetto e a vestirsi di primavera. In sottofondo, solo il rumore dei ruscelli, pieni per il disgelo. Un incanto di bellezza, la vita che ricomincia, la forza degli elementi; un incantesimo: c’era un sorriso sul mio volto, incontrollabile. Puoi respirare, sorridere, puoi camminare, sudare e andare avanti, qualsiasi cosa accada: me lo stavano dicendo quelle montagne. E da quel momento, di cui sarò per sempre loro grata, sono diventate le mie montagne.

Ho passato questo anno senza trovare pace. Una persona che non sa amare mi ha spezzato il cuore e ho cambiato lavoro. L’avevo portata anche quassù, illusa. E sono stati i pochi momenti felici, o meglio, di finta felicità. Perché sono qui, ora, e ho imparato che quello che ho vissuto era finto. Un falso amore. Non mi ha mai amato e forse non ama. Adesso ho capito, finalmente.

Ma una cosa mi ha insegnato questa casa: ci sto bene anche senza le persone che ho amato e che ci sono state. Anche se queste persone mi mancano. E’ più forte della nostalgia. Niente può rovinare il piacere di stare qui, perché è qualcosa di profondamente mio, esattamente come non posso concedere a nessuno di compromettere quanto di più profondo compone la mia vita. E non butto niente di quello che queste persone hanno lasciato qui, perché non fa più male e non può far male qui. Qui, ho integrato gli errori. Così, quest’anno ho aperto la casa il 28 febbraio, non l’avevo mai fatto con tanto anticipo, non ne avevo mai sentito così tanto il bisogno. La neve fuori, non c’era nessuno. Solo un velo di bianco su tutto. Da calpestare, da giocarci, da celebrare perché le stagioni cambiano, vanno avanti, perché c’è il freddo e ci sarà il caldo. Perché di per sé, questo luogo è una coperta morbidissima. E ci sono tornata e ritornata. Ogni volta che potevo, perché sapevo che ero a pezzi e solo qui potevo rimettere in fila i miei cocci e ricostruire, con calma e condiscendenza verso me stessa, una nuova me, con le ferite evidenti, i rattoppi ben in vista, ma con un’idea più chiara del passato, di ciò che è stato, di chi sono. Conosco i miei confini, adesso.

Passeggiavo per Ligonchio. Era Comune fino a poco tempo fa, ma, contando meno di mille abitanti, è stato accorpato ad altri tre per dare vita al nuovo Comune di Ventasso. Ligonchio. Le case ordinate, con i giardini in fiore. Balconi e finestre grandi, che guardano i monti, sotto tetti spioventi. Le pietre a vista e le persiane in legno, come piacciono a me, accanto a tante case in cemento armato. Il terremoto del 1920 ha distrutto tutto. Ci sono anche negozi: un rivenditore di bici e moto usate, la macelleria che forse chiude, la posta, la parrucchiera, la farmacia, e altre attività che nascono e muiono nel giro di poche stagioni. L’arredatore e il supermercato. Il nuovo resort e i due bar storici, che tutti ancora preferiamo. Un paese immobile, una vita sospesa in cui nessuno pare invecchiare, in cui tutto è com’era. Un paese che ha accolto l’opera che forse oggi sarebbe apparsa distruttiva, fatta invece quasi cento anni fa, la centrale idroelettrica che ha tagliato i fianchi delle montagne, facendo del suo grande bacino il lago del paese, in cui si può pescare, con la passeggiata attorno, e dei suoi luoghi (le ‘prese’, il ‘lago’) i nomi di riferimento dei sentieri e delle montagne. Tutto ha un confine e un ruolo. Tutto è in ordine, non ci sono più persone del necessario, le macchine sono poche. C’è silenzio, c’è la centrale, le vecchie case con l’abbeveratoio, le ville con le stradine di proprietà, la scuola elementare. Un’altra velocità rispetto al mondo. Questi sono i miei confini. La mia anima va a questa velocità.

La stessa delle passeggiate nei boschi. La calma della ricerca dei funghi, la pazienza della raccolta dei lamponi. Faccio la marmellata con le pentole di mia nonna, uso le sue posate e i suoi grembiuli con gli anni sopra, 1978, 1979, 1980… Quello del 1981 era ancora nuovo. Prima doveva “finire” gli altri, che sono sgualciti e sbiaditi, ma che non oso buttare. L’anno prossimo, forse. Ma passeggio, cammino, un passo dopo l’altro, nei sentieri che conosco a memoria, e che rifaccio ogni anno, felice di ritrovarli, felice di rivedere i compagni di sempre, il lago glaciale, i rifugi storici, le distese di mirtilli. Un rito, un passaggio obbligato, ogni anno un nuovo battesimo; ogni anno un’emozione nuova. Ogni anno sono diversa, ogni anno, qui, torno me stessa. Ci porto, quando arrivano, le persone care, gli amici, le persone che ho amato e che sono rimaste affezionate a me e quindi a queste montagne. Io sono qui. Le persone che mi amano lo sanno.

Diventerò come mia nonna. Appena arriverà la bella stagione, mi trasferirò qui. E tornerò proprio quando non potrò più farne a meno. Ma per ora, devo lavorare. Sto per cominciare il lavoro che ho sempre temuto di dover fare. Non so se sarò capace e non so se sarò pronta. Nel frattempo, mi preparo qui. Vedo me stessa e vedo la vita che ho davanti. Ancora non riesco ad immaginare come sarà, non riesco bene a capire. So solo che non vorrei andarmene da qui, ma il calendario è impetoso e mi dice che questa estate importante, lunghissima, tutta per me, sta per finire. E che sono un’altra persona rispetto a giugno: a forza di andare per sentieri, di nuotare nel mare, probabilmente mi sono rimessa sulla mia strada. Probabilmente non bella, ma lontana dalle meduse e dalle vipere. Domani partirò presto, devo salutare molti luoghi. Il rifugio Rio Re, il monte Sillano, la Lama di Mezzo, le Porraie, il Passo di Romecchio, il Rifugio Bargetana e il Battisti. E poi indietro, il lago Bargetana, il sentiero 0-0, il passo della Comunella, la strada dell’Enel, Ospitaletto. E casa. Saluterò e ringrazierò. Prometto, torno presto.

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L’abbraccio dell’isola.

6 Luglio 2016 2 commenti

MarettimoSono una persona che, a volte, va in vacanza da sola. Viaggio spessissimo da sola, per lavoro, perché ho i genitori lontani, perché, semplicemente, mi piace fare della strada. Qualche anno fa mi è sembrata la cosa più naturale del mondo andare anche in vacanza per conto mio. Quello che mi manca di più, durante l’anno, è il mare. Ma il mare lontano, bello, selvaggio, e luoghi dove posso camminare. Così, la scelta è sempre caduta sulle isole. Prima il Giglio, perché era un posto che avevo molto amato con un’altra persona, e tornarci da sola mi ha dato il senso di quanto quella storia fosse lontana, ma quella persona ancora, meravigliosamente vicina, tanto da poter sorridere alle cose che mi ricordavano lei, e dirglielo serenamente. Poi ho cominciato ad esplorare. E mi sono spostata di poco, Giannutri, più piccola, desolata, senza niente e nessuno. Adorabile.

Poi è passato del tempo, fino all’anno scorso. Volevo tornare al mare, volevo del tempo per me. E ho deciso di esplorare ancora, cercare un’isola lontana, poco frequentata, piena di sentieri. Un po’ di internet e alla fine ho deciso per le Egadi, e per la più lontana, Marettimo. L’anno scorso ero sola perché avevo lasciato una persona che ho amato molto e che non amavo, purtroppo, più. E avevo bisogno di quel tempo per me. Avevo bisogno di guardare ad un anno lavorativo difficile. Avevo bisogno di camminare, di nuotare, di non parlare con nessuno e di usare il telefono il meno possibile. Fu una settimana meravigliosa, ho amato ogni angolo di quell’isola. Il problema è che niente di ciò che avevo sperato per me  è successo.

Avevo pensato a dedicarmi a me, al lavoro, a stare lontano dalle persone e dalle relazioni. Quando tornai, mi sentivo benissimo, ma l’impatto con la realtà fu molto diverso. Il lavoro non era come speravo, purtroppo ho cercato e sono arrivati degli incontri che non hanno portato a niente. Non ho tenuto fede alle promesse fatte a Marettimo. E, come sempre, ho pagato ogni errore.

Così, quest’anno, avevo di nuovo bisogno, come l’aria, di partire. O di tornare. E ho scelto un’altra delle Egadi, Levanzo, la più piccola. Mi affascinano le isole senza strade, Favignana per me è troppo grande e l’ho scartata. Ma dopo aver prenotato ho capito che potevo allungare la vacanza. E sono tornata qui, a Marettimo. A ritrovare quest’isola e a rivedermi, 10 mesi dopo.

MarettimoL’anno scorso arrivai a Marettimo dopo aver fatto delle scelte, dolorose, ma mie e che si sono rivelate giuste. Quest’anno ci arrivo ferita, delusa e con l’idea di essere stata in balìa degli eventi. L’anno scorso non pensavo di andare in vacanza se non da sola. Quest’anno speravo di portarti con me. L’anno scorso avevo il mio lavoro. Quest’anno arrivo avendo lasciato ciò per cui ho lavorato 20 anni e facendo un’altra cosa. L’anno scorso nuotavo e pensavo in un passo avanti. Ieri sera, guardando Levanzo, Favignana e il promontorio di Erice che spunta dietro di loro, ho capito che ne ho fatti due indietro.

Ho sempre pensato che i luoghi siano come le persone. Alcuni ci fanno stare meglio di altri, alcuni ci fanno sentire noi stessi, come se fossimo capiti all’istante, come se fossimo, d’incanto, perfettamente a nostro agio. Una passeggiata può essere come una conversazione, un panorama come un abbraccio. Sono queste le persone che torniamo a trovare, quelle con cui stiamo bene, quelle che sappiamo che hanno piacere a vederci, che parlano di noi e ci dicono come siamo, quelle a cui pensiamo, di cui ci preoccupiamo, di cui ricordiamo i momenti insieme. E così, torno a trovare anche i luoghi, e Marettimo prima di tutto. Ho fatto, in questi giorni, quello che non avevo avuto tempo di fare lo scorso settembre, ma ho rifatto anche le cose che mi erano piaciute di più. E mentre facevo gli stessi sentieri, mentre prendevo il sole nella mia spiaggia preferita, pensavo a me, adesso e a me, un anno fa. E questi luoghi hanno parlato di me e mi hanno detto dove ho sbagliato, mi dicono che sono una persona peggiore, che non mi sono comportata come avrei dovuto. Ma anche, che c’è qualcosa in me di prezioso e di sacro, perché intimamente mio, che non va toccato e che va rispettato. Marettimo mi dice che a volte bisogna davvero fare due passi indietro per vedere la strada, e ricominciare a camminare in avanti. Bisogna accettare il ripiegamento, la delusione, la ferita. Bisogna accettare di essere stati brutti, di aver detto le parole sbagliate, di aver parlato troppo e troppo poco, di aver perso l’equilibrio. Bisogna accettare di aver pianto e di essere stati vulnerabili, perché lì, in fondo, c’è stato il meglio che ho dato.

Domani parto per Levanzo. Ma grazie, Marettimo, grazie ancora per il tuo incanto e per il tuo abbraccio. Il tuo mare è il mio mare. Parto con un po’ di verità in più.

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La sera dei miracoli

17 Marzo 2016 1 commento

Video importato

Non pensare ad altro. Cominciare a fare qualcosa e non riuscire ad andare avanti perché un ricordo ti blocca. Svegliarti la mattina prestissimo, dall’emozione. Rivedere ogni attimo. Come nell’incontro del primo bacio, della prima notte. Come l’ora in cui hai sentito su di te i suoi occhi, e sulla pelle il suo desiderio.
A volte il ricordo di una partita può essere intenso come quello dell’ora perfetta che hai passato per la prima volta tra le sue braccia. Occupa come la nostalgia di un amore. Rivedi ogni attimo mille volte. Vorresti tornare in quel campo, in quel momento. Non importa se per riprovare il brivido del canestro decisivo, o per cambiare quello che è stato. E’ la testa che torna li’, sulle strisce di parquet consumate dall’emozione, dalla tensione, da cuori forti che spingono gambe veloci, bimbe veloci.

Le rivedo davanti a me, che sono la loro coach. La partita migliore, nell’occasione più importante.

Tre giorni prima della partita dentro-o-fuori le mie ragazze, 16 anni, mi avevano convocata per una riunione. Chiusa in uno stanzino, circondata. Mi avevano espresso tutta la loro frustrazione per come stavano andando le cose. Un gruppo forte, solidale, con talento, che all’improvviso non si trova più. Qualche partita persa, qualche difficoltà interna, ragazze che crescono e scoprono via via la vita, l’amore, le ferite, le delusioni, e il campo da basket diventa piccino piccino. E nei primi venti minuti della riunione mi dicono tutto questo, mi chiedono cose tecniche e organizzative, mi dicono cosa non va sul campo. E io rispondo, le tranquillizzo, do ragione dove l’hanno.

Poi, il capitano mi guarda e mi dice: il problema fondamentale è di atteggiamento. Anche il tuo. Non so cosa tu abbia, non so cosa ti sia successo, ma sei cambiata. Poco tranquilla, distratta, rinunciataria. E io dico: hai ragione.

Alleno venti ragazze. Mi vedono quasi tutti i giorni, leggono i miei messaggi, Facebook, sentono tutto, registrano ogni vibrazione. Sono il loro riferimento. E non sfugge niente. Ho mentito, o meglio, non ho risposto. Non potevo dir loro che si avvicina un momento che avverto come fallimento lavorativo, non potevo dir loro che sono preoccupata per tante cose, non potevo dir loro che una persona ha frantumato il mio cuore, e il cuore è anche la sede della passione per lo sport. Sono delusa, sono ferita, sono preoccupata. E porto tutto questo con me, inevitabilmente, e inevitabilmente arriva alle ragazze. Che mi guardano e cercano risposte, sempre. E io sono altrove.

Sono uscita dalla riunione fiera delle ragazze, scontenta di me. Risposte vaghe, poca empatia con un gruppo di ragazze adorabili che si stavano aprendo a me. L’unica cosa che ho detto è stata di portare tutto quello che ci eravamo dette in quella stanza, sul campo, e dare il massimo in quella partita fondamentale.
Il giorno della partita ancora una volta non sono all’altezza. Faccio un discorso vago prima dell’inizio, le metto in campo con la testa che mi dice: per la squadra che siamo ora, è quasi impossible vincere. Otto mesi fa non ci sarebbe stata partita. Quest’anno ci abbiamo già perso in casa, ora siamo da loro, difficilissimo. Metto il quintetto migliore, anche loro: pronti – via 3-0 per loro. Poi succede qualcosa. Poi le facce cambiano, al primo canestro. Poi io cambio e comincio a urlare, ad incitarle. Sento i genitori sugli spalti che ci spingono. Quel 3-0 resterà l’unico vantaggio delle nostre avversarie. Nel primo quarto le sommergiamo di canestri, non riescono a starci dietro. Con la faccia cattiva. Con la faccia di chi vuole quella vittoria. Con la faccia di chi lotta, nonostante tutto.

Vinciamo. Siamo nelle prime quattro della nostra regione e adesso abbiamo un sogno. La fase interregionale, quell’interzona che è come un attestato di nobiltà per le squadre giovanili.

La sera dei miracoli. In cui per una volta sono state le mie ragazze ad insegnarmi cosa significhi tenere a qualcosa, io che da un po’ sembro non tenere più a niente, né a loro, né al mio lavoro, né alla mia vita e nemmeno a me stessa. Sono state loro a darmi energia, almeno per una sera, e a indicarmi una strada. Siamo qui, noi ci teniamo. E tu dove sei? Sei con noi? Andiamo insieme all’interzona?

Chiudo gli occhi e vedo le loro facce. Vedo quei canestri, vedo la loro voglia. Per qualcosa che lascerò loro, a fine anno, quando non le allenerò più, avrò ricevuto mille volte tanto.

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Under pressure

13 Gennaio 2016 Nessun commento

Sono stata in viaggio in un luogo meraviglioso, l’Islanda. Il viaggio mette alla prova tutti, sospende il tempo, fa da spartiacque tra un prima e un dopo, si torna sempre diversi da come si è partiti.

Sono tornata domenica 10 e lunedì 11 è morto David Bowie, l’idolo di quando ero ragazzina, la musica della mia vita. Mi sono arrivati più messaggi che mi avvisavano della sua scomparsa, o che mi mandavano solidarietà, di quando compio gli anni. Muore qualcuno che mi ha accompagnato nella vita, dando parole e gioia, dando musica e sogni. Il conforto del talento, a cui ricorrere quando sono triste, la calma che regala sentire una canzone che continua a parlarti da anni, come un paesaggio conosciuto, lo sguardo di un amico, l’affetto di una nonna, la risata di una bambina. Appena dopo la tristezza è arrivata una gratitudine lunga e languida; è arrivato anche un sorriso, pensando a una vita bellissima, folle, dieci romanzi in uno, un quadro dai mille colori.

Sulle scogliere d’Islanda si sono infranti i miei sogni d’amore, hai voluto lasciarmi, hai voluto tenermi lontana dalla tua vita, non mi hai fatto tornare. Lo spartiacque. Varcato quel confine non si torna, non importa cosa ci fosse prima, non importano i sogni, non importano le parole, hai sentito una distanza fisica come una distanza di cuore e mi hai lasciata là. Ha vinto la paura di non ritrovarti, abbiamo fatto vincere le circostanze, le incomprensioni, abbiamo fatto vincere i rispettivi dubbi e le diffidenze. E tra di noi si è aperta una voragine, inaspettata, enorme, erosa dalle parole violente, solcata dal rancore, dal dolore e dall’orgoglio. Ancora più grande, per me, perché in fondo basterebbe così poco per spogliarci di tutto, guardarci negli occhi e ritrovarci. Basterebbe prenderci per mano e una voragine di decine di km, o la distanza che separa il deserto dagli iceberg, sparirebbero in un attimo. Invece zaino in spalla, continuiamo per la nostra strada, con l’enorme voragine che ci separa, che non colmeremo e come sempre, da persone indipendenti, lasceremo alle spalle.

David regala sogni. L’ha sempre fatto. Regala le parole che descrivono la vita, i desideri, le delusioni. Vorrei poterti cantare queste parole, a voce alta. Ma forse il sogno non è questo. Il sogno è che tu queste parole le conosca già, il sogno è vederti tendere una mano.

 

Can’t we give ourselves one more chance?
Why can’t we give love that one more chance?
Why can’t we give love?
Cause love’s such an old fashioned word
And love dares you to care for
The people on the edge of the night
And love dares you to change
our way of
Caring about ourselves
This is our last dance
This is our last dance
This is ourselves
Under pressure
Under pressure
Pressure 

 

Non potremmo dare a noi stessi ancora una chance?
Non potremmo dare all’amore quella chance?
Perché non potremmo darla all’amore?
Perché amore è una parola così sorpassata
E l’amore ti sfida a prenderti cura della
gente sull’orlo del baratro
E l’amore ti sfida a cambiare
il modo di
Avere cura di noi stessi
Questo è il nostro ultimo ballo
Questo è il nostro ultimo ballo
Questi siamo noi
Sotto pressione
Sotto pressione
Pressione

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Freeheld. La libera proprietà dei desideri.

9 Novembre 2015 Nessun commento

C’è un amore solo che valga la pena di essere vissuto: due persone si incontrano, si piacciono, si amano, si fidano reciprocamente e combattono l’una per l’altra. Nient’altro. Ed è l’unico senso in un incontro, che duri una notte, un mese, un anno o una vita, che sia fra un uomo e una donna, due donne o due uomini. Nel nostro mondo liquido in cui possiamo scegliere i partner online, come i libri di amazon, come le aste di ebay, attratti dalla foto migliore o dalla frase più efficace, in cui ci basta un attimo di gratificazione per poi tornare alla nostra vita, fino al successivo momento di gratificazione, in cui noi quarantenni ancora single viviamo con il dubbio che, come dice Capossela, il meglio sia già venuto e non siamo stati in grado di tenerlo dentro di noi, e rincorriamo una seconda possibilità, ecco in questo mondo liquido non accetto più che un incontro sia privo di significato. Non ha significato il sesso – non riesco, se è l’unico significato -, non ha significato la compagnia – ho tanti amici meravigliosi -, non ha significato il “vediamo come va” – il mio tempo è prezioso.

E ho un cuore che batte e una testa che pensa, hanno valore il mio desiderio e i miei desideri, l’attrazione che provo, ha valore quella stramaledetta forza invisibile, Serenella, che in un anonimo giovedì sera di ottobre mi ha spinto a chiederti di incontrarci. Già, non ti conoscevo, anche io ti avevo scelta nel Postalmarket umano dei siti di incontri, unicamente perché usavi come nickname il cognome della poliziotta più bella della tv. E sono rimasta intrappolata in quegli occhi azzurri e nella pelle bianca della Stella di Mare di Dalla, nel tuo atteggiamento combattente, nella dolcezza improvvisa che mi ha sciolto. La tua vita difficile, impossibile, i fiumi di alcool, le sigarette una dietro l’altra, tutte quelle cose che se me le avesse raccontate un altro avrei detto: fuggi a gambe levate, non mi hanno intimorito nemmeno per un attimo. Tutto ciò per me ha senso e valore. Ma dopo gli incontri, il rincorrersi, l’allontanarsi e il riavvicinarsi, le notti in bianco, le chiacchiere infinite, e con questa stramaledetta forza invisibile che mi spinge senza un motivo apparente verso di te, il risultato è che solo per me c’è un senso profondo. Che i tuoi valori sono altri, che dai valore ad altro. Che vuoi altro, anche se nel frattempo, vado benissimo io. Nessun impegno, nessuna gelosia, sono una fra tante, sono solo un’icona in carne ed ossa tra le mille che puoi contattare ogni giorno sullo schermo. Spettatrice dei tuoi desideri, quando vorrei essere, anche solo per un momento, dall’altra parte del palco. Spettatrice delle tue paure, a cui posso solo aspirare di dare un piccolo e transitorio conforto. Fino al prossimo tuo incontro.

Laurel Hester e Stacie Andree si sono incontrate all’inizio degli anni 2000 su un campo di pallavolo. Vent’anni di differenza, si sono innamorate. Laurel si è ammalata di cancro ed è morta nel 2006, ha combattuto e vinto non la malattia ma la battaglia che ha portato Stacie a poter avere la sua pensione. Questo è l’unico senso di un incontro, l’intensità, la profondità, la pienezza, il rispetto. Che diventi la storia d’amore bellissima e tragica di Laurel e Stacie, che sia solo un momento, che sia un breve pezzo della nostra vita. Qualsiasi cosa diventi, deve avere quel sapore inconfondibile. La storia (vera) del film è una storia d’amore, abbagliante, tanto che la stessa pellicola narra meglio l’amore che non la battaglia per i diritti. Perché va da sé che un amore coì vada tutelato, quasi non c’è bisogno di raccontarlo. La parte più scontata è proprio la seconda, la conosciamo bene, anche se non siamo gay, anche se non abbiamo sperimentato la disuguaglianza. L’eccezionale è prima. L’unica verità profonda del film è nella prima parte. Due persone si incontrano e le rispettive vite si uniscono. Niente fa paura, nemmeno innamorarsi. E’ tutto ciò che dobbiamo tutelare, salvare, garantire, agli altri e a noi stessi.

Non voglio niente di meno, da un incontro. Ho spezzato il cuore ad una persona perché non l’amavo più, perché così non era giusto, perché mancavano energia, forza, spinta, ci facevamo solo compagnia. Il senso è altrove. Non posso concedere un altro grammo di me stessa a chi non è disposto a restituirmi quel senso.

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Cuori cadenti

12 Agosto 2015 Nessun commento

cuori cadentiNelle ultime due settimane ho incontrato molte persone che non vedevo o sentivo da tempo, è stato un caso. Mi hanno raccontato della loro vita e soprattutto del loro cuore.

Così, ho visto una persona che mi è sempre apparsa sicura di sé, quasi spavalda nelle relazioni, forse per la prima volta ferita, insicura, con un velo di tristezza negli occhi e poca voglia di reagire. E sola, lei che passa sempre da una persona all’altra. Un’immagine inconsueta di lei, un’immagine distante. Ha giocato col fuoco e si è bruciata, credeva di aver cambiato per il meglio e invece… E ora la vita sembra scivolare via, sembra tardi per tutto, per una donna sveglia e intelligente di 36 anni, un bel lavoro, un po’ di soldi da spendere e la passione per i viaggi.

Un’altra si è sposata, ma senza una festa, presenti i genitori e basta: solo una firma, poi da buoni livornesi tutti al mare, un pranzo fuori ed ecco fatta la cerimonia. In pratica, un compleanno. Esistono persone così, ai miei occhi brave in tutto, che non sbagliano un colpo. Capaci di scegliere sempre per il proprio bene, di tenere in mano la vita, di dire si e soprattutto no quando serve, di evitare cerimonie inutili, visto che si convive da tanto tempo, ci sono due figlie splendide, e ciò che conta, a questo punto, sono le garanzie e i diritti. Di essermi vicino, anche se a volte non mi sento di meritarlo.

Ho rivisto un mio amico dell’università, dopo quindici anni. L’ho guardato, l’ho toccato, ho voluto capacitarmi che fosse davvero lui, non mi sembrava vero dopo tante comunicazioni immateriali, via internet e telefono. Un cuore abbandonato, il suo, dopo sei anni di relazione. Come me si è messo a vagabondare, a fare km, a pensare a viaggi. Evita i posti che gli ricordano il suo perduto amore. Sa come sta, è già stato ferito, lui, non è spavaldo, è solo un dolce omone maremmano di quasi due metri, che è riuscito a tenere in testa i pochi capelli (‘i tre peli’, come li chiamavamo) che aveva a vent’anni, che non è cambiato in niente, se non in una vaga cadenza francese nel parlare.

Ho incontrato anche il cuore felice di una persona di cui sono stata innamorata e ovviamente non le ho mai detto niente. Bellissima e serena accanto al suo compagno, premuroso e gentile, rispettoso e simpatico. Non avrebbe funzionato tra noi, lo so. Ed un giorno, non ho pensato più a te, né ci penso più. Ci piace però ricordare le cose che abbiamo fatto insieme e a volte sono contenta se dici che un po’ ti mancano. Non so se mancano a me, ma è bello averle fatte, i cinema, i concerti, le gite. Combattevamo la nostra solitudine e nel farlo, in fondo, è rimasta un’amicizia vera.

La vita, con i suoi alti e bassi, con i momenti felici e tristi, le pause e le ripartenze, lo splendore e l’oscurità, la scia luminosa che infiamma il cielo, il buio che segue subito dopo.

Non ho potuto fare a meno di parlare a tutti del mio, di cuore, di quello che ho spezzato, e ancora del mio, cadente come le stelle di questo periodo, solitario, triste, un po’ vecchiotto. Ho raccontato loro della mia storia finita, mi sono mostrata equilibrata, consapevole, ho detto loro che ho cercato di essere onesta, sincera, ho spiegato com’è brutta la sensazione di avere in mano una verità che non è la stessa che ha in mano la persona che si ha accanto, e come questa verità sia l’arma che prima o poi farà del male. A tutti ho detto che ho imparato a stare da sola già da tempo, che in fondo sto bene. Triste, sola, con tante cose che mi mancano, ma bene. Adulta, matura. Forte rispetto a chi è ferito e solo, capace di essere felice, senza sentire di mancare in qualcosa, davanti a chi ha il cuore pieno e in salute.

Ciò che non ho raccontato è la sensazione che il tempo degli incontri sia finito. Che «quel desiderio di tenerezza, quel disperato bisogno di amore» che scopre Jean-Luc, il protagonista dello splendido La preda di Irène Némirovski, rimanga inappagato e allo stesso tempo insopprimibile, nonostante le dichiarazioni di indipendenza e autonomia. La sensazione fastidiosa che la mia vita diventi davvero, e per sempre, ciò che è più probabile che mi accada di qui a qualche mese: un lavoro che non voglio, una vita non condivisa, il rancore, più che il rammarico, per ciò che non ho ottenuto. Non ho detto dell’incapacità o l’impossibilità di cambiare ciò che è scritto.

Non ho detto della paura che la scia del mio cuore si sia dissolta, che la scia della mia vita si sia dissolta contro una realtà inviolabile quanto l’atmosfera, e che il momento della luce, della fiamma e della meraviglia sia passato per sempre.

 

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Le papere e il gender.

12 Luglio 2015 Nessun commento

Ho fatto una lunga passeggiata, venerdì. Uscita da Victoria and Albert Museum, volevo rivedere Hyde Park, che non è lontanissimo. Quindi sono passata dallo splendore di un museo eccezionale (da Bernini all’oreficeria medievale, da Turner ad Alexander McQueen), allo shopping di alto rango di Knighstbridge, con puntata d’obbligo da Harrods, all’improvvisa pace di un parco sterminato, in cui il traffico di Londra scompare, la gente si disperde libera sui prati, c’è un silenzio sorprendente e si deve fare attenzione solo a qualche runner o ciclista, e a paperelle e scoiattoli impertinenti.
Volevo rivedere il Serpentine Lake e così mi sono presa un gelato del mio gusto preferito e mi sono messa in riva al lago, ad ammirare questo luogo bellissimo, questa città che adoro e la meraviglia di un popolo intelligente, aperto, rispettoso dei propri doveri, orgoglioso della propria grande libertà, prima di tutto mentale e dei propri diritti. E poi piano piano mi sono allontanata da me stessa, e mi sono guardata, a 43 anni, col mio gelatino, circondata dalle paperelle e seduta col mio zaino e il sacchetto di Harrods in riva al laghetto di Hyde Park.
Com’è bello e com’è difficile, mi sono detta. Com’è bello essere qui, avere l’occasione di lavorare qui ogni tanto… No, non è vero. Mi sono detta com’è bella questa indipendenza, il tempo fra le mie mani, tante radici ma in fondo nessuna, tanti legami ma in fondo un cuore solitario. Un’estate da vivere in solitaria, le proprie ferite da guarire, i pensieri da rimettere in ordine e si, per la prima volta davvero, un futuro da scrivere, o meglio da scrivere diversamente da come è già scritto. Sta tutto a me, e in parte alle persone che ho attorno, o alle persone cui chiederò aiuto.
Com’è difficile, però. Com’è difficile sentirsi sempre un passo a lato, un passo fuori, non realmente in sintonia nel mondo del lavoro in cui sono ora, l’accademia e le sue parole vuote, nella vita perché sono una categoria a parte, donna, gay, single, over 40, ovvero il manifesto dell’invisibilità; perché non ho certezze, ed è bellissimo da un lato, ma comporta una fragilità enorme dall’altro, un continuo attentato all’identità. Ho un lavoro bellissimo ma liquido e soprattutto a scadenza quindi non sarà verosimilmente il mio lavoro, ho un’indipendenza assoluta ma non ho nemmeno confini. Non c’è un’altra persona, non c’è un ruolo nel lavoro, forse non c’è un ruolo chiaro nel mondo. Fluttuo, faccio surf su ogni categoria e su ogni ruolo, la ricercatrice che non sono, la mamma che non sono, la moglie che non sono, la compagna che non sono, la figlia che non sono come mi avrebbero voluto. Alla faccia del gender, è come se avessi tradito ogni ruolo.
Guardo da lontano questa persona in riva al laghetto, e questa persona c’è. Ha la faccia rilassata, pare godersi il panorama e il momento. E mi riavvicino, e torno in me stessa. So che sarebbe bellissimo essere qui tenendo qualcuno per mano. O portare un figlio a vedere le paperelle o mia mamma a fare una passeggiata. Eppure, consapevole di ogni tradimento e di ogni cosa, enorme, che manca, non riesco a non godere questo momento, esclusivamente mio. Mi mancano tantissime cose che vorrei, eppure è un momento di pienezza. Ho delle voragini nel cuore eppure basta questo specchio d’acqua a riempirle. Mi sento fragile, fragilissima, eppure questa calma, questa pienezza sono energia.
Energia e forza, di quando siamo soli con noi stessi e non avvertiamo al cui senso di mancanza, di perdita, di desiderio. Quando tutto ci basta, anche solo per un attimo. Davanti a questo laghetto ci sono io, nei miei confini, nella mia pienezza e nella mia forza. C’è questo attimo che svanirà presto, perché purtroppo i giorni non sono pieni di laghetti e paperelle, ma di eventi, persone, cose, che intaccano e a volte esauriscono questa forza.
Però, sono anche i momenti in cui sono, più autenticamente, io. Un momento di identità. La mia, così bella, perché mia, e così, terribilmente, difficile da accettare.

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La panchina e la riva

30 Giugno 2015 Nessun commento

Circa otto anni fa ho cominciato a venire a correre a Regent’s Park. Come tutti coloro che corrono sanno benissimo, ogni corsa in un posto nuovo è una scoperta, una tensione continua verso il percorso migliore, il paesaggio più bello, la distanza perfetta. Regent’s è molto grande e ci ho messo diversi anni prima di trovare il percorso che mi soddisfa davvero: sono circa 7,5-8 km.
Un giorno di molti anni fa costeggiai il boating lake, una delle scoperte fondamentali della mia corsa e quasi per caso mi girai a destra. In corrispondenza di un ponticello c’è una piccola piazzola che si affaccia sulla riva del laghetto. Sulla piazzola, una panchina. Ricordo benissimo che era il tramonto e, cosa molto rara per me, istintivamente fermai la corsa e andai verso quella panchina. Non c’era nessuno, tendo a correre la sera, quando la gente comincia ad andarsene.
Quella panchina appartata, che sembrava un posto al cinema, mi sembrava incantata e non ebbi il coraggio di sedermi. Il tramonto, la calma dell’acqua, i sensi esaltati dalla corsa, quel semplice pezzo di legno che guardava il verde e il lago, mi commossero. Non era la bellezza in sé, non solo: sentii prima di ogni altra cosa che quella panchina andava condivisa. Era una dei pochi posti al mondo dove avrei voluto portare qualcuno di speciale.
Allora non avevo nessuno con cui condividerla. Ed ancora oggi, non mi ci sono seduta.
Sai, è una delle prime cose a cui ho pensato, quando ci scrivevamo, tre anni fa. Passavo davanti a quella panchina e immaginavo di starci con te. Perché ti ho conosciuta a Londra, ti ho amata in Italia, e tu sei francese. E sognavo di portartici, un giorno. Poi i giorni, i mesi, gli anni sono passati, il mio cuore vecchio è crudele e si è spento, la mia vita si è allontanata, la mia testa, lentamente, delicatamente, è andata altrove. Ti ho spezzato il cuore, invece che portarti su quella panchina, e ho condannato il mio ad essere solo. Ma su quella panchina, su ogni panchina, bisogna vedersi in due, bisogna vedersi in viaggio accanto, mano nella mano, ci vogliono parole, gesti, energia, ci vuole forza… E non c’erano più.
Così sono di nuovo a Londra e oggi sono ripassata davanti a quella panchina, la panchina più bella del mondo. Perché è la panchina del mio cuore, dove vorrei portare una persona con cui sedermi e guardare la riva. È la panchina dove siedono i miei desideri più profondi, è l’immagine da completare, il vuoto che prende la forma di due persone sedute che guardano giocare gli scoiattoli e i gabbiani.
Ho passato i 40 ormai e so bene che non è l’età degli incontri, forse non è l’età dei sogni, ma mi piace comunque averli, mi piace dar loro forma, mi piace tradurli in un’immagine. Sono verso la seconda metà della mia vita, so cosa voglio, sono brava a stare da sola, a lottare, a resistere. Ho fatto questo fino ad ora, le cose in cui speravo non sono mai arrivate. Ma resisto, tengo duro, mi ripenso, mi ricolloco, ricomincio. Pensando però sempre a quella panchina, correndo, lavorando, scrivendo, piangendo, urlando, sapendo che da qualche parte c’è un luogo incantato, da scoprire e da raggiungere, in cui, lasciatisi tutto alle spalle, ci si può sedere, con qualcuno accanto, nel silenzio del parco, nella pace del verde, guardando le minuscole onde del lago, e ammirando quella riva dove tutti i nostri desideri sono approdati.

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Venti volte madre. Contro natura.

27 Maggio 2015 Nessun commento

C’è stato un momento nella mia vita in cui avrei davvero voluto un figlio. Me lo chiedeva il mio corpo, mi mandava segnali. Circa quindici anni fa, ma la mia compagna non ne voleva sapere e io non misi davanti a tutto la maternità e continuai la mia vita di sempre. Non ci ho più pensato fino a molti anni dopo, quando, come spesso capitava, una sera mi trovai ad accompagnare a casa una ragazza che allenavo. Stava in zona pedonale, quella volta suo padre non poteva venire alla macchina e così l’ho seguita a piedi fin sotto casa sua, perché non mi fidavo a mollare una ragazzina di 17 anni in giro la sera tardi.
Fu in un momento di quella passeggiata, una accanto all’altra sul marciapiede, in cui si chiacchierò del più e del meno, che realizzai che tra me e quella adorabile bimba, brava a scuola, nello sport, simpatica e brillante, c’era la stessa differenza di età che c’è tra me e mia mamma. E che Irene sarebbe potuta essere mia figlia. E che forse a non avere una figlia come Irene, lei 17 anni, io 40, mi ero persa qualcosa.
Sono passati tre anni da quella sera. Adesso sono responsabile di un gruppo di ragazze nate tra il 2001 e il 1998. I loro genitori sono sostanzialmente miei coetanei, una mamma, più giovane di me di un anno, è addirittura già nonna.
Questo gruppo, specie le più giovani, è stato il primo da quando alleno con cui si è creata un’empatia molto forte. Soprattutto, le ragazze sono cresciute sotto i miei occhi, e pensando a quelle bimbette che avevo preso in settembre, non le riconosco più. Sono diventate adulte, delle giocatrici, delle donne. E ho vissuto per la prima volta la meraviglia di vedere delle atlete crescere, cambiare aspetto, acquistare sicurezza, appropriarsi della propria vita e della propria passione. E ancora confrontarsi, aprirsi, vedere difficoltà, superarle o forse no, ma con una consapevolezza sempre crescente, un dialogo nuovo e parole nuove. Sono diventate grandi, sono diventate forti, nel fisico, nella testa, nell’identità, nella morale.
Da allenatrice tutto questo ha significato un anno difficile all’inizio (un gruppo con delle potenzialità, ma senza una fisionomia precisa), entusiasmante alla fine. Chi a novembre arrivava sul nostro campo a dettare legge, ad aprile ha perso senza appello. Chi ci pareva irraggiungibile, adesso ci sembra semplicemente bravo. A volte chiudo gli occhi e mi tornano le immagini di alcuni spezzoni di partite. Il momento in cui una squadra fa esattamente ciò che chiedo, e al meglio, anzi, quello in cui vedo che le mie ragazze sono talmente disciplinate, intelligenti, forti da andare quasi oltre le richieste, ecco quel momento trasmette un’emozione difficile da spiegare, lascia un ricordo a cui tornare per scaldarsi il cuore.
Sul campo, il risultato ultimo è stato un terzo posto difficile da pronosticare all’inizio. Ma so già che non è questo terzo posto che ricorderò fra sei mesi e che mi rimarrà per sempre, e nemmeno la bella sensazione, provata per la prima volta quest’anno, di essere davvero stata una coach, qualcuno che a queste ragazze, quantomeno, ha indicato una strada e ha dato degli strumenti.
Ciò che ricorderò, oltre alle azioni più belle, ha a che fare con qualcosa di insopprimibile, per me che sono una donna di 43 anni di fronte a delle adolescenti, ovvero la gioia tutta materna di vedere crescere delle giovani vite. Anche se non sono figlie mie. Anche se sono gay e potrebbe sembrare innaturale. Anche se resterò senza figli e alla fine no, non ho messo la maternità davanti a tutto e fatti due conti, va benissimo così, pur ricordando sempre con un po’ di struggimento quella passeggiata con Irene.
Un anno fa erano poco più che bimbe, nane come amo chiamarle, ora sono giovani donne. Sono più alte, hanno più muscoli, usano di più il loro corpo. E sono bellissime, nel senso colto dalla fotografa Kate Parker, che ha intitolato un suo progetto Strong is the new pretty, la forza è la nuova bellezza, da cui è tratta la foto di questo post. Le mie ragazze sono fortissime e dunque bellissime. Qualcuna ha cambiato modo di vestire, altre il taglio di capelli, altre non parlavano mai e ora chiacchierano senza sosta. Qualcuna si è innamorata. Qualcuna ha capito cosa vuol dire non essere abbastanza brava per una selezione, un’altra si è resa conto del suo, immenso, talento. E io vedo la difficoltà ma anche la bellezza di tutto questo. Vedo i pericoli che correranno, vedo i successi, ragiono sul loro futuro, lo provo ad immaginare. Vorrei vedere i loro sogni realizzati, oltre lo sport. Perché le guardo come la madre che non sono, ma pur sempre come una madre, una madre contro natura, gay, e con venti figlie.
Irene oggi va all’università e guida la macchina. Gioca sempre da noi. Un giorno so che sarà lei a darmi un passaggio dalla palestra, prima o poi accadrà. E penserò di nuovo che a non essere madre mi sono persa qualcosa, il momento in cui per la prima volta sei tu, genitore, ad appoggiarti alla forza di tuo figlio, e a farti portare a casa.

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Il paesaggio più bello

6 Maggio 2015 3 commenti

Ieri correvo tra le mie montagne, in Appennino. Beh non ho corso proprio sempre: oltre i mille metri c’è ancora un po’ di neve, il percorso che faccio sale fino a 1500, quindi a volte corro, a volte cammino, a volte gattono fra la neve e a volte, semplicemente, il paesaggio è talmente bello che mi fermo a fare una foto. Sono 15 km e due ore circa d’estate, quando posso correre su buona parte del percorso, due e mezza, o forse tre in questi giorni di primavera, in cui la neve si sta sciogliendo, i prati sono viola di crochi e tra i boschi cominciano a vedersi le prime, verdissime foglie.

A correre con me porto sempre tante persone, ma vado da sola. Porto ricordi, frustrazioni, gioie, ansie, ferite e appunto, compagni e compagne immaginarie. Con cui dialogo, a cui penso, che mentre il respiro si fa un po’ più affannoso e l’aria diventa leggermente più rarefatta del normale, si distillano in un’immagine spesso lontana dai loro veri contorni. Eppure spesso questi dialoghi immaginari, a volte carichi di rancore, a volte di dolcezza, a volte semplicemente confidenze che vorrei fare e non posso, mi sembrano tra le cose più sincere che possa dire a questi inconsapevoli runners.

Ieri con me c’erano tutte le persone che mi sono piaciute, che avrei voluto avvicinare, con cui magari avrei voluto avere una relazione, quelle pochissime persone che, quando le ho incontrate, avevano un che di diverso, che erano circondate da un’aria particolare, una luce speciale nel loro volto, parole mai sentite. Ma anche, persone che, una volta passata quella che Marguerite Yourcenar chiamerebbe la ‘nube del desiderio’, sono uscite, improvvisamente, da me e dai miei pensieri.

Correvo e (ri)pensavo a come le relazioni non vissute e quelle vissute abbiano in fondo una storia simile. Viviamo un innamoramento, il nostro pensiero è spesso all’oggetto dei nostri desideri, forse tremiamo quando incrociamo il suo sguardo, forse addirittura siamo amici, ma non abbiamo il coraggio di dichiararci e viviamo l’amicizia in uno stato di perenne controllo dei sentimenti e dei gesti… ciò che l’amicizia non è, il controllo. Ma travestiamo il nostro amore da amicizia, lo ripensiamo, lo costringiamo in limiti che noi stessi, le nostre paure, o la realtà ci impongono. Ma appunto tutto questo ha una storia… Di un amore non vissuto ci si libera. Ci si lascia anche se non si è mai stati insieme. Arriva un nuovo amore, vero o desiderato, arriva la vita, arriva quel momento in cui ti svegli la mattina e ops.. non c’è più quel primo pensiero. Arriva la distanza. L’amore finisce anche quando non inizia mai, si arriva persino a quel momento in cui rivedendo la persona a cui abbiamo dedicato tanti pensieri, ci si dice: come ho potuto? esattamente come nel caso del più fastidioso degli ex.

Ieri ho portato a correre con me tutte le persone che ho amato… non posso dire amato senza essere corrisposta, piuttosto amato senza nemmeno dirglielo. Era una storia tutta mia, in solitaria come la mia corsa. Non sapevano di essere amati, come non sapevano di correre con me; ho amato, come mi piace correre, da sola. Poi, all’improvviso sul crinale mi si è aperto il panorama sul tramonto: il sole stava scendendo dietro la montagna sull’altro versante, davanti a me il sentiero innevato, a destra la pianura. Correvo verso ovest, il sole davanti a me, seguivo la sua luce e improvvisamente mi sono accorta che i miei immaginari compagni di viaggio non c’erano più. Erano rimasti indietro, fermi sulla soglia di un paesaggio selvaggio e bellissimo. Il mio paesaggio e la mia luce. Non potevano venire con me, io non mi sono fermata e loro non hanno teso un braccio per trattenermi. E quindi restate dove siete, dietro il limite del mio paesaggio più bello, io seguo il mio sentiero, gli ultimi raggi di sole, la discesa che porta alla mia casa, lo sguardo avanti, il passo veloce, la testa vigile e il cuore che batte forte. Ma solo per un fiore viola che spunta dalla neve.

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La seconda volta.

26 Maggio 2013 Nessun commento

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C’è qualcosa di più bello che vedere una persona felice: è vedere una persona tornare felice. Eri distrutta, l’ultima volta che ti ho visto. Per la prima volta, la fine di una storia aveva aperto una crepa, mi confidavi che stavi facendo fatica a voltare pagina. E tutto il resto a seguire, una tesi di cui non eri convinta, mille domande di borse da fare, una prospettiva di lavoro ottima che però ancora era lontana e che soprattutto in quel momento non ti dava alcun conforto. Un’ombra scura sul tuo futuro, che partiva da quella ferita, quella prima, grande ferita, di una persona dolce, sorridente, scanzonata, un po’ tra le nuvole, che non avevo mai visto in difficoltà. Pensavo che nulla avrebbe potuto scalfire quel meraviglioso sorriso, e invece era successo.

L’ultima volta che ti ho visto ero preoccupata. Non si sa mai dove e quanto forte può colpire la delusione per un amore finito senza preavviso. Un amore che finisce da una parte sola, da un giorno all’altro, senza litigi, senza incomprensioni. Semplicemente, il sentimento scompare. Mentre dall’altra parte è forte, presente, irresistibile, ancora. Dove cade il dolore per una perdita? Dove colpisce la sensazione di sentirsi inadeguati, di non essere abbastanza… di essere mancanti, per l’altro?

Non ti ho sentito più per mesi. Ieri l’altro una voce nel corridoio del mio laboratorio dice, con un accento inconfondibile: “Elena c’è?”, ed eccoti entrare, raggiante. Accanto a te un ragazzo tenero, che non smette mai di guardarti, che completa le tue frasi e che, mentre mille persone ti cercano per vederti, dice semplicemente: “organizzati come meglio credi, mi muovo di conseguenza”. Un compagno, appunto. E soprattutto, nel vedermi, mi indichi la tua pancia, più tonda, più grande del normale.

Ti ho vista felice ed entusiasta. Ma mai con questa luce. La luce della seconda volta, la luce di una possibilità riconquistata e presa al volo, con tutto il bene che può portare. La luce unica di chi ha sofferto e torna a gioire, di chi piangeva nella disperazione e ora ride, ride senza pensare, ride con il cuore. Hai voltato pagina e non solo, hai fatto un passo in avanti. Hai qualcuno che ti tiene la mano, hai una nuova vita davanti.

Non si ha la consapevolezza del primo innamoramento, della prima occasione, non c’è esperienza per una sensazione mai provata. La si acquista quando la si perde e da quel momento si fa una cosa che prima non si faceva: la si cerca di nuovo. Non cerchiamo il primo amore, accade. Ma se lo perdiamo, ci mettiamo su una strada, qualsiasi, sperando di ritrovarlo. Cercandolo tra le persone, tra le conoscenze, cercandolo nelle parole di qualcuno incontrato per caso, negli sguardi di chi abbiamo intorno. Ci immaginiamo come potrebbe essere, cercando di nascondere la paura di restare soli, soli con il desiderio di innamorarci ancora.

Non c’è niente di più bello di quando succede per la seconda volta. Perché sai cosa hai perso, sai quanto è raro, difficile, sai che hai sofferto, hai paura della solitudine. Invece no, hai attraversato la notte, ma ecco la luce. Non c’è motore più forte di una vita che riparte. Stare in piedi non è difficile, è la nostra posizione, quello che ci distingue da tanti animali. Diventa qualcosa di veramente nostro quando è una conquista, quando siamo caduti e ci dobbiamo rialzare. La forza è nel sentirsi di nuovo in piedi, in movimento, ritrovare i passi dopo la paralisi. Tornare a correre, una volta che si è provato cosa significhi sentirsi immobili.

Nasciamo tutti. Ma il vero miracolo è la rinascita. Lasciare vuota la tomba del dolore e splendere di luce nuova.

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Valigie.

19 Maggio 2013 Nessun commento

Vedo prima le tue valigie di te. Due trolley enormi, che occupano tre dei quattro posti del treno che hai colonizzato, sul quarto ci sei tu, rannicchiata, quasi la terza borsa, stropicciata dal viaggio, abbandonata al tuo peso. Mi siedo nel quartetto di sedili accanto, il mio zainetto scompare facilmente sotto il sedile, la giacca si appende al suo gancio, panino e bottiglia d’acqua si appoggiano sul coperchio del cestino di fronte alla finestra. Godo dello spazio comodo, del tempo sospeso di un viaggio in treno, del senso di libertà profonda che mi offre un pranzo da boy scout.

«Che servizio… Meglio di così…», la tua voce che accoglie un uomo alto, un po’ stempiato, atletico e con un fondamentale caffè in mano, con tanto di bustina di zucchero e cucchiaio di plastica.  Lui ti porge il caffè e mette uno dei trolley in alto, sedendosi al suo posto. Non sei più una borsa stropicciata, il tuo viso prende forma, gli occhi si accendono, il caffè ti scalda. È arrivato il tuo compagno, penso.

«Grazie. Non ce l’avrei mai fatta a salire su questo treno senza il tuo aiuto. Allora: hai detto che sei di Pesaro?», chiedi. E la situazione cambia. Si sono appena conosciuti e lui ti ha aiutato a salire sul treno, sistemarti, ti ha preso il caffè e ora ti accompagna. Cominciate a parlare, io mi immergo nel mio libro e vi tengo in sottofondo.

Lui vende macchine e gira l’Italia. Tu sei appena stata esclusa da un importante master di moda, hai dovuto fare le valigie, disdire l’affitto, sigillare i tuoi sogni e tornare a casa. “Magari ti è passato davanti il solito paraculato”, dice lui, difendendoti con un luogo comune, rassicurante. “Ci ho pensato anch’io sai?” rispondi, conciliante, ma sai che non è vero. Tant’è che analizzi quello che ti hanno detto, punti di forza e punti deboli, questi ultimi però decisivi. Vanno avanti gli altri.

Parlate di treni e di viaggi, e poi, quasi subito, di relazioni. Vi piacete, forse. Lui è single, un rapporto naufragato con una persona lontana. “Mai più relazioni a distanza”. E lei “No?”. Lui: no, troppo difficile. “E ora?” chiede lei. “Sono solo, non riesco a trovare nessuna. E poi alla mia età è difficile. E le donne sono tremende, a volte, peggio degli uomini”.

La tua risposta mi sbalordisce: “Vero!”. Non difendi la categoria, ti piace. E parli di una tua relazione fallita, con una persona lontana, poi squilla il telefono. “Mamma!”. Riparli di questa persona, al passato, risquilla il telefono “Mamma!” e si parla di un bambino. E gli spieghi qualcosa di un suocero, non nomini mai nessun altro, ma pronunci parole come “stabilità”.

Però insisti a chiedere di lui, e lui, non appena finisce, aspetta un tuo commento e prima di ribattere, chiedi di lei. Continuate e continuate, a dire banalità per paura di non mostrarvi in contrasto su niente, potrei cronometrare le pause, brevissime, il numero di parole, forse potrei completare io stessa i vostri discorsi, tutto è perfettamente atteso, tutto condivisibile: tutto modellato sulle aspettative altrui. Avete appena dichiarato che le relazioni a distanza sono difficili, però eccovi qua, che temete forse ancora più di dire qualcosa di sbagliato, che questa conversazione finisca, senza regalarvi una speranza, una luce. Un brivido che non provate più, da chissà quanto tempo.

Ma uno strano silenzio cala. Mancano dieci minuti alla fine del suo viaggio, tu prosegui. Tutti e due guardate fuori, il vostro tempo sta finendo. Quei cinquanta minuti di pausa dalle vostre vite, dalle delusioni, dalle relazioni finite, quel discorso che vorrebbe così tanto parlare di un’emozione nuova ha una scadenza. La scadenza della realtà. Tra poco vi separerete. Due destinazioni diverse, appennini e chilometri che vi dividono. La distanza. Silenzio, teso, come quello che precede una scelta. Il treno rallenta e nessuno osa parlare. È lui a dover scendere, non ha nemmeno una seconda occasione per rendersi utile, per appendersi alla tua realtà. Si alza, recupera il suo piccolo bagaglio. Il treno sta per fermarsi. Alla fine ti alzi quasi di scatto, lo saluti, lo ringrazi, due baci sulla guancia. Fischio delle porte che si aprono. «Posso lasciarti la mia mail?» chiede. E lei «si, dimmi». Di fretta prendi il telefono, scrivi qualcosa, impacciata, la fila per scendere si forma dietro di voi. C’è tempo per un saluto frettoloso, non c’è tempo per un ultimo sguardo, ma non serve più.

Ha afferrato l’illusione, appena prima che svanisse, travolta dalla massa di persone che deve scendere, dagli orari, dalle destinazioni e cancellata da una porta automatica che si chiude. Ha voluto darsi una possibilità. Perché davanti all’illusione di un brivido nuovo, svaniscono le impossibili relazioni a distanza, le donne difficili, gli anni che passano. E tu, che hai rimesso in valigia i tuoi sogni e stai tornando a casa, non volevi chiedere. Non volevi un secondo rifiuto. Non ti hanno voluto al lavoro, volevi qualcuno che avesse il coraggio di volerti. Su quel telefono, c’è il modo di svuotare una valigia di delusione per rifarla, andando incontro a una nuova speranza.

Scendo appena in tempo, poco dietro di lui, mi sistemo e mi avvio, lo cerco tra la gente. Il treno riparte, lui lo guarda, ti cerca? Ti vede? Ti rivedrà? In bocca al lupo, per questa ipotesi di emozione.

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Le mie ore.

6 Gennaio 2013 Nessun commento

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Ieri è stata una brutta giornata. Di quelle dove, lentamente, ma inesorabimente, tutto precipita. Comincia con una notte insonne. “Ma a che pensi quando non dormi?” mi chiedi al telefono, e non te lo so dire. Continua con un giorno in cui l’angoscia non fa respirare, spaventa. “Ma che cosa c’è”? Mi chiedi, e io non te lo so spiegare. Ci sono i piatti da lavare, le tazze, semplice, basta aprire l’acqua, usare spugna e detersivo… e invece niente. La valigia ancora da disfare, è anche piccola… resta in un angolo della casa, dove l’ho lasciata quando sono arrivata. C’è un lavoro da fare, basta mettersi al computer e cominciare, ma non ci riesco. Riesco solo a guardare tutto quello che non serve, i siti di notizie, facebook, twitter, ebay, amazon… e poi ricomincio. Di aprire word, nemmeno a parlarne. Di mandare mail, meno che meno. E ancora tutto rotola, la testa vuota, la voglia di piangere, il cuore che batte quando vuole lui, cerco sempre cibo, mi sdraio per recuperare sonno, non voglio più alzarmi, voglio dormire un anno e risvegliarmi nel 2014 per evitare questi 365 giorni che saranno di delusione, lo so, e ce l’ho tutta davanti, mentre già solo queste ore, questi minuti, sono insopportabili.

Invidio chi si sente grasso e, semplicemente, si mette a dieta. Chi vuole mettere ordine in casa e lo fa. Chi si dà dei tempi e li rispetta. Quelli che hanno in testa un romanzo e lo scrivono. Quelli che fanno la vita che vogliono fare. Quelli, insomma, che hanno una testa che non concepisce abissi, abissi in cui precipita ogni possibilità, ogni speranza, ogni movimento. Abissi, in cui precipitano le più normali, semplici, comuni e preziose attività quotidiane. Abissi in cui precipitano tutte le ore.

Poi viene sera e l’unica cosa che ancora riesco a fare è mettermi le scarpe da ginnastica  per andare in palestra. Un’ora in cui corro, faccio step, ancora con il cuore instabile, la testa vuota, ma il tapis è qualcosa a cui devi reagire e lo step, se non ti muovi, si ferma. E’ un appiglio alla realtà. La fatica è reale, i muscoli che si contraggono sono reali, si, c’è sangue che scorre nelle vene… e piano piano tornano ad essere reali anche l’asfalto della strada che mi riporta a casa, il gatto che mi aspetta, tutto riprende consistenza e forma. Tu mi chiami, sento la tua voce, mi calmi, facciamo progetti impossibili di altre vite, come un biglietto di sola andata per Guadalupe, per andare dai tuoi amici… La tua voce è reale, il nostro legame, qualsiasi sia, è reale, ci siamo io e te ad un telefono. Ti saluto, vado a letto, sistemo l’orologio. L’ora era saltata da giorni, non l’avevo mai rimessa a punto. Ricomincio a contare il tempo, il tempo reale, quello che scorre, non più quelle eterne ore vischiose, immobili, non più quel dolore stagnante, senza misura, le lancette ferme del vuoto.

E mi addormento, profondamente. Con un sogno nitidissimo. Mi viene a trovare la persona con cui sono stata peggio, da cui mi sono sentita trattata male, rifiutata, in un momento drammatico della mia vita. Presa e buttata via. E’ proprio lei, bellissima come è, sorridente, felice. E dolcissima, come non lo è mai stata. Mi racconta della sua nuova vita, senza ostentazione, senza rancore, come se la cosa più importante fosse stare con me, in quel momento. Il suo compagno, suo figlio, la sia carriera bellissima, come se non contassero. E mi chiede di me e io timida e impacciata comincio a raccontare, come una bambina che racconta com’è andata a scuola. Non è una vita fallita di fronte al suo successo, sono due vite che si incontrano, nel sogno. Usciamo e camminiamo accanto, andando non so dove. E mi sveglio.

Mi sveglio sconvolta dal sogno. Un sogno di pace, dopo un giorno inconcepibile. E mi chiedo perché quel sogno e penso che l’abisso della mia testa è l’abisso tra me e il passato, tra la persona che sono ora e quella che ero, la persona che ho perso. E che forse tutto ciò che vorrei sarebbe colmare quella voragine dove ho perso me stessa, riappacificandomi con il dolore e con la mia incapacità ad affrontarlo. Sarebbe non provare più rancore verso gli altri e delusione verso me stessa, sarebbe poter parlare senza la paura di sbagliare, sarebbe poter vedere ancora le persone con speranza. Sarebbe poter vedere il peggio della mia vita e il peggio di me stessa come nel sogno, come una donna bellissima, sorridente, affettuosa e comprensiva, che torna da me per parlarmi come non mi ha mai parlato.

Vorrei solo riprendermi la (mia) vita, riprendere me stessa. Scoprire il quotidiano, fare le cose che voglio fare, sistemare i cassetti, mettere a posto gli orologi (alcuni hanno ancora l’ora solare), usare un calendario. So quello che voglio e quello che devo fare, è tutto davanti a me ma non riesco ad afferrarlo. Perché non sono io che devo afferrarlo, ma è la persona che ho perso, che deve risalire l’abisso e riconsegnarmi i miei desideri.

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I pendolari del cuore.

17 Dicembre 2012 7 commenti

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Oggi sono arrivata in stazione con un po’ di anticipo. Ho addirittura chiesto al bigliettaio dove prenotarmi il posto, in quale carrozza: l’unica senza scompartimenti… non li sopporto, gli scompartimenti. Venti minuti prima della partenza, il treno era già sul binario, salgo e c’è solo una persona nella mia carrozza. Curiosamente, ho il posto prenotato accanto al suo, ma mi sposto e mi metto in un posto dove non c’è nessuno, quattro sedili e un tavolino tutto per me. Tanto lo so che il treno sarà vuoto.

Pochi minuti dopo, altra scena, arriva il legittimo proprietario del mio posto. Gli dico, guardi, mi sono messa qua perché così stavamo tutti più comodi. Mi sorride e mi dice: nessun problema, mi metto qua e si siede accanto a me, ma dall’altra parte del corridoio. Quattro sedili e un tavolino tutto per lui. E’ un bell’uomo, circa 50 anni, jeans, belle scarpe, bel maglione. Una valigia sportiva. L’iphone, a cui attacca le cuffie bianche e si mette ad ascoltare musica. Io accendo il mio mac, attacco la chiavetta, mi metto su internet, ebay, facebook, la posta elettronica.

Arriva il controllore e nota che nessuno è al suo posto. Quello del signore accanto a me, addirittura, doveva essere molto più lontano di lì, secondo il controllore, e non a due sedili di distanza, come era scritto sul biglietto. Il signore si volta verso di me cercando complicità e appena il controllore se ne va, ci mettiamo a chiacchierare. Ha voglia di parlare, il mio compagno di viaggio. E nel suo racconto della sua esperienza in treno, entrano tante notizie personali, quasi traboccanti…

Da sei mesi fa il pendolare “per motivi personali” dalla Lombardia alla Toscana, e parliamo dei treni, parliamo della Lombardia, della Toscana, del clima padano e di quello toscano. Oggi era bellissimo in Maremma, e lui mi dice che è uscito con la sua compagna a portare fuori il cane e c’erano 19 gradi, mentre a casa sua c’è neve. io gli dico che a Reggio Emilia è nevicato per l’Immacolata e lui mi dice del clima di Reggio, dove ci sono parenti della ex moglie, come se il suo cuore si spostasse sulle linee del treno, tra Milano e Bologna, tra Milano, Genova e Roma… parla, parla di sé, delle ferie che ancora può prendersi, dei viaggi che vorrebbe fare, partendo da Pisa per Sharm (“ma chissà se partiremo… beh il biglietto l’abbiamo fatto…”), passando dalla sua vita precedente, dalla sua donna orecedente, a quella attuale.

Pendolare per amore. Il pendolare per amore viaggia nel weekend e non nei giorni lavorativi. Va verso il piacere e lo lascia, va e lascia l’oasi di calore che si è ritagliato, a differenza del pendolare per lavoro, che fa il contrario, lascia il calore e ci ritorna. Il pendolare del cuore viaggia seguendolo, il cuore, viaggia nella passione, viaggia fino a che non pesa prendere quel treno, ma nel frattempo, fino a che non sentirà la fatica del viaggio, sarà il viaggio più leggero del mondo. Il pendolare per lavoro non ha voglia di parlare di sé. E’ su quel treno, ha una giornata di lavoro davanti, o l’ha appena lasciata, come sempre, ogni giorno uguale all’altro. Il pendolare del cuore invece sa che l’essere lì, su quel treno, in quel momento, ha un significato unico, unico tutte le volte che si ripete.

Faccio centinaia di km per una donna, vado da lei e penso alle mie ferie con lei e inevitabilmente è una vita di organizzazione, di orari, di mezzi di trasporto, è una vita di distanze colmate da internet, dall’iphone… Una vita in cui non potrò mai incontrarti nella pausa pranzo, o mandarti un sms per prendere un caffè con te mezzora dopo. Una vita in cui quel treno mi regala un’eccezione rispetto al quotidiano, uno spazio da costuire e un tempo da trovare.

Questo signore maturo parlava del suo viaggio con la tenerezza di un adolescente e con l’insicurezza di chi vive un amore appena nato e così lontano. Andrai a Sharm a gennaio, con le ferie rimaste e col biglietto scontatissimo che hai prenotato tempo fa, sull’onda dell’entusiasmo di un nuovo incontro? Mi immagino la tua compagna come più giovane, bella, e ammirata. Tu sei un uomo attraente e intelligente, comunicativo, ma hai paura di perderla. Vuoi ancora illuderti, sai che vale la pena fare 5 ore di viaggio per lei, hai ricevuto questo dono e vuoi onorarlo finché puoi. Sei stato sposato, sai che tutte le promesse possono andare in fumo, sai che tutto può crollare. Ma aspetti la sua chiamata, le mandi sms, pensi a lei (“oggi sono un po’ con la testa fra le nuvole, non leggo ma ascolto musica”), a voi, al senso di tutto questo.

I pendolari del cuore. Come me. Come questo signore, come la ragazza che ho incontrato una settimana fa. Su treni improbabili, vuoti, i treni del desiderio, della distanza, della malinconia, di una vita sdoppiata, il dovere in un luogo, il cuore altrove. E tutto l’amore del mondo ad annullare questa distanza. Sto arrivando a Pisa, mi alzo, stiamo per salutarci, squilla il tuo telefono e tu dici “ecco…”. E’ lei, che sta annullando i km che hai percorso da quando vi siete salutati. Ci salutiamo in fretta, buon viaggio, tra uno squillo di telefono e un altro. Buon viaggio. Scendo e penso: spero che ci andrete a Sharm. E penso: spero che andrò in Francia, quest’estate.

Spero che, per i pendolari del cuore, tutti questi km non diventino mai una distanza.

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Le nostalgie.

12 Settembre 2012 Nessun commento

Video importato

Stasera guidavo tra Pontedera e Pisa. Ero stata a trovare una persona che ho frequentato per un po’, dovevo restituirle una cosa che mi aveva prestato. Appena l’ho salutata, ho mandato un sms che diceva “Arrivo tra mezzora” e mi sono messa in strada, sbirciando la risposta “Ok. Ti aspetto”. Guidavo e pensavo, a te, che mi stai aspettando; a lei, che ho fatto andare via; ma anche a te, che ho sperato fossi la persona per me, e so che non lo sei; e ancora a te, ad un legame che è sopravvissuto per 15 anni, trasformandosi, approfondendosi ogni giorno; a te ancora, ti ho parlato dopo anni e anni, perché il lavoro è lavoro; e tu, che sei lontana e tu ancora, che mi hai distrutto e non riesco a perdonarti… E di nuovo a te, che sei sempre lì ad aspettare che torni e che ti chiami. Guidavo e pensavo, a me e alle persone che ho incontrato.

Allora ho alzato al massimo il cd di Fossati che ho nel lettore… “La costruzione di un amore, spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, se te ne rimane”, al massimo, “dietro una porta un po’ d’amore per quando non ci sarà tempo di fare l’amore, per quando farai portare via la mia sola fotografia”, più forte, e mi sentivo cantare “la costruzione dell’amore non ripaga del dolore, è come un altare di sabbia in riva al mare” e mi sentivo commuovermi fino alle lacrime. Una strada deserta, io che piango e canto, penso a tutto quello che è passato, penso a quello che ho lasciato di me, a quanto avete visto di me e a cosa avrei voluto lasciarvi. Penso a quanto, alla fine, siamo distanti.

 

“Alcuni conoscono bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci
io conosco le separazioni
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle io delle nostalgie.”

(Nazim Hikmet).

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