Piccoli egoismi quotidiani. Dal mio viaggio/1: Venezia.
Sono partita per un lungo viaggio. Mi porterà a Venezia, dove sono ora, poi a Ptuj, in Slovenia, poi mi sono regalata tre giorni di vacanza solitaria in Istria, con base a Pola, poi torno a Venezia, poi mi fermo a Reggio Emilia, poi sto qualche giorno tra le mie montagne e fra circa 18 giorni rimetto piede in Toscana. Sono tesa per la prima parte, in Slovenia devo parlare ad un convegno internazionale, ma felice perché faccio quello che mi piace di più fare: un viaggio in macchina, km dopo km, per vedere posti che non ho mai visto. E come sempre, per vedere me stessa.
Mentre viaggiavo, ieri, fra Pisa e Venezia, ripercorrevo con la mente gli ultimi giorni, bruttissimi, deludenti. Rendersi conto che una relazione non può esistere, è sempre triste. Ci sono cose che non possono essere ammesse, anche quando il tuo corpo e anche parte della tua testa vorrebbero passarci sopra. Ma quando si colpisce qualcosa di così profondo, non tocca nemmeno a testa o corpo o cuore rispondere… si reagisce seguendo un istinto quasi primitivo, primordiale, che si risveglia quando ci si avvicina a una zona intoccabile di noi.
E non può nemmeno essere ammesso di restare sei mesi senza stipendio, a 40 anni, quando è da 20 che si lavora per un istituto che semplicemente deve fare un bando e una selezione. Nel precariato l’efficienza burocratica è essenziale: se qualcosa si inceppa o si blocca, saltano mesi di stipendio. Quanto è umiliante doversi attaccare al telefono per risvegliare chi deve portare a regime un contratto? Quanto costa davvero la ricerca, in termini di dignità e di rispetto verso se stessi, quando si ha nel cassetto un contratto a tempo indeterminato?
Nel mio viaggio ho anche ripensato ad un episodio. Vado a stare 10 giorni dalla mia migliore amica a Londra, in giugno, per lavorare. Le scrivo via skype per fissare bene le date e lei mi dice che è molto sulle sue, di non offendermi se sarà poco presente, che forse dovrà correre in Italia etc etc… e io “nessun problema, lavorerò, sarò del tutto indipendente”. Poi la chat si chiude su altro. Ieri, guidando, pensavo a quanto sono stata egoista. E’ la mia più cara amica, mi sta dicendo che sarà un po’ assente mentre sarò a Londra. Il punto non è che non ho bisogno che sia presente. Il punto è che mi sta parlando di una sua difficoltà, del fatto che è sulle sue, mi sta descrivendo dei sintomi di un problema. E io? Dritta per la mia strada. Tesoro, tranquilla, sono indipendente. Non ho ascoltato lei, ho ascoltato me stessa.
Stasera le ho scritto. E mentre ragionavo su quanto accaduto, mi sono chiesta: quante volte non ascoltiamo? Quante volte pensiamo solo a quello che abbiamo chiesto noi, senza stare attenti a tutto quello che può stare in una risposta? Quante volte non sarò stata in grado di fare quella domanda in più, che avrebbe denotato attenzione? Sono una persona in eterna ricerca di risposte, di un linguaggio simile al mio, di qualcosa o qualcuno che mi illumini, che mi dia conforto o aiuto. Ma quanto sono disposta ad accogliere le risposte degli altri? Specie quando non contengono quello che voglio, o magari, come in questo caso, contengono qualcosa d’altro, che non mi riguarda?
In tutto questo, Venezia è una città incredibile. Non mi riesco mai ad abituare allo spettacolo del Ponte della Libertà: arrivi dall’autostrada, o in treno, circondata dal paesaggio urbano e all’improvviso sei circondato dall’acqua. Senza riferimenti, senza niente. Oggi ho preso il vaporetto alla Stazione e la faccia di chi esce dalla ferrovia, o arriva dai terminal verso Piazzale Roma è indescrivibile: stupore, meraviglia, incredulità. Venezia non la si può immaginare.. non c’è una foto che renda quello che è davvvero. E’ un sogno perenne, una fantasia. Non mi ci abituerò mai. E non accetterò mai di metterci così tanto a fare le cose semplici, come andare in biblioteca (45 min di vaporetto…) o attraversare un ponte (quello davanti al Ponte dei sospiri è impraticabile per via dei turisti). Una città con tempi e modi che non saranno mai miei. Eppure, una città incantata, dalla bellezza sconvolgente, quasi indicibile, tanto è affascinante.


La capo-coach mi dice: giovedi non ci alleniamo, ma ho bisogno di fare riunione. Vieni con O. che poi si mangia una pizza. Quindi stasera facciamo la riunione in palestra, poi via in pizzeria. Entriamo e la capo-coach dice al cameriere: voglio andare nella saletta di là. Il cameriere dice: non si può. E lei: perché? E lui: guarda tu perché… Apriamo la saletta e…. festa a sorpresa per il mio 40°!!! Con tutte le ragazze che alleno, piccole e grandi. Non mi era mai successo. Sono stata sconvolta per tutta la serata. C’era uno striscione alle pareti: una partita di basket dura 40 minuti + eventuali supplementari e lo striscione diceva:

Un anno fa avevo scritto un 

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