Piccoli egoismi quotidiani. Dal mio viaggio/1: Venezia.

12 Maggio 2012 Nessun commento

Sono partita per un lungo viaggio. Mi porterà a Venezia, dove sono ora, poi a Ptuj, in Slovenia, poi mi sono regalata tre giorni di vacanza solitaria in Istria, con base a Pola, poi torno a Venezia, poi mi fermo a Reggio Emilia, poi sto qualche giorno tra le mie montagne e fra circa 18 giorni rimetto piede in Toscana. Sono tesa per la prima parte, in Slovenia devo parlare ad un convegno internazionale, ma felice perché faccio quello che mi piace di più fare: un viaggio in macchina, km dopo km, per vedere posti che non ho mai visto. E come sempre, per vedere me stessa.

Mentre viaggiavo, ieri, fra Pisa e Venezia, ripercorrevo con la mente gli ultimi giorni, bruttissimi, deludenti. Rendersi conto che una relazione non può esistere, è sempre triste. Ci sono cose che non possono essere ammesse, anche quando il tuo corpo e anche parte della tua testa vorrebbero passarci sopra. Ma quando si colpisce qualcosa di così profondo, non tocca nemmeno a testa o corpo o cuore rispondere… si reagisce seguendo un istinto quasi primitivo, primordiale, che si risveglia quando ci si avvicina a una zona intoccabile di noi.

E non può nemmeno essere ammesso di restare sei mesi senza stipendio, a 40 anni, quando è da 20 che si lavora per un istituto che semplicemente deve fare un bando e una selezione. Nel precariato l’efficienza burocratica è essenziale: se qualcosa si inceppa o si blocca, saltano mesi di stipendio. Quanto è umiliante doversi attaccare al telefono per risvegliare chi deve portare a regime un contratto? Quanto costa davvero la ricerca, in termini di dignità e di rispetto verso se stessi, quando si ha nel cassetto un contratto a tempo indeterminato?

Nel mio viaggio ho anche ripensato ad un episodio. Vado a stare 10 giorni dalla mia migliore amica a Londra, in giugno, per lavorare. Le scrivo via skype per fissare bene le date e lei mi dice che è molto sulle sue, di non offendermi se sarà poco presente, che forse dovrà correre in Italia etc etc… e io “nessun problema, lavorerò, sarò del tutto indipendente”. Poi la chat si chiude su altro. Ieri, guidando, pensavo a quanto sono stata egoista. E’ la mia più cara amica, mi sta dicendo che sarà un po’ assente mentre sarò a Londra. Il punto non è che non ho bisogno che sia presente. Il punto è che mi sta parlando di una sua difficoltà, del fatto che è sulle sue, mi sta descrivendo dei sintomi di un problema. E io? Dritta per la mia strada. Tesoro, tranquilla, sono indipendente. Non ho ascoltato lei, ho ascoltato me stessa.

Stasera le ho scritto. E mentre ragionavo su quanto accaduto, mi sono chiesta: quante volte non ascoltiamo? Quante volte pensiamo solo a quello che abbiamo chiesto noi, senza stare attenti a tutto quello che può stare in una risposta? Quante volte non sarò stata in grado di fare quella domanda in più, che avrebbe denotato attenzione? Sono una persona in eterna ricerca di risposte, di un linguaggio simile al mio, di qualcosa o qualcuno che mi illumini, che mi dia conforto o aiuto. Ma quanto sono disposta ad accogliere le risposte degli altri? Specie quando non contengono quello che voglio, o magari, come in questo caso, contengono qualcosa d’altro, che non mi riguarda?

In tutto questo, Venezia è una città incredibile. Non mi riesco mai ad abituare allo spettacolo del Ponte della Libertà: arrivi dall’autostrada, o in treno, circondata dal paesaggio urbano e all’improvviso sei circondato dall’acqua. Senza riferimenti, senza niente. Oggi ho preso il vaporetto alla Stazione e la faccia di chi esce dalla ferrovia, o arriva dai terminal verso Piazzale Roma è indescrivibile: stupore, meraviglia, incredulità. Venezia non la si può immaginare.. non c’è una foto che renda quello che è davvvero. E’ un sogno perenne, una fantasia. Non mi ci abituerò mai. E non accetterò mai di metterci così tanto a fare le cose semplici, come andare in biblioteca (45 min di vaporetto…) o attraversare un ponte (quello davanti al Ponte dei sospiri è impraticabile per via dei turisti). Una città con tempi e modi che non saranno mai miei. Eppure, una città incantata, dalla bellezza sconvolgente, quasi indicibile, tanto è affascinante.

 

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L’orso ferito.

1 Maggio 2012 Nessun commento

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Oggi sono stata ferita per l’ultima volta. Chi mi ha ferito non esiste già più. Ma restano la ferita, il male, l’abisso che parole dette senza rispetto possono scatenare. Sono un orso e gli orsi feriti in genere si nascondono, furiosi, tra i boschi e le montagne. Ma non ci posso andare. Allora c’è un riparo invisibile e a volte evanescente, è quello degli affetti, di qualcosa che mi faccia sentire me stessa. Con le fragilità, innegabili, che sono parte scomoda di me, ma che proprio per essere parte di me non meritano di essere colpite con tanta violenza. Non potendo vagare per i miei adorati sentieri, non potendo correrci fino a non aver più fiato per la rabbia, sublimo tutto in un sms ad un’amica, mi sciolgo ascoltando la musica degli anni in cui ancora potevo sognare, mi metto a catalogare i miei disegni e scrivo… sperando, un giorno, che tutta questa fragilità diventi una forza e che il dolore che ho provato, il fatto di dover accettare e sopportare il peso di una vita che non è quella che voglio e di essere diventata una persona che fondamentalmente non si riconosce, che tutto questo, un giorno, possa davvero essermi utile. Sono diventata questa, senza neanche accorgermene. Un’altra da me stessa, come dice la canzone. Ma non mi fermo più. Un orso ferito fermo e atterrato è una preda. Un orso ferito che continua a muoversi incute paura. E rispetto.

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(L’ultima occasione per) la felicità.

10 Aprile 2012 Nessun commento

Per caso, navigando su internet, ho trovato due riflessioni sulla felicità. La prima, che condivido riga per riga, è di un giornalista che ammiro molto, Gabriele Romagnoli, e oltretutto prende spunto da una partita di basket, il derby-scudetto Fortitudo-Virtus Bologna. Vinse la Virtus con un canestro impossibile di Danilovic. Ne potrei elencare molte altre di partite così, di sconfitte così. Chi non ricorda il canestro a fil di sirena di Livorno contro Milano, annullato? Ma l’importante nell’articolo, è la metafora della sconfitta, di quell’unica, profonda, sconfitta. Quell’unica, irrimediabile perdita.

L’altra è una vignetta di Schulz. Che si commenta da sola.

 

 

L’ultima Occasione Per La Felicità (http://naviinbottiglia.gqitalia.it/2012/04/05/lultima-occasione-per-la-felicita/)

Scritto da Gabriele Romagnoli alle 01.04 — Senza categoria

A mezzanotte ho ricevuto un sms da parte di un amico che ha un blog su questo sito. Aveva letto il mio post su Barcellona Real e scriveva: “Anima in pace Gabriele, quel derby maledetto con la Virtus non ce lo faranno più rigiocare”.

Lo so, è esattamente di quello che stavo parlando, in realtà. Della finale scudetto Fortitudo Virtus, la partita che doveva riscattarci da tutto, da “Noi tredici scudetti, voi una vita da poveretti”. La quinta e ultima, con l’angelo che doveva scendere con la carrucola a consegnarci il primo scudo, io che avevo attraversato l’oceano per esserci, con il mio fantasma preferito e la necessità di essere felice e non sempre esserci e basta. E’ scritto nella storia come andò: canestro da quattro punti di Danilovic e addio.

C’è una sconfitta, in fondo a tutte le nostre vite, per la quale cerchiamo rivincite. Cambiamo nome agli avversari e a noi stessi, spostiamo i luoghi i tempi, le probabilità. Cresciamo, invecchiamo, ci affanniamo per poter rimediare a quella. Ma la partita di ritorno non c’è mai. Perchè conta solo quell’unica, irripetibile andata. Anche se ti riportano il Liverpool, due anni dopo, è a Istanbul che vorresti ri-vincere, non ad Atene. Non è la stessa cosa e non lo sarà mai. Non vuoi la gemella, vuoi l’unica che hai amato e perduto.

Per cui sì, amico mio, io non torno a Bologna, ho rinnegato la Fortitudo, girato il mondo salendo su altri spalti con altri colori, barattando la passione con una dosata anestesia mascherata da entusiasmo e se vado a Monaco sarà per tornare a un palasport di 15 anni fa, ma non sarà mai possibile, e anche in un mondo parallelo rivincerà sempre la Virtus e Danilovic segnerà un canestro da 4. Ma vedi c’è una cosa a cui nessuno può rassegnarsi o almeno non lo so fare io: non può essere stata l’ultima occasione per la felicità. Sennò che me ne faccio di tutta questa vita che mi cresce addosso?

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44 minuti. 7km e 45. 513 calorie.

28 Marzo 2012 1 commento

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In un episodio di Cold Case c’è una scena che mi è  rimasta molto impressa. Il detective Lilly Rush affianca un uomo di colore, alto e maturo, mentre corre su una pista di atletica. E gli chiede, perché corri? Da cosa fuggi? Sapendo che è colpevole. E lui corre, continua, fino a che le sue colpe non lo fermano.

Ho sempre amato correre, sin da quando ero piccolina. Preferibilmente al tramonto, quando non di sera. Mi ricordo che da adolescente, nonostante mi allenassi tantissimo con la pallacanestro, appena potevo uscivo e correvo, con un marsupio enorme che conteneva il walkman. Scomodissimo. Correvo per le strade attorno a casa, fino alla mia vecchia scuola media, un percorso urbano, di periferia, con le strade larghe, i parcheggi dove fare gli allunghi, qualche guardinetto pubblico per non stare sempre sull’asfalto. Lo ricordo ancora oggi metro per metro, anche se ormai quella zona in cui c’erano ancora strade non asfaltate è diventata un quartiere residenziale percepito ormai come di centro città. Correvo e correvo.

Ricordo l’unica volta in vita mia in cui ho avuto paura a correre. E’ stata una sera di un anno per me cruciale, il 1991. Avevo 19 anni e di pomeriggio ero andata a vedere Il silenzio degli innocenti. La sera uscii a correre. Ero rimasta impressionata dal film e mi ricordo che avevo paura di passare per gli angoli bui, quasi che ci dovessi trovare Hannibal Lecter. Anche ne Il silenzio degli innocenti, proprio all’inizio, l’agente Clarice Starling corre e si allena, in un bosco nebbioso e desolato. Corre per allenarsi, Clarice, o corre per fuggire dal grido degli agnelli innocenti? Corre per allontanarlo da sé? Corre verso il silenzio e la pace?

A casa mia da molti anni faccio un percorso diverso, in direzione delle colline. Ci torno tutte le volte e tutte le volte ritrovo un po’ di me stessa, i pensieri che lascio attaccati agli alberi, alle case, alle curve e ai segnali stradali. Lascio sempre nuove emozioni e nuove sensazioni. E poi le torno a trovare. E ne restituisco altre.

Ogni luogo importante della mia vita ha una sua corsa. A 19 anni mi sono trasferita qua a Pisa e ho subito cominciato a correre. C’è un bellissimo parco lungo l’Arno, che si chiama Le Piagge, che è perfetto, anche perché prosegue con un sentiero molto lungo, lontano dal traffico, che consente di correre per tanti km. Poi ci sono i Condotti di Asciano, un sentiero che corre lungo lo splendido acquedotto mediceo. Anche lì attorno ci sono molti sentieri secondari: è un percorso molto bello, che ho scoperto da poco. Alle Piagge ho corso innumerevoli volte, le sere in cui non avevo allenamento, o nei periodi di tregua cestistica, come l’estate. Ci sono stata anche lunedi.

Ci sono le corse di Londra, a Regent’s Park, un paradiso. E di Parigi, quando stavo a Fontenay-aux-Roses (c’era un lungo sentiero fino ad Antony, oppure andavo al parco di Sceaux), o al parco di Montsouris quando ho abitato a Boulevard Jourdan, o ancora lungo la Senna, quando stavo in pieno centro, nel quartiere universitario. A Roma, in campagna a Maccarese. All’isola del Giglio, ora purtroppo così famosa, sulla collina che porta a Castello… un panorama incredibile, a picco sul mare e soprattutto nella parte finale è un percorso tutto rivolto a ovest, quindi verso il tramonto. L’estate scorsa l’ho scoperto e da allora l’ho fatto quasi tutti i giorni. E’ massacrante, sono tanti km, salita  e discesa, ma è spettacolare.

E poi c’è la corsa più bella di tutte, quella tra le mie montagne. Un percorso faticosissimo e difficile, che però mi fa quasi commuovere per quanto è bello. In mezzo ai boschi, solo su sentieri, dove non si incontra quasi nessuno…è più facile vedere qualche capriolo, o un cinghialotto che magari ti taglia la strada. C’è una parte sul crinale tra Emilia e Toscana che leva il respiro, in tutti i sensi. Quella corsa è una delle cose più belle della mia vita.

Perché corro, da sempre? Mi piace, si. Sono sportiva, si, ma il basket mi basterebbe. Cos’è davvero la mia corsa? Quando non posso correre all’aperto, vado in palestra, sul tapis (e sullo step e sul vogatore, in quest’ordine). Non è la stessa cosa, ma è un buon surrogato. Proprio qualche giorno fa impostando il mio allenamento sul tapis, ho capito che rappresentavo qualcosa di non rappresentabile. I 44 minuti di durata, i 7 km e sgoccioli che faccio, sono una corsa interiore, che non ha tempo, né spazio. Perché in quel tempo e in quello spazio io copro una distanza che è incommensurabile. E’ la distanza che riporta a me, a quello che mi fa stare bene o male, alle ferite e alle gioie. E’ una corsa verso di me, verso quello che voglio realmente, verso quello che conta. Due anni fa, durante una corsa in montagna, ho capito che una persona di cui probabilmente ero innamorata, non mi avrebbe mai considerato. E l’ho sentito con una chiarezza incredibile, con la chiarezza che solo uno sforzo estremo può dare.

Cosa conta davvero per sopravvivere, per far battere il cuore, nonostante tutto? La mia corsa conduce lì, e attraversa gli anni, gli istanti, passa dalla mia casa natìa, da quella attuale e quando si ferma, è alle soglie della mia casa interiore. Allo spazio della mia casa interiore, che ancora non ho trovato. Ma arriva lì, dove sono io. Corro per questo. Perché è una cosa che posso fare da sola, nonostante tutto e tutti, e arrivo sempre dove voglio arrivare, a dove sono autenticamente, innegabilmente io, dove so che posso resistere.

Qualche anno fa mi diagnosticarono un problema al cuore. Ironicamente pensavo che realtà e metafora di “problemi di cuore” si erano finalmente congiunte. Il terrore più grande era di non poter correre più. Ma non fu così. Le analisi dicevano che, sotto sforzo, il mio cuore si placa. Ritrova il suo battito e il suo ritmo. Non c’era bisogno delle analisi. Lo sapevo che correndo, il mio cuore fisico si sarebbe ricongiunto col mio cuore astratto. Il sangue e l’amore. Realtà e metafora. L’identità del mio cuore è nella corsa, che cancella i “problemi” veri e astratti e lascia solo lui, il cuore. E con lui, io, nient’altro che io.

Il mio viaggio verso di te è finito. Io sono altrove. Torno, anzi corro, senza paura, a me stessa e alla mia vita.

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23 Marzo 2012 Nessun commento

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Esistono momenti in cui si è più fragili. Tanto più fragili. Stasera, per me, è uno di quei momenti.

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“Ho un cuore solo…”

20 Marzo 2012 Nessun commento

“… ed è già in mille pezzi”, dice un personaggio di un libro che ho amato molto, Vita, di Melania Mazzucco. Come dire, basta così, fai attenzione. Tu, fai attenzione. Ho compiuto quarant’anni, mi sono costruita una vita da single, la solitudine profonda mi spaventa, è vero, ma non mi spaventa stare da sola. E poi so anche che c’è qualcosa in me che non può più essere violato, né colpito. Per quanto possa risultare complicato, anormale, magari sgradevole, anche questo universo di mancanze, come diresti tu, deve essere, se non amato, almeno compreso. Perché se “manco” in qualcosa, forse c’è una ragione. Ora sono più forte e non ho paura dei distacchi. Nel libro “Il danno” si dice che chi ha subito un danno è pericoloso, sa di poter sopravvivere. Ecco. Sono pericolosa. So di poter sopravvivere senza luce, senza amore, senza nessuno, senza ossigeno, sul fondo del mare. Sopravvivo. Anche col cuore a pezzi. Hai colpito, ciecamente, dove non dovevi. Senza sapere, senza pensare. Non potrai sferrare un altro colpo, non te lo lascerò fare.

 

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Gioca bene i tuoi supplementari.

16 Marzo 2012 Nessun commento

La capo-coach mi dice: giovedi non ci alleniamo, ma ho bisogno di fare riunione. Vieni con O. che poi si mangia una pizza. Quindi stasera facciamo la riunione in palestra, poi via in pizzeria. Entriamo e la capo-coach dice al cameriere: voglio andare nella saletta di là. Il cameriere dice: non si può. E lei: perché? E lui: guarda tu perché… Apriamo la saletta e…. festa a sorpresa per il mio 40°!!! Con tutte le ragazze che alleno, piccole e grandi. Non mi era mai successo. Sono stata sconvolta per tutta la serata. C’era uno  striscione alle pareti: una partita di basket dura 40 minuti + eventuali supplementari e lo striscione diceva:

11.3.2012. La partita non finisce al 40′

e il biglietto di auguri lo completava:

gioca bene i tuoi supplementari.

L’ha pensato una ragazzina di 16 anni. Ha pensato di scrivermi: La partita non finisce al 40°, gioca bene i tuoi supplementari. Poi chiedetemi perché corro a destra e a manca pur di allenare. Perché non faccio una vita normale. Perché sopporto che chiunque frequenterò sbufferà davanti ai miei tempi impossibili e ai miei orari militari, magari pensando beh, non fa per me. Perché forse la mia produzione accademica è un po’ rallentata. Lo faccio per questo. Perché sono riuscita a far arrivare a una ragazzina di 16 anni qualcosa dello sport e di me, qualc osa che le ha fatto pensare una frase bellissima, che mi ha toccato il cuore.

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La casa che non c’è.

13 Marzo 2012 Nessun commento

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Succede sempre così. Sono tornata a casa per il mio compleanno, aspettandomi chissà cosa. Aspettandomi che il valore che davo a questo ritorno a casa fosse lo stesso che avrei riscontrato nelle persone che andavo a trovare. Ma la realtà, come sempre, è ben diversa. Ogni persona si è costruita una vita senza l’altra, questa è la storia di quella che è stata la mia famiglia. Dispersi tra tre città diverse, indipendenti e con più o meno nostalgia di quello che è stato. Io volevo andare a pranzo con mio babbo e mia mamma in un luogo che amo. Ma non si poteva, perché ci sono da gestire nuovi compagni e nuove mogli. Ma che c’è un vuoto da colmare, in tutto questo, lo sapevano entrambi i miei genitori e quindi il mio pranzo di compleanno sono diventati un pranzo e una cena, da famiglia allargata, con gli amici di famiglia di sempre da un lato, con parenti vecchi e nuovi dall’altro. Poi ognuno per conto suo. Anch’io, che in perenne ricerca di casa da vent’anni faccio la Cisa avanti e indietro e non la trovo né al di qua, né al di là di quel passo di montagna. Vado in Emilia pensando: torno a casa. Poi mi accorgo che quella non è casa, allora torno in Toscana pensando: torno a casa. Ma non è casa nemmeno questa, quella da cui sto scrivendo. E allora ci si chiede dove sia la propria casa, quella fatta di mattoni e cemento che è anche quella interiore, quella dove ci sentiamo amati per quello che siamo, o magari anche per il solo fatto di essere venuti al mondo, dove l’affetto e la cura escono dalle pareti e abitano i mobili, le porte, le entrate e le uscite. L’unica casa che ho è quella del cuore, che corrisponde a qualche decina di metri quadri in montagna. Ma è una seconda casa, di fatto e significativamente non è la casa che abito. Cerco una casa dove abitare, cerco qualcuno o qualcosa che renda questa casa la mia, o che mi faccia vedere un luogo dove io possa abitare. Forse chiedo troppo, forse ti chiedo troppo.

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Verso il quarantesimo.

8 Marzo 2012 Nessun commento

Martedi ho firmato un contratto a tempo indeterminato. Non so se lo userò mai, per ora posso sospenderlo e continuare a fare ricerca, ma questo lavoro di insegnante di italiano in un istituto della provincia di Lucca, istituto che conoscerò solo a luglio, ha cambiato qualcosa. Ho messo un punto. Qualsiasi cosa succeda, ho un lavoro. Non è il lavoro che vorrei, vorrei fare altro, ma è un lavoro. E se mai lo farò, sarà una sfida, una vita nuova da crearsi e immaginarsi. Rientrando alla macchina, martedi, ho allungato la strada. Sono salita sulle mura, ho fatto due passi. C’era una giornata tiepida, la luce calda del primo pomeriggio di una giornata di tardo inverno.

Mi sto inventando la mia maturità. Dall’alto delle mura, guardavo la città, ma in realtà guardavo me stessa, in un momento di pienezza. Un momento, rarissimo, di pienezza, regalatomi da una città bellissima e dal sole del primo martedi di marzo. Sto riempiendo quelli che saranno i prossimi anni. Comincio a disegnarli, a immaginarli, comincio ad averne gli strumenti.

Ti avrei voluta accanto, non potevi esserci. Ma forse è meglio così. Questa pienezza è la mia pienezza, quella che sto ritrovando prima di tutto senza nessuno. Quella passeggiata doveva essere fatta solo con i miei passi. Dovevo respirare quel pomeriggio da sola, perché in quel pomeriggio c’è la mia storia, che è ancora una storia senza di te.

Domenica compio 40 anni. Il 2012 mi è sempre sembrata una data remota. Ora ci siamo. E lo so, non è un compleanno come gli altri. E per la prima volta dopo secoli, lo festeggerò nella mia città di nascita, con i miei genitori. A 40 anni, torno a casa.

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27 Febbraio 2012 1 commento

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Non l’avevo mai fatto prima. Mi è arrivata una prova gratuita per tre giorni di un sito di incontri. Ogni tanto per curiosità mi ero iscritta ad altri siti, era stato carino, e così mi sono detta: dai, giochiamoci un po’, sentiamo nuove storie, nuove idee, immaginiamoci altre vite. E quindi eccomi a curiosare tra i profili, a chattare con una cuoca sarda, una segretaria di frosinone, un’impiegata di milano, etc., il tutto è divertente e simpatico. Guardo chi c’è della mia città, sono pochissime e una di loro ha un messaggio di presentazione molto vivace, che mi colpisce. Visita il mio profilo e cominciamo a chattare. Dalla chat a skype, all’email, alla foto per email, al cellulare, agli sms, alle chiamate notturne, al primo incontro, una settimana dopo, a casa mia, a cucinare una crostata. Il profumo della torta appena fatta, appunto.

Non l’avevo mai fatto. Ho incontrato una persona attraverso un sito di incontri. Senza aspettative, senza nessun secondo fine, per cambiare amicizie, per vedere un mondo un po’ diverso. E invece l’impensabile è accaduto, ci siamo piaciute immediatamente. E altrettanto immediatamente, ci siamo rese conto di essere due persone con niente in comune, dai mondi lontani, dalle storie personali che più diverse non si può. Ed è iniziato un viaggio, il mio viaggio, forse impossibile, verso il cuore di un’altra persona. Una persona di cui non posso prevedere nemmeno un pensiero, perché pensa in maniera diversissima dalla mia. Non posso immaginare cosa desidera, cosa la rende felice e cosa la fa soffrire, perché ha una sensibilità che non ha niente in comune con quanto ho conosciuto fino qua. Eppure qualcosa è inspiegabilmente iniziato. Sarà solo attrazione? Finirà nel momento in cui pubblico questo post? E la realtà che subito è piombata nel nostro incontro ci riporterà alla verità delle cose, al fatto che mai ci saremmo aspettate di sentirci vicine a persone come siamo?

Mi sto specchiando in un’altra persona, a 40 anni. Una persona che è arrivata subito al punto di me, mi ha vista senza storia, senza passato, e ha colpito esattamente là, dove sta il mio disagio. Senza il ragionamento strutturato delle donne accademiche che avevo incontrato in precedenza, ma arrivandoci col petto. Sono fragile e scoperta, lei colpisce e protegge allo stesso tempo.

Sto svolgendo il mio filo, che vorrebbe attaccarsi a te, legarmi a te. Potrei non trovare mai un appiglio, potrei svolgerlo invano. Potrei arrivare a te e capire che sei tu, e non la persona che volevo che fossi. Potremmo non conoscerci mai e non amarci mai. Eppure mai come in questo caso è importante il viaggio. Perché siamo due galassie lontane e il viaggio è lunghissimo, e sono sicura che se non arriveremo alle nostre rispettive galassie, arriveremo a noi stesse.

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Mai innamorarsi di un fiocco di neve.

2 Febbraio 2012 Nessun commento

I fiocchi di neve mi piacciono così, come stanno cominciando a cadere su Pisa stanotte. Timidi, leggeri, uno alla volta. Mi ricordo due anni fa, era ottobre e stavo a casa mia in montagna. Esco per chiudere la macchina e sento un puntino freddo sulla mia guancia. Era la prima neve dell’anno. Delicata, come a chiedere il permesso di scendere. E ora, sta arrivando proprio così. Non come la bufera di ieri notte no. Quella non è neve. La nevicata è silenziosa, soave. Lentamente, cambia i colori, i contorni delle cose, li altera come la nebbia, modifica quello che ci circonda come fanno i nostri pensieri e i nostri desideri. Ci ferma e ci fa riflettere. Sotto la neve di questi quattro anni tremendi, la mia vita sta cambiando per sempre. Non so se e quando spunterà un fiore, forse mai. Ma se si scioglierà questo dolce, inesorabile, gelido manto, quello che emergerà dal gelo non somiglierà mai più a quello che c’era prima della nevicata.

Ah, e non innamoratevi mai, come faccio io, di un fiocco di neve. Appena tocca terra, appena vi tocca, si scioglie. Scompare.

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Pixel life.

15 Gennaio 2012 1 commento

Un’innegabile conquista è guardare ogni nuovo giorno, apparentemente, senza passato. Sentire il peso dell’esperienza, della vita vissuta, ma allo stesso tempo sentire che davvero è tutto, meravigliosamente, alle spalle. Così, non si ha davanti altro, che il futuro, un futuro da scrivere, il proprio futuro. Ma è il tempo, questo, di guardare il futuro con un minimo, se non di fiducia, di curiosità? E chi sono io oggi, e con che occhi guardo al mio futuro? E c’è qualcosa che cerco?

Ho la fortuna di avere un’amica cara. La sono andata a trovare per l’ultimo dell’anno. Le ho descritto un po’ le mie ultime cose, quello che ho messo a fuoco di me, quello che la mia dottoressa mi dice. “Pixels” ha detto. “Pixel life”, anzi. La mia è una concezione puntiforme della vita. Ne vedo pochissima, vedo degli elementi minimi, magari riesco a concepirne il tutto, ma ciò che realmente brilla alla mia vista e ai miei occhi sono pochi pixels. Mi sono sempre concentrata su quelli.

Sono entrata nell’anno in cui ne compierò quaranta. E sono una persona forse equilibrata, compensata, autonoma, indipendente fino all’estremo, ma infelice. Sempre a scandagliare le tenebre del fondo del mare, un fondo inesplorato, in cui si sopravvive adattandosi a condizioni impossibili. Non c’è luce? Divento fluorescente io. O mi allargo gli occhi, fino a vederla. Esistono predatori tremendi? E io mi riempio di aculei. Vivo, sopravvivo, mi adatto, ci metto tutta me stessa. Brutti mostri sul fondo del mare, ma vado avanti. Paura, sul fondo del mare, paura, tanta, di un buio indecifrabile, ma nuoto. Lontano dalla luce, dalla riva, dalla superficie, continuamente. Ho fatto di questo habitat assurdo, il mio habitat.

E in questo fondo del mare i miei pixel hanno cominciato a sbiadire. Ho investito tanto su poche cose. Tantissimo. Non ho visto altro e guardato altro. A quarant’anni, sono infelice. Matura, affidabile, principi solidissimi, ma infelice. I sogni che inseguivo non si sono realizzati. Io stessa non mi sono realizzata. E quindi, era davvero giusto ridurre lo schermo della vita a tre o quattro pixel? Non potevo guardare meglio? Quindi non solo devo guardare ad un futuro che a livello personale e, ahimè, globale, non promette niente di buono, ma devo cambiare occhi. Cambiare luce. E se non riesco a vedere un’immagine, ma solo pixel, devo seguire altri pixel.

Non credo più a quello che ho sempre perseguito, per il semplice fatto che non mi ha dato ciò che speravo. E devo sempre adeguare la mia vita al buio, abisso dopo abisso, mostro dopo mostro.

In più, il tempo passa e si capiscono le cose. Non sono mai stata una persona sociale. In altre situazioni avrei detto di no ad un’uscita come questa, ma mi ha invitato una persona carina e volevo vedere facce nuove. Otto ragazze, tre coppie. Carine, simpatiche, niente di più. Un’infinita nostalgia nel vedere le coppie ridere e scherzare, la loro intimità, il modo in cui si parlano e guardano. Allo stesso tempo, e non è la prima volta, sento tutto questo infinitamente lontano. Vedo me stessa e gli altri, vedo che non ho le parole. Vedo tutto l’abisso che mi separa dagli altri e mi pare incolmabile. Inesplorabile.

Se vi saranno solo tenebre, abissi, o magari un po’ di luce, una superficie, una riva, facilmente sarà una riva solitaria. E tutto questo mi spaventa. Avrò paura, ne ho, e ne soffrirò più di ora. Ma andrò avanti. Con un pixel spento. La solitudine del cuore è uno dei mostri più pericolosi degli abissi. Vorrà dire che la mia corazza sarà più spessa, i miei aculei più appuntiti e sarà il mio cuore a battere per due. O per mille. Batterà per tenermi in vita e per tutto l’amore che ho desiderato, non ho avuto e non avrò.

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2012.

29 Dicembre 2011 2 commenti

Un anno fa avevo scritto un post in cui … descrivevo cosa sarebbe successo l’anno successivo. Un post al contrario, racconto quello che succede prima che sia successo. Un po’ come quel vecchio telefilm che cominciava con un gatto che portava al suo padrone il giornale del giorno dopo. Mi è venuto in mente e ho riguardato quello che avevo scritto. Cosa è successo e cosa no, in questo 2011? Vediamo.

 

Gennaio. Finisco un lavoro importante. E non vorrò mai più lavorare per il professore che me l’ha commissionato. Sono a dieta.

Non l’ho finito, il lavoro. Ma confermo di non volere più lavorare per il prof.

Febbraio. Lo passo quasi tutto a Londra, dove lavoro, vado in palestra, passeggio in gelide domeniche per regent’s park e mi godo primrose hill innevata. Sono a dieta.

Non c’era la neve su primrose hill. Per il resto, è andata esattamente così.

Marzo. Compio 39 anni. Con la mia squadra ci qualifichiamo ai playoff. Sono a dieta.

Esatto.

Aprile. Usciamo dai playoff. Apro la mia casa in montagna, finalmente. Recensioni dolciamare sul lavoro importante finito a gennaio. Sono a dieta.

Esatto, ma non avendo finito il lavoro, non sono uscite recensioni.

Maggio. Finisco il secondo lavoro importante. Inizia la stagione delle corse all’aperto, sono a dieta ma mi ritengo soddisfatta perché ho perso 5 kg.

Di kg ne ho persi 3. Non ho finito nemmeno il secondo lavoro. Ma corro.

Giugno. A giugno faccio una vacanza al mare da sola, all’isola del Giglio, mi riposo, sogno e scrivo.

Esatto

Luglio. Lavoro come una pazza e corro all’aperto. Nient’altro.

Esatto

Agosto. Non sto a Pisa: una settimana a Reggio e poi montagna, a lavorare sulle mie idee. Raccolgo funghi e mirtilli.

Esatto. Ma non lavoro sulle mie idee, piuttosto ho preso un lavoro impegnativo e anche lucroso.

Settembre. Alleno solo una squadra di ragazzine. Inizia una nuova stagione sportiva. Voglio cambiare lavoro.

No, faccio l’assistente allenatore a due gruppi, invece che il capo allenatore di uno.

Ottobre. Il mio mese preferito. Mi innamoro, follemente, dopo tanti anni. Ma non è una storia facile.

No. Ho incontrato una persona ma 1. non mi sono innamorata follemente 2. è fidanzata e non mi fila nemmeno di striscio

Novembre. Chiudo la casa in montagna salutando come sempre la mia nonna, che è sepolta lassù. Angoscia per la fine del mio contratto.

Esatto

Dicembre. Voglia di casa e di affetti. Finisce il mio contratto.

Forse non sarò ancora felice nel 2011.

Chiudevo così, e avevo ragione. Non sono stata felice nel 2011. Sono esistita, ho vissuto poco. Si, ho cambiato la macchina, ho fatto un concorso (perso), ho lavorato tanto, sono riuscita ad affittare bene la mia vecchia casa. Ma non sono accadute le cose importanti: lavoro e affetti. Niente è cambiato. In molte cose, però, ci ho preso, quindi riprovo: ecco il mio 2012:

Gennaio. Inizio dell’anno a Londra. Finisco il lavoro che dovevo finire un anno fa. Decisione solenne: il mio corpo cambierà per sempre. Lascio quello vecchio nel 2011. E prendo iphone.

Febbraio. Comincia il nuovo contratto. Lavoro. Alleno. Vado in palestra. Nient’altro. 

Marzo. Compio 40 anni. E non è una festa, mi segnano come non dovrebbero. Con la squadra di grandi, arriviamo prime nel nostro girone. Con le under, quinte.

Aprile. Arriviamo a un passo dalla promozione in a2. Finisce il campionato, apro la casa in montagna.

Maggio. Convegno in Slovenia. Una settimana a Roma. Mese bello e ricco. 

Giugno. Torno a sognare, da sola, all’isola del Giglio. Forse anche una decina di giorni.

Luglio.  Lavoro, tanto. E soffro per l’incertezza sul futuro. Un altro incontro senza seguito. 

Agosto. Salgo tra le mie montagne. Mi assegnano il posto a scuola, che sospendo fino a febbraio 2013. Ci sono le olimpiadi a Londra.

Settembre. Esce lavoro importante. Alleno una squadra da sola. Capisco che voglio cambiare le persone accanto a me.

Ottobre. Un concorso, che non cambia niente nell’immediato.

Novembre. Saluto le mie montagne. Vado in Inghilterra per lavoro.

Dicembre. Tante ansie per l’anno nuovo. Ma anche un corpo diverso.

 

Nel 2012 qualcosa di sostanziale cambierà. Non so cosa. Forse il mio corpo, forse me stessa. Posso cambiare le cose che dipendono da me. Rubo la citazione a Michela Marzano: ”Nell’attesa un rimedio: non aspettarti nulla, se non da te stessa” (Simone Weil). Non c’è proposito migliore, per questo 2012.

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Buon Natale

24 Dicembre 2011 1 commento

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La mia canzone di Natale preferita… è di Joni Mitchell, dall’album Blue. Questa è forse la miglior cover che abbia mai sentito, di Sarah McLachlan; è diventata una canzone ‘natalizia’ perché i primi accordi ricordano Jingle Bells e io l’adoro per il testo, malinconico e intimo, come sono per me questi giorni. Tanti auguri a tutti!

 

It’s coming on christmas
They’re cutting down trees
They’re putting up reindeer
And singing songs of joy and peace
Oh I wish I had a river
I could skate away on
But it don’t snow here
It stays pretty green
I’m going to make a lot of money
Then I’m going to quit this crazy scene
I wish I had a river
I could skate away on
I wish I had a river so long
I would teach my feet to fly
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I made my baby cry

He tried hard to help me
You know, he put me at ease
And he loved me so naughty
Made me weak in the knees
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I’m so hard to handle
I’m selfish and I’m sad
Now I’ve gone and lost the best baby
That I ever had
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I wish I had a river so long
I would teach my feet to fly
Oh I wish I had a river
I made my baby say goodbye

It’s coming on christmas
They’re cutting down trees
They’re putting up reindeer
And singing songs of joy and peace
I wish I had a river
I could skate away on

 

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…when you’re sure you’ve had enough with this life, to hang on.

22 Dicembre 2011 Nessun commento

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… poi arrivano queste giornate, in cui fa male tutto. Basta partecipare ad un concorso che sai di perdere. Bisognerebbe andarci con la faccia di bronzo e il cuore di pietra, parlare, dare il meglio di sé e poi tornare a casa comunque contenti. Invece fa male. Perché è come vedere una riva, si, ma una riva che si allontana. Una riva dove approdano altri, la riva dei propri sogni, terra di conquista altrui. Vorresti delle parole amiche. Bastano anche via internet. Ma un’amica è in viaggio, un’altra non è collegata e la ex-con-cui-sono-rimasta-in-buoni-rapporti è con la sua nuova fiamma. Una fiamma dell’incendio che c’è stato prima, durante e dopo di me. Pensi ai colleghi che ce l’hanno fatta e fa male. Cosa ho in meno? Pensi a una vita diversa. Pensi alle persone che ti sono piaciute e sai che una non ti fila e l’altra, ora, è via con la fidanzata. Un’altra è tra le braccia del marito. E la riva si allontana. Manca infinitamente la carezza della mano di mia nonna. E fa freddo, il freddo dell’acqua che mi circonda, che mi fa paura e che combatto con tutte le mie energie perché non mi risucchi nel suo vortice. Nuoto per restare a galla e per combattere la corrente. Ma in serate come questa è tutto inutile e la riva del gabbiano si allontana.

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