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Archivio Novembre 2005

Il paradosso dei diritti

26 Novembre 2005 21 commenti

Ieri mi sono trovata a discutere sul blog di Salvo di aborto e di consultori. Ho detto direttamente agli interessati, e lo ripeto qui, che è stato molto costruttivo confrontarmi con persone dalle opinioni diverse dalle mie, capaci di argomentarle ed esporle con garbo e chiarezza (tutti, ma in particolare lo stesso Salvo e Lorelei). La mia posizione, in sintesi, è che la proposta di introdurre personale cattolico (semplifico per intenderci) nei consultori pubblici costituisce un tentativo di interferenza tra due sfere che secondo me dovrebbero restare separate, il credo cristiano e la società civile. Naturalmente la discussione si ampliava all’aborto, e alla pillola abortiva: io sostengo la libertà di scelta delle donne, così come sancita dalla legge 194 e, aggiungo, se la pillola può costituire un modo meno invasivo dell’attuale per l’interruzione di gravidanza, non capisco perché non la si debba usare. Non credo che l’interruzione di gravidanza diventi improvvisamente una scelta facile, solo perché c’è una pillola. Non adottarla sarebbe come stabilire un’equivalenza tra la sofferenza psicologica di rinunciare ad un figlio, e la “sofferenza”, chiamiamola così, fisica di un intervento chirurgico, per quanto semplice. Come se una scelta difficile andasse per forza “pagata” sulla propria pelle. Anch’io mi offendo, se qualcuno mi ritiene, e ritiene credo la gran parte delle donne, talmente poco consapevole delle proprie scelte in materia sessuale da confondere la contraccezione con l’interruzione di gravidanza.

Dopo tutti questi articoli, risposte, precisazioni, riflessioni etc., ieri ho spento il computer piuttosto soddisfatta, per la ricchezza del dibattito cui avevo partecipato, convinta delle mie idee, rispettosa di quelle altrui e con una visione più ampia e articolata della faccenda. Col passare delle ore però, mi sono chiesta questo: ma di cosa ho veramente parlato, proprio io? Di interruzione di gravidanza? Di rinuncia ad un figlio, io, che lo vorrei sopra ogni altra cosa al mondo, e non posso averlo?

Cerco di non vedere il paradosso della mia posizione. Libertà, dico, libertà alle donne di rinunciare ad un figlio: si presuppone anche una libertà di averlo. Ma io, per lo Stato italiano, non posso. Abbiamo una legge che dà a tutte le donne la possibilità di rinunciare ad un figlio, per vie “innaturali”. Non abbiamo una legge che dà a tutte le donne la possibilità di averlo, per vie “innaturali”. Una donna che vuole rinunciare ad un figlio, non necessariamente deve avere una famiglia, un marito, un compagno, anzi magari può avere una compagna. Non fa differenza. Ma a me è proibito avere un figlio, prima di tutto, perché quel figlio non avrà il padre accanto a sé, ma, attenzione, non perché non avrà una famiglia, quella la potrebbe avere. Non posso nemmeno adottarlo, un figlio. Nemmeno se fossi single, ma etero, potrei ricorrere all’inseminazione o adottare. Come se “single” fosse una condizione permanente. Credo che lo sia meno di “gay”.

Mettere al mondo una creatura, o rinunciare a farlo, è una responsabilità enorme. Nel momento in cui dico che vorrei un figlio oltre ogni cosa, vuol dire che io, nel mio profondo, so che non lo metterei in una situazione di svantaggio rispetto ad altri bambini. So che crescerebbe bene. So che sarei una brava mamma, come lo sarebbe la mia compagna, sia che fosse un figlio adottivo, sia che non lo fosse. Mi sono documentata. Non so quanto fossero indipendenti le ricerche che ho letto, ma pare che i figli “omoparentali” crescano come gli altri. Di partenza, non sono svantaggiati. Quegli Stati dove l’inseminazione e l’adozione per i gay sono possibili, non hanno condannato all’infelicità migliaia di bambini.

Ma, questo a parte: soffro del fatto che un mio sentimento profondo, “naturale” nel senso più pieno della parola, ovvero che fa parte della mia natura, non mi sia riconosciuto. E lo avverto con un’intensità tale, questo sentimento, che sospetto sia qualcosa di genuino, di vero, di giusto, e che faccia parte di me come di tutte le donne, etero o no. Sospetto che come mi si garantisce il diritto a non avere un figlio, mi si dovrebbe garantire anche di averlo. Se la “meccanicità” e l’”innaturalezza” del procedimento è ammessa in un caso, lo dev’essere anche nell’altro. La responsabilità è, nell’un caso e nell’altro, mia. Lo Stato invece la riconosce in un caso, la nega nell’altro. Accorda alle donne, nel primo caso, la scelta di non avere figli; sceglie lui che non debbano essere messi al mondo, nell’altro.

Quindi ecco il paradosso: nello spettro di possibilità ammesse per una donna, parlando di maternità, ce ne sono di più per chi nega una vita, che per chi la desidera.

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L’insopportabile violenza

25 Novembre 2005 13 commenti

E’ inutile, non ci riesco. Ogni singolo episodio di violenza sulle donne mi fa star male, male fisicamente. Ogni violenza dovrebbe farlo, lo so, ogni problema di questa società e del mondo, ma lo confesso, gli abusi sulle donne sono qualcosa con cui non riesco a convivere. E non parlo solo di crimini sessuali, parlo di violenza tout court. E’ di ieri l’altro la notizia di una donna assassinata a Biella, da colui che l’aveva stuprata anni prima. Tutti sapevano che l’avrebbe fatto. Stamattina ho letto di una donna a Pontedera, cui hanno sparato davanti a sua figlia. Qualche tempo fa nella mia città d’origine, durante una rapina in villa, già che c’erano, i ladri hanno anche pensato ad abusare della donna, mentre stringeva sua figlia, per proteggerla. E via così, ogni volta, ogni giorno.E se non è un episodio di cronaca, è un burqa, se non è uno stupro, è l’infibulazione a ricordarmi che in ogni continente, in ogni religione, in ogni parte di questo mondo non vi è un luogo dove le donne non siano oggetto di un qualche sopruso.
Voglio sapere dove è cominciato tutto. Per favore che nessuno mi parli di Adamo ed Eva. Voglio sapere per quale motivo fondamentale alle donne in qualche modo si deve fare sempre una violenza. Facile dire – e comunque andrebbe spiegato – che le donne sono ritenute esseri inferiori, più deboli etc., non è questo, perché non necessariamente implica fare violenza. La donna è un essere cui si fa male. Vuoi troncare una relazione? Io no, ti riempio di botte e vediamo se cambi idea. Voglio fare sesso con te, lo faccio, che tu voglia o no. Che qualcuno mi spieghi dove nasce tutto questo accanimento contro le donne. Proibito citare episodi contrari, di abusi subiti dagli uomini da parte delle donne. Percentualmente, sono pochissimi, lo sappiamo tutti. Quanti persecutori ci sono, per una Lynndie England a Abu Ghraib?
Uno dei criteri principali per valutare lo sviluppo di uno Stato è considerare la condizione femminile. Il punto di partenza è che la condizione femminile è zero, più sviluppo = più partecipazione delle donne alla società. Quella maschile, ovunque, è 10, e 10 rimane, non indica niente. La condizione maschile è uguale ovunque. La parità tra i sessi, tuttora pura utopia, è sempre un punto di arrivo. Non voglio fare un discorso contro gli uomini, perché non ho niente contro il genere maschile. Semplicemente, non capisco perché ci debba essere, sempre ed ovunque, tanta disparità, e soprattutto tanta disparità a livello criminale, violento. Certo, il maschilismo diffuso che caratterizza la nostra società e che tocco con mano ogni giorno nel mio ambiente (trovatemi un Rettore di Università donna, solo per fare un esempio) mi dà fastidio, ma la violenza è un’altra cosa.
Peggioro con gli anni. Una volta una mia amica mi ha detto: Non riesco più a vedere film con delle scene di violenza sulle donne. Non ci riesco più nemmeno io. Credevo di poter esorcizzare in qualche modo questo disagio che provo, oppure credevo, leggendo e rileggendo i giornali, informandomi, studiando, di poterlo razionalizzare, ed invece mi tocca alzare bandiera bianca, anzi, ogni episodio mi fa sempre più male. Non ce la farò mai. Sicuramente ho anche paura, una paura grandissima perché deriva da qualcosa di oscuro, che non riesco ad afferrare in nessun modo, ma forse più di tutto c’è in me la rabbia di vedere un mondo così, globalizzato in poche cose come in questa, la violenza sulle donne, nel 2005 come sempre.

Buzzer beat!

22 Novembre 2005 6 commenti


Se dico “buzzer beat” forse qualcuno penserà ad un ballo, ad uno stile musicale, o a una sveglia. Ma forse tutti gli appassionati di basket riconosceranno in queste due parole il sogno di ogni giocatore e di ogni spettatore. Poche volte trovo le lingue anglosassoni più efficaci della nostra, una di queste è quando si tratta di descrivere le azioni dello sport. “Buzzer beat” suona molto più sensazionale di “canestro sulla sirena”. Perché è di questo che si parla.
Ogni buzzer beat dà una certa soddisfazione, ma vogliamo mettere la differenza tra un tiro sulla sirena quando sei agevolmente sopra di venti, o malinconicamente già sconfitto, o quando stanno semplicemente scadendo i 24 secondi, o il primo quarto e quel tiro, quell’unico tiro, che in un secondo o poco più cambia l’esito della tua partita? Magari del tuo campionato? E poi c’è secondo me il massimo dei massimi, ovvero il buzzer beat da tre punti, da 6,25 metri e indietro. Metterei la firma su qualsiasi tiro, anche un tap-in da sotto, che mi facesse vincere, ma non c’è spettacolo più grande di vedere il tiro di una squadra sotto di due punti che parte prima della sirena, il pallone si alza mentre tutti trattengono il fiato, la sirena suona, ed un attimo dopo… canestro! Vittoria di uno. E’ il massimo, della felicità e della delusione.
Ho visto tanti buzzer beat ma solo alcuni sono memorabili. Ho visto Reggio Emilia salvarsi per un buzzer beat da tre da metacampo, mio padre piangeva di gioia. Io ho fatto perdere la mia squadra per un buzzer beat a Perugia, secoli fa: sei secondi dalla fine, sono in lunetta, più uno. Segno un libero su due, io, la specialista. Più due. Le avversarie prendono il rimbalzo e danno palla alla loro tiratrice che poco dopo la metacampo fa partire la sua bomba… mi ricordo ancora il pallone che si alza, la sirena che suona, e la retina che si muove. Meno uno, partita finita. Mi sono ripresa dopo un mese. Avessi segnato tutti e due i liberi, era almeno supplementare o magari chissà, non avrebbe segnato… e invece no. Per fortuna ho fatto anche vincere la mia squadra con un buzzer beat, l’anno scorso: sotto di due, dieci secondi dalla fine, contro la difesa a zona, play passa all’ala, che ripassa al play, che passa all’altra guardia, che passa a me, due secondi, io tiro, uno, sirena, canestro. Più uno, per la disperazione delle povere savonesi. Io avrei potuto giocare altre venti partite, non sentivo più niente.
Il buzzer beat (da due) negato a Forti dell’Enichem Livorno nella gara 5 della finale scudetto del 1988 contro la Tracer Milano ha segnato un’intera generazione di cittadini labronici. Il sogno di Livorno infranto per un niente. Fu l’unica volta in cui la Domenica Sportiva dedicò un’intera moviola al basket. Si dimostrò che il canestro non era valido, avevano ragione gli arbitri. A quell’azione di Andrea Forti, vista e rivista mille volte in televisione da ragazzina, ripenso tutte le volte in cui entro a giocare al Pala Allende di Livorno.

Il buzzer beat è il brivido della sorte, che può cambiare in un secondo: nel breve arco disegnato dal pallone, scorrono tutte le possibilità, è un attimo in cui ogni verdetto è sospeso, la bilancia è in perfetto equilibrio, il tempo si ferma, quasi a trattenere le emozioni, prima che esplodano.

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Rivoglio la Democrazia Cristiana

21 Novembre 2005 3 commenti

Qualche giorno fa la mia compagna mi ha illuminato. Ha detto: è inutile, il nostro è un Paese in cui la Democrazia Cristiana ci deve essere. Ed ha perfettamente ragione: la tradizione dell’Italia, che ci piaccia o no, non porta assolutamente ad un bipolarismo sinistra/destra. Non siamo l’Inghilterra, che ha una tradizione parlamentare di 400 anni. Una reale opposizione ideologica tra i due schieramenti è avvenuta in Italia solo a livello estremo, radicale. L’Italia è un Paese dove la religione ha un peso enorme, e lo ha avuto nel modellare la nostra società e le nostre coscienze. Ha quasi “diritto” di fare politica, il mondo cattolico, ed è qui il punto. Sarebbe meglio che la facesse, attraverso un vero “braccio” politico.
Da quando non esiste una forza politica cattolica, ma esistono solo orientamenti cattolici a destra e sinistra, la Chiesa ha avuto un’ingerenza costante nella vita civile italiana. Fa politica senza filtri, e viene seguita da destra e da sinistra, perché naturalmente nessuno dei due schieramenti può permettersi di perdere il voto dei cattolici. E più si avvicinano le scadenze elettorali, più la Conferenza episcopale fa sentire la sua voce. Su tutto. Che c’entra la devolution con la religione? La Chiesa “lascia libertà di voto” al prossimo referendum, che seguirà l’approvazione della legge, dice Ruini. Lascia libertà di voto, la Chiesa? E’ una forza politica? E’ un partito? La CEI si comporta da forza politica a tutto tondo, comincia anche ad assumerne i modi (le “pallottole di carta” di Ruini), e ad intervenire su questioni che non sono direttamente o indirettamente confessionali.
Allora, ridatemi la DC, così almeno la CEI e lo stesso Ratzinger (non riesco a chiamarlo papa) devono passare attraverso un filtro politico per esprimere tutte le loro idee sulla società. E non ci tocca vedere tutti gli schieramenti dividersi su problemi fondamentali delle persone, e gli elettori seguire non la propria coscienza, ma le invettive di Ruini che, va detto, sono molto più efficaci senza lo schermo del democristiano di turno. Mai come in questo momento i rapporti di Stato e Chiesa sono diventati una questione politica. Ma attenzione: solo una piccola forza (Boselli) tende ad interpretare il problema proponendo una revisione del Concordato. Il vero problema dei partiti maggiori è quello di plasmare la propria politica per non perdere voti. La Chiesa sarà l’ago della bilancia delle prossime elezioni, sarà una forza che formalmente non esiste, ma che avrà un peso fondamentale.
Ridatemi la DC, così mi tolgo il pensiero dei cattolici. In fondo è giusto che abbiano un ruolo nel nostro parlamento. Almeno abbiamo qualche speranza di diventare uno stato laico, perché avremo condotto l’invincibile forza della CEI nei binari politici, ed in questo modo potrà anche essere superata o sconfitta. Adesso invece, la Chiesa può esercitare una pressione morale enorme, perché non può essere messa in discussione con gli strumenti della vita civile, né qualcuno vorrà davvero farlo, dato che il referendum sulla procreazione ha dimostrato quanto siano seguite le sue direttive. Ridatemi la DC, così almeno per non far vincere Berlusconi, posso non votare per Prodi e Rutelli.

Bird York e Crash, musica e film

18 Novembre 2005 Commenti chiusi

Ho visto il film Crash di Paul Haggis, opera prima da regista di uno sceneggiatore affermato (Million Dollar Baby). Sarebbe difficile raccontare la trama di quest’opera corale, in cui si incontrano e appunto scontrano varie vicende, incentrate sul tema della difficile integrazione fra razze diverse in America: quello che rende molto bello il film è il ritmo incalzante, per una storia che “dura” 36 ore, l’intreccio ed anche la regia, per come sono diretti gli attori. Nel cast ci sono Sandra Bullock, Matt Dillon, Brendan Fraser e molti altri, tutti decisamente bravi. La colonna sonora è di Mark Isham, uno dei componenti degli indimenticabili Japan di David Sylvian. C’è anche qualche canzone famosa, come Maybe Tomorrow degli Stereophonics, che chiude il film.

Ebbene, proprio all’inizio dell’ultima scena parte una canzone che mi ha molto emozionato e credo sia difficile da ignorare per chi vedrà la pellicola. Lenta e notturna come la sequenza che accompagna, è cantata da una voce femminile calda, profonda e sexy. L’autrice è Bird York, al secolo Kathleen York, che fino a ieri per me era una perfetta sconosciuta e dalla cui voce non riesco più a staccarmi. La canzone si intitola “In the deep” ed è contenuta oltre che nella colonna sonora del film, anche nel suo ultimo album “The velvet hour”, il secondo dopo quello d’esordio, omonimo. E’ autrice anche di altre canzoni originali per serie tv tra cui sono note in Italia “Everwood” e “Nip & Tuck”.

Cercando bene però si scopre che Kathleen ha una doppia vita: è difatti anche attrice con molti film (non conosciutissimi) all’attivo, per il cinema e la tv, e diverse partecipazioni a telefilm, tra cui “The Practice” e “The Sentinel”. Si può vedere anche in “Crash”: è l’agente bianca, compagna di uno dei protagonisti, anch’egli agente, di colore.

“In the deep” e la voce di Bird York non si addicono molto al giorno. Abbandonatevi a questa musica di notte, e lasciatevi trasportare dalle sue note da sogno.

Riferimenti: Sito di Bird York (in sottofondo le sue canzoni)

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Il mio cuore e il luminare

15 Novembre 2005 2 commenti

In momenti come questo, ripenso a quando finii da un luminare della cardiologia. Accade che tutte le volte alla visita per l’idoneità alla pratica sportiva agonistica, mi trovano delle extrasistole e mi ordinano uno o più esami. Li faccio, alla fine i medici sportivi non trovano niente di strano, mi dicono che posso fare attività, io gioco il mio campionato e l’anno dopo siamo daccapo. Un anno fu peggio del solito, e finii dal superprofessore. Non so quanti esami mi fece fare, non li ricordo più, ma furono tantissimi.
Poi mi convocò per il responso finale. Io andai, e lui mi disse: “Signorina, sono molto contento. Lei non ha nulla. Dagli esami che abbiamo fatto risulta che il suo cuore funziona benissimo, lei non corre alcun rischio. Le sue extrasistole derivano da fattori non fisiologici, ma psicologici”. Sono sana come un pesce. Devo essere contenta, come lo era il professore. La sua parola mette fine ad ogni preoccupazione sulla mia salute. E comincia allora il resto.
Il resto sono quei minuti come questi, in cui alzo lo sguardo dal mio lavoro, e sento un vuoto nel petto, un vuoto vero, perché il cuore batte all’impazzata. Ma sto bene, sana come un pesce, anzi no, non sto bene. “Fattori psicologici”. Sono io che non funziono. E’ la mia testa che ogni tanto si scollega, sono io che smetto di pensare a qualcosa, comincio a guardare a me stessa, e non capisco più niente. Come quando la sera non riesco a dormire, o come quando mi sveglio la mattina e non voglio per nessun motivo alzarmi dal letto.
Fammi un’altra analisi, mio luminare e dimmi che è una malformazione da qualche parte che manda il mio cuore fuori giri. Dimmi che non sono io, che guardo la mia vita e la vedo improvvisamente vuota, non conclusa in niente, senza un punto fermo, senza un’idea… dimmi che non sono io a far saltare il cuore perché ho paura di essere su una strada sbagliata, dove non posso arrivare da nessuna parte, mentre piano piano tutti quelli che mi sono accanto trovano un loro posto… e dimmi che non sono io, a pensare che tanta sofferenza per una specie di identità, tanta fatica per inseguire il lavoro che voglio alla fine non mi abbiano lasciato che questo, una debolezza insopportabile, a 33 anni.
La verità è questa: quando sento il mio cuore andare per conto suo e la realtà che mi circonda mi appare evanescente, ingannevole, vorrei una medicina. Una pasticca. Una cura. Invece no, tocca sempre a me riattaccarmi a questo mondo e allora volta per volta, a tentoni, cerco qualcosa di vero e di puro, un’emozione intatta, una piccola bellezza, come il sonno immacolato del mio gatto, i fiori, rigogliosi e curati, della mia vicina di casa, il sorriso della persona che amo, le parole di una canzone che dicono che ci sarà una poesia anche per me. E tutto riprende piano piano il suo corso, il cuore si calma, posso alzarmi da letto o riaddormentarmi, posso prendere il telefono e chiamare qualcuno, posso uscire di casa, salutare la vicina, cominciare a lavorare, leggere, scrivere, e finalmente dimenticare il responso, ineccepibile, del luminare.

Ma ci sarà, poi, questa poesia? Di certo, quando verrà, la saprò riconoscere.

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Super Amélie!

14 Novembre 2005 Commenti chiusi


Alla fine ce l’ha fatta! Amélie Mauresmo ha conquistato il primo titolo veramente importante della sua carriera, il Masters (torneo di chiusura della stagione tennistica, riservato alle prime 8 giocatrici del mondo). A Los Angeles ha battuto Mary Pierce 5-7 7-6 6-4 in un match tiratissimo, durato più di tre ore, che è stato definito uno dei migliori incontri dell’anno, se non il migliore. Prima francese nella storia a vincere questo torneo, Amélie sarà anche contenta del premio in denaro, di 1 milione di dollari. Per una volta aggressiva e concentrata lungo tutto il match, Amélie ha saputo soffrire, andando in svantaggio nel primo set, e recuperare, grazie ad un tennis di ottimo livello e ad una freschezza atletica superiore a quella della Pierce – che comunque ha lottato fino all’ultima palla, nonostante i suoi 31 anni, cinque in più dell’avversaria.
Amélie a fine gara:”E’ la vittoria più importante, ovviamente, e per me costituisce uno dei momenti migliori e più emozionanti… E’ una sensazione bellissima, ed è stato un match così lungo. Ho aspettato così tanto questo momento!… E’ sicuramente un passo importante per me, non so dove mi porterà, ma è davvero grande quello che sono riuscita a fare oggi”.
Mary:”Ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità, ho dato il massimo. Lei era molto motivata in campo, oggi. Lo vedevo. Voleva questa vittoria. Ha giocato sicuramente molto meglio di quanto non avesse fatto due giorni fa, quando l’avevo battuta. Credo che sapesse che avrebbe dovuto giocare molto bene ed essere aggressiva per battermi, e l’ha fatto”.

Per Amélie forse è arrivato il momento di svolta per una carriera in cui ha raccolto ancora poco rispetto al suo grande talento; Mary chiude la stagione tra le prime cinque del mondo, ed è un risultato strepitoso per un’atleta che nell’aprile 2002, a 28 anni era al n. 295. Buone vacanze a entrambe.
Riferimenti: Il sito di Amélie Mauresmo

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Finale tutta francese al WTA Masters di Los Angeles!

13 Novembre 2005 Commenti chiusi


Per concludere degnamente la pagina filofrancese: a sorpresa nei Masters femminili di Los Angeles ci sarà una finale tutta transalpina. Si affronteranno Mary Pierce e Amélie Mauresmo: la prima in semifinale ha battuto Lindsay Davenport 7-6 7-6, la seconda ha regolato Maria Sharapova per 7-6 6-3. Nessuna francese ha mai vinto il Masters: comunque vada, sarà un risultato storico.
Dei due risultati è molto più sorprendente il secondo: la Pierce è in forma strepitosa e la sua distanza dalla Davenport non era così grande come quella tra le due contendenti della seconda semifinale. La Sharapova non ha la tecnica della Mauresmo, ma è molto più forte mentalmente, specie nei momenti importanti; l’altra invece è limitata da un carattere non proprio di ferro, che ha fatto spesso la differenza in suo sfavore.
Io sono in grande conflitto di interessi per la finale: ho avuto la fortuna di vedere la Pierce questa primavera agli open di Roma nella (bella) partita persa agli ottavi con la Sharapova, ed è stato un vero piacere, perché gioca bene, con intelligenza, ed è sorretta da una grande condizione. In campo è quasi indisponente per quanto è agonisticamente furba e cattiva. E’ anche l’ultima rimasta, ad alti livelli, di una generazione di tenniste cui, per motivi anagrafici, sono affezionata. Sarebbe una grande vittoria per lei, dopo due finali perse di slam quest’anno, a Parigi e New York.
Ammiro Amélie per il suo grande talento, per il coraggio fuori dal campo (per chi non lo sapesse, è una delle pochissime tenniste ad aver parlato subito, diventata pro, apertamente della propria omosessualità e a parlarne tuttora senza timori per eventuali conseguenze) e la sua debolezza agonistica in fondo la rende un po’ più umana di tanti altri sportivi dotati di killer instinct; il problema è che tifare per lei è un po’ come tifare per l’Inter…
Per entrambe (insieme nella foto), sarebbe una delle vittorie più prestigiose in carriera. A domani il verdetto del campo: il pronostico dovrebbe pendere verso Mary, che ha già battuto Amélie in questi Masters, e che è mentalmente più forte.

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Parigi, 12.11.2005

13 Novembre 2005 4 commenti

Sono stata quattro giorni a Parigi per lavoro. Potevo probabilmente scegliere un momento migliore per andarci, ma il fatto è che scelta, in realtà non l’avevo. Ebbene, fino a stamattina alle 12 in città non c’era alcun segno di quello che succedeva nelle banlieues, fortunatamente per me, ma sfortunatamente per Parigi.
E’ assolutamente vero: ci sono zone di Parigi dove l’integrazione esiste, ed è profonda. Nel X arrondissement è pieno di parrucchieri afro, di negozi di cose esotiche e tutto il quartiere è abitato da persone immigrate, che lavorano, sono integrate ma allo stesso tempo costituiscono una comunità ben identificabile. Ci sono altre zone di Parigi, dove c’è, semplicemente, da aver paura. A St. Denis, c’è la chiesa, bellissima; c’è lo stadio, avveniristico; e poi? Emarginazione.
La città vive di una vita sua, chi è dentro è dentro, chi è fuori, è fuori da Parigi e da tutto. La periferia è attaccata alla città solo a pezzi: la zona più vicina all’aeroporto di Orly per esempio è più residenziale: sobborghi come Sceaux, Bourg la Reine, Fontenay aux Roses (dove ho vissuto per sei mesi) accolgono studenti, o cittadini parigini che invece di un appartamento di due stanze sui grands boulevards preferiscono una casina su due piani ed un giardinetto. Sei a mezzora da Parigi, ma sei in città.
Altre zone, tra cui quelle “insorte”, sono altrettanto distanti dal centro, ma ne sono lontanissime.
Ebbene tutto questo è vero, ma non facciamo confusione. La Francia in generale resta un Paese di diritti. Un Paese dove la partecipazione alla vita pubblica è altissima, dove lo Stato, dal centro fino alle amministrazioni locali, cerca di essere il più vicino possibile alla gente. Ed è anche un Paese in cui gli immigrati riescono ad integrarsi molto più che altrove. Certo, l’emarginazione è un problema della Francia come di altri Paesi, ma non è che lì si lavori peggio, anzi. Una manifestazione così clamorosa di disagio deve sicuramente far riflettere, ma attenzione, non guardiamo mai la Francia dall’alto in basso a proposito di diritti e di civiltà, perché non possiamo permettercelo. Andare in Francia significa respirare un’aria diversa, c’è una maturità a livello civile che noi possiamo solo immaginare, c’è una consapevolezza della propria identità nazionale e culturale che, miracolosamente, non ha mai portato ad una chiusura verso le diversità, ma piuttosto al suo contrario.
Ero là per il referendum sulla costituzione europea. La gente aveva ricevuto il testo a casa e giuro che ne parlava ovunque: in metro, per strada, ed i dibattiti in tv erano veramente un confronto aperto e costruttivo sui singoli punti. Per strada, manifesti fatti dalle amministrazioni che dicevano: scrivete una pagina di storia, andate a votare. Punto. Di astensione, nessuno parlava.
Tra parentesi: chi può vedere la tv francese in Italia avrà notato che i programmi sono esattamente gli stessi: i reality, le scatole, Chi vuol esser milionario, i telefilm etc., ma sfido chiunque a trovarmi una pubblicità con un culo in primo piano, o le quattro stelline, quattro paperelle…
Potrò sembrare provinciale, o filofrancese. Non importa: bisogna ricordare sempre, anche in un momento come questo, che si tratta di uno Stato molto più evoluto del nostro sotto ogni punto di vista, integrazione compresa ed anzi, per molti versi, da prendere a modello.

Un consiglio: se qualcuno ha occasione di andare a Parigi, non si perda la mostra fotografica di Salgado alla Bibliothèque Nationale nella sede di Rue de Richelieu. E’ l’anno del Brasile, in Francia: ci sono poesie brasiliane nei metro, manifesti con foto e storie dalle favelas, mostre di artisti di quel Paese. L’Italia, che ha la più alta cultura del mondo, che non teme confronti con nessuno, Francia inclusa, faticherebbe a concepire una cosa del genere, sia come iniziativa, sia come modi di comunicarla. Con questo, non cambierei mai la mia cultura con quella francese. Farei solo cambio, se potessi, col modo di pensarla.

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L’autunno, io e lei

6 Novembre 2005 6 commenti

E’ questo che amo dell’autunno, una sera così. Fuori piove e non abbiamo voglia di uscire. Allora prima di vederci facciamo una piccola spesa, poi andiamo a casa sua, cuciniamo, e il profumo della cena riempie la stanza. Accendiamo la televisione e commentiamo il telefilm, mentre mangiamo, e poi guardiamo un dvd. C’è un temporale tremendo, c’è un continuo baluginare di lampi e violenti sono gli scrosci d’acqua, ma non ci preoccupano né ci disturbano, anzi fanno sentire più forte la nostra intimità. Non ci preoccupa niente, perché ci teniamo la mano, i nostri cuori di nuovo aperti, i pensieri di nuovo vicini. Ridiamo di noi e del film. Poi restituiamo il dvd, buttiamo gli avanzi e ci separiamo: il temporale è finito, l’aria è pulita, profumata di foglie bagnate e c’è un leggero tocco di fresco sul mio volto. Addosso, sento il piacere degli abiti pesanti. Dentro, il tepore di un sentimento ritrovato, come quello di una casa riscaldata e protetta da un focolare acceso, in una sera d’autunno.

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Gay in America, oggi

6 Novembre 2005 Commenti chiusi

Sintetizzo due articoli apparsi a distanza di pochissime ore su Repubblica.it di oggi. Visto che è qualche giorno che i luoghi comuni mi sembrano grandi verità (davvero “non c’è più la mezza stagione”: la settimana scorsa ho visto gente in spiaggia col costume da bagno), non mi resta che commentare: “L’America è una terra dalle grandi contraddizioni”. C’è chi fa la guerra alle “bambole filo-gay”, c’è un Paese sudamericano in cui in una telenovela ci sarà un bacio tra due uomini. Attesissimo.

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Usa, la guerra della destra religiosa
contro le bambole patriottiche filo-gay
Centomila mail all’azienda in pochi giorni, ma l’esito
della battaglia si deciderà con i regali di Natale
di CRISTINA NADOTTI

NON C’E’ solo il boicottaggio di matrice no-global, quello per cui non si comprano i prodotti delle multinazionali o delle aziende che sfruttano i lavoratori, c’è anche il boicottaggio conservatore, contro tutti coloro che diffondono idee progressiste. Come le bambole dell’azienda American Girl, per esempio… Il problema è che la casa che le produce, secondo quanto denunciano le associazioni conservatrici statunitensi “American Family Association” e “Pro Life Action League”, ha finanziato movimenti a favore dell’aborto.
I siti delle associazioni anti-abortiste sono partiti alla carica. Chiedono di non fare regali di Natale con le bambole “American Girl”, che negli Stati Uniti stanno eguagliando il successo delle Barbie (la casa produttrice è stata recentemente acquisita proprio dalla Mattel), e invitano i simpatizzanti a scrivere alla presidente dell’azienda per manifestare il loro sdegno. C’è già l’alternativa alle bambole-scandalo: Elsie Dinsmore, Miellie Keith, Violet Travilla, sono le bambole prodotte dalla Mission City Press che “aiutano le bambine a immaginare e sperimentare una vita di fede”. Non a caso le bambole hanno una miniatura della bibbia tra le mani.
L’American Family Association non è nuova a questi boicottaggi su ampia scala ed è infaticabile. Al momento in apertura del sito insieme alle “American Girls” è presa di mira la società “Walgreens”, un’azienda che vende prodotti farmaceutici online, rea di aver dato una cospicua sovvenzione (100 mila dollari) per l’organizzazione dei “Giochi Gay”.
L’American Girls di dollari ne ha elargiti 50 mila, alla Girls Inc., un’associazione che da oltre 140 anni, attraverso 1500 centri in tutto il paese, finanzia iniziative per educare e orientare le adolescenti e assegna borse di studio per formare donne che si impegnino nell’affermazione dei diritti femminili. La Girls Inc. non diffonde idee abortiste, ma non fa censura sulle informazioni o le idee diffuse dalle partecipanti ai suoi programmi. Soprattutto, non discrimina l’orientamento sessuale.
(5 novembre 2005)

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Nella telenovela “America” la storia di due uomini innamorati
Gli autori: “Ci aspettavamo proteste, arrivano solo richieste”

Il Brasile in ansia per una soap
e per il bacio fra protagonisti gay

RIUSCIRANNO i nostri eroi a coronare il loro sogno d’amore scambiandosi un bacio di quelli che fanno epoca nella storia della tv? L’interrogativo attanaglia milioni di telespettatori brasiliani di Globo Tv, ma l’epilogo di questa vicenda è tutto da vedere. Perché i protagonisti della storia (d’amore, s’intende) si chiamano Junior (Bruno Gagliasso) e Zeca (Erom Cordeiro) e pure il secondo nome, se non fosse chiaro, appartiene a un uomo. Insomma, sono i due personaggi principali di America, una soap opera seguita in media dall’ottanta per cento del pubblico televisivo del Paese.
Non è la prima volta che l’omosessualità fa il suo ingresso in una soap opera in Brasile, dove il genere è seguito con devozione religiosa da decine di milioni di spettatori. Nel 1981, due uomini furono protagonisti di una storia d’amore, ma… nessun contatto fisico. Dopo 14 anni, un’altra coppia gay fu protagonista di una telenovela: in quell’occasione… andarono anche a vivere sotto lo stesso tetto. Ma tenersi vicendevolmente la mano fu l’unico approccio che venne mostrato dal piccolo schermo.
Alcuni sondaggi condotti al termine della serie mostrarono che il pubblico non aveva disapprovato quella relazione. Tuttavia, nel 1998, il legame, stabile, fra due donne, nella soap Torre de Babel, fu giudicato eccessivo dal pubblico. Per risolvere il problema, gli autori pensarono di far morire la coppia in un’esplosione [!!!!!!!!!!!!!]. Dopo quell’episodio, l’omosessualità femminile entrò solo altre due volte in una serie tv. E ci scappò anche un bacio, ma assai casto, nella puntata in cui le due protagoniste si producevano in una messa in scena di Giulietta e Romeo.
“Credo che il Paese stia cambiando – dice Gloria Perez, una delle sceneggiatrici di America – mi aspettavo un sacco di proteste rispetto al rischio di un bacio, invece mi arrivano solo richieste”.
Nella vita reale, il Brasile sta facendo lenti progressi sui temi legati all’omosessualità. Secondo una ricerca condotta nel 2004, sempre più persone ammettono di essere gay prima dei 18 anni. Ma gli autori della ricerca hanno rilevato anche che alcune compagnie, che mostrano di rispettare i diritti dei gay negli Stati Uniti e in Europa, non fanno lo stesso in Brasile. “Non capiamo perché… ma è probabile che si temano ripercussioni in un Paese così cattolico come il nostro”.

(5 novembre 2005)

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La rosa bianca – Sophie Scholl

5 Novembre 2005 4 commenti


Sophie Scholl nel 1943 era una studentessa universitaria ventunenne, di Monaco. Con il fratello ed alcuni amici, faceva parte di un gruppo di giovani, la Rosa Bianca, che si prefiggeva di diffondere, soprattutto attraverso volantini, un’idea diversa di Germania, antinazista, federalista e democratica. La mattina del 18 febbraio, mentre tentava di distribuire all’università il sesto volantino del gruppo, fu arrestata con il fratello dalla Gestapo. Per quattro giorni fu interrogata e torturata dalla polizia: non rinnegò le proprie idee, né fece i nomi degli altri componenti del gruppo, e per questo fu subito processata. La sentenza di condanna a morte fu eseguita immediatamente e Sophie fu ghigliottinata insieme al fratello Hans e ad un terzo componente del gruppo, Christoph Probst, il 22 febbraio 1943.
Il film racconta gli ultimi cinque giorni della vita di Sophie Scholl: la preparazione del volantinaggio all’università, poi la cattura, gli interrogatori, il processo e l’esecuzione. La ricostruzione della vicenda è basata esclusivamente sui documenti che ci sono pervenuti e la regia, bellissima, è a sua volta essenziale. Ho trovato questa pellicola veramente notevole, sia dal punto di vista del contenuto, dei valori esposti – ma era un compito piuttosto semplice – sia, e forse qui stava la difficoltà, dal punto di vista della narrazione. La scrittura, pur severamente vincolata alla realtà documentaria, è ottima, crea una tensione fortissima per tutto il film, anche quando, per esempio nel caso dei lunghi interrogatori, poteva rischiare di risultare pesante. Invece no: attraverso i dialoghi vediamo la posizione di Sophie aggravarsi sempre di più, mentre allo stesso tempo si rafforza l’orgoglio per le proprie idee e per la propria libertà di coscienza, in un percorso molto profondo e coinvolgente. Come tensione narrativa, il film mi ha ricordato Vera Drake.
Nota particolare per Julia Jentsch, già pluripremiata per questa interpretazione, davvero brava, che ha un viso molto particolare, che pare somigliare a seconda delle espressioni a Holly Hunter, Jodie Foster e Giovanna Mezzogiorno.
Pensando all’Oscar per il miglior film straniero, trovo decisamente migliore questa pellicola rispetto al pur bello La Bestia nel Cuore.

Consiglio vivamente.

Nella foto: la vera Sophie Scholl
Riferimenti: Qualcosa in più sulla Rosa bianca

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Rifondazione e la fiaccolata

3 Novembre 2005 Commenti chiusi

Stasera si terrà la fiaccolata di solidarietà per il popolo israeliano, organizzata dal Foglio di Giuliano Ferrara in seguito alle dichiarazioni del premier iraniano, che vorrebbe cancellare dalle carte geografiche lo stato, appunto, di Israele. Alla manifestazione saranno presenti tutte le forze politiche, a vario titolo e con modalità diverse, tranne una, Rifondazione Comunista. La motivazione è che, come ho sentito da poco al tg1 da un’intervista, la manifestazione non prende in considerazione il problema palestinese: quei territori sono di fatto composi da due popoli diversi, due stati diversi (magari), e l’attenzione si concentra solo su uno di essi.

Questa è Rifondazione Comunista, oggi, e lo dico con profondo dolore, ovvero una forza politica che non riesce a liberarsi della propria ideologia, ed a guardare, semplicemente, i fatti. E’ una forza politica che vive le proprie convinzioni e le proprie battaglie quasi religiosamente, nel senso peggiore del termine. Perché le minacce ad uno stato sovrano, sia esso Israele, la Russia, l’America, portate dal capo di un governo sono un fatto gravissimo, prima di tutto. In questa particolare congiuntura, queste minacce hanno portato ad una reazione che per una volta è stata trasversale (per quanto Ferrara sia tutto tranne che un romantico sognatore super partes) e che ha guardato alla sostanza delle cose e non all’ideologia. La Palestina non c’entra, mi dispiace. L’Iran vorrebbe distruggere Israele, questo è il problema, ed è giusto che la società civile manifesti contro tali posizioni e che anche la nostra politichetta dia una sua risposta.

Spesso mi chiedo perché quando si parla di diritti civili non si riesca a raggiungere un consenso sostanzialmente trasversale tra destra e sinistra, oppure, quando destra e sinistra convergono, tra laici e cattolici. Io sono convinta che esistano molti problemi di fondo, politici, economici, sociali che non possano venire da una convinzione o da un’altra, ma che debbano essere sentiti semplicemente di tutti. E se la maggior parte delle volte le mie delusioni maggiori vengono da destra (la Chiesa non la considero nemmeno), perché sono sensibile soprattutto a problemi che riguardano i diritti, ora ecco il caso opposto.

Mi chiedo quale futuro possa avere una forza politica che guarda costantemente indietro, tanto da evocare anche nel suo nome un ritorno al passato. Mi chiedo se questo continuo richiamarsi ad un’ideologia non sia ormai un freno, piuttosto che un valore aggiunto, per un partito che ha tra le sue file politici di altissima levatura, che avrebbe più di ogni altra gli strumenti per dare delle convincenti risposte ai problemi del nostro tempo, che è forte di un bagaglio culturale straordinario, e che tuttavia rimane sempre e quasi orgogliosamente ai margini e “contro”. Non sarebbe forse meglio provare a pensare ad una sinistra radicale che, pur forte dei propri modelli e della propria storia, superasse davvero il passato per proporsi come una forza moderna e innovatrice, che lavorasse senza pregiudizi e attingendo alla propria cultura, sui grandi temi sociali, di politica interna ed estera, sull’economia ed il lavoro, e che agisse davvero sulle coscienze di tutti?
Riferimenti: Sulla contrarietà di Rifondazione alla fiaccolata: