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Berlusconi in sintesi… livornese

30 Dicembre 2005 8 commenti


Berlusconi e il calcio in tv, ovvero, come fare concorrenza alla tv satellitare senza avere il satellite. In due mosse. Primo, aiuti di stato non al digitale satellitare, ma a quello terrestre, innovazione lanciata da una legge Gasparri se non sbaglio, e cavalcata soprattutto da Mediaset, con La7 e Sportitalia mentre la Rai dorme (e Sky si lamenta in sede europea); secondo: comprare i diritti della squadra più forte e seguita in Italia, la Juventus, per ogni tipo di trasmissione. E fino qui il privato cittadino potrebbe già infastidirsi, però alla fine il digitale terrestre è comodissimo, costa molto meno di Sky ed in fondo è una bella innovazione; l’acquisto dei diritti di una squadra è a pensarci bene un’operazione che in una logica di mercato ci può stare. Significa che Mediaset punta sul calcio, politiche sue.
Il privato cittadino invece ha ogni diritto di incazzarsi quando si viene a sapere che la diffusione del digitale terrestre arricchisce non tanto Mediaset (avrebbe arricchito anche la Rai, l’avesse adottato), quanto niente meno che il fratello di Silvio, il signor Paolo Berlusconi, titolare della società che distribuisce la marca di decoder Amstrad, le cui vendite sono quintuplicate nel giro di poco tempo, per poi assestarsi comunque tra le primissime posizioni per numero di decoder acquistati in Italia. Conflitto d’interessi? Nooo. L’Antitrust indaga. Per inciso: chi è la testimonial di Amstrad? Natalia Estrada, attuale compagna del signor Berlusconi, Paolo.
Può esserci di peggio di un’operazione di mercato fatta con soldi pubblici da un lato per arginare lo strapotere di Sky, dall’altro per arricchire le povere casse familiari? Forse no, e poi c’è sempre la presunzione d’innocenza, ricordiamocelo. Ma anche si. Pare che Berlusconi in una conferenza stampa, ad un giornalista che sottolineava come questa legge favorisse il fratello, abbia risposto che non sapeva di questa attività del Paolo. “Gli telefono subito e glielo chiedo”, ha risposto, prendendo in mano il cellulare. Questo in conferenza stampa.
Il privato cittadino a questo punto non ha più parole, e prova a trovarle altrove e magari a riderci su: soccorre in questo caso una strepitosa copertina del Vernacoliere, pubblicata due anni fa in un’occasione simile, che centra perfettamente anche il problema attuale: Berlusconi dichiarò di meritare una medaglia, e non un’indagine, per un’operazione, non ricordo quale, che aveva gestito dal punto di vista politico. La reazione mirabilmente sintetica del Vernacoliere è nell’immagine.

Pensando a Berlusconi, respiro a pieni polmoni, chissà perché, quest’aria di cambiamento che aleggia nell’attesa del nuovo anno. E già che ci siamo, faccio tantissimi auguri a tutti per il 2006, che vogliate cambiamenti o no. Io dal 2005 certamente mi porterò nell’anno che verrà questa esperienza del blog e soprattutto le tante persone speciali con cui ho potuto scambiare le mie idee.

Buon Anno a tutti!

Metapost di un metablogger

22 Dicembre 2005 12 commenti


Ieri stavo riflettendo su questa esperienza del blog, su perché scrivo, su cosa scrivo, sui commenti che ricevo e su quelli che faccio. Nel pensarci però, mi sono accorta che piano piano le mie idee si incanalavano in un certo modo, prendevano forma e… diventavano post. Non stavo usando più i pensieri, ma le parole, quelle che ora, semplicemente, trascrivo qui. Più che interrogarmi sul blog, stavo raccontando la mia esperienza.
Uno dei massimi storici dell’arte, Ernst Gombrich, in uno dei suoi libri più importanti, Arte e illusione, richiamava ad un certo punto una sorta di illusione ottica piuttosto comune: quando si passa molto tempo in un museo, guardando quadri, quadri che costituiscono per un lungo lasso di tempo la realtà che ci circonda e soprattutto quella realtà su cui concentriamo la nostra attenzione, una volta usciti per un attimo succede l’inverso, ovvero vediamo la realtà vera come se fosse dipinta. La nostra mente, che si è adeguata ad organizzare la sua esperienza secondo le regole dei pittori, continua a farlo, per un po’, anche quando non percepisce i quadri, ma il mondo esterno. Esci da Orsay, e vedi i riflessi della luce sulla Senna come se fossero dipinti da Monet. A me succede quando passo molto tempo in biblioteca, guardando solo immagini di quadri. Alzo gli occhi, ed il baffuto compagno di tavolo lo vedo dipinto nello stile di Tiziano. Esco, e S. Maria Novella mi appare fumosa come la Gare St. Lazare, anche se non le somiglia per niente, anche se il fumo dei treni non c’è più, da decenni e decenni.
Con il blog è lo stesso. Sono abituata ad organizzare le mie esperienze con le parole, per comunicarle a qualcuno. Non sto scrivendo né un saggio scientifico, né un articolo, né un mail: trattandosi di un blog, e del mio blog così come lo intendo, sono io, sono i miei pensieri, le mie idee ed emozioni e ne parlo diffusamente solo in questa occasione. Nell’usare così frequentemente e direi intimamente le parole, tendo a mantenere questo modo di esprimermi, a volte, anche quando non lo voglio. Uso le parole per pensare. Non rifletto direttamente, ma racconto una riflessione. Non ricordo qualcuno, racconto un ricordo, ancora prima di decidere che quel ricordo sarà condiviso con un pubblico. Qualche giorno fa mi è arrivato un mail di S. ed ho pensato a lei, ho cominciato a ricordare i momenti passati insieme, ma via via i ricordi sono diventati una storia, di cui le parole si sono impossessate, e quella storia e quelle parole sono diventate un post che ho deciso di trasferire nel blog. Ma ci sono stati altri post, che sono rimasti più virtuali di quelli che ho scritto, perché si sono solo composti nella mia mente, e non ne sono mai usciti.
Mi arrabbio quando leggo che un blog sarebbe una specie di diario virtuale. Balle. Non è un diario, perché c’è un pubblico, reale o potenziale, che condiziona il modo di scrivere. O almeno, non è il mio diario. Il mio diario è disorganizzato, è meno ‘pensato’ di un blog. Anche se in entrambi i casi scrivo per me stessa, scrivo per scrivere, il diario è più immediato. C’è la pagina bianca, mi sfogo di parole. Qui no. Voglio organizzare un racconto e a forza di farlo è il racconto organizza me. Non solo, è il racconto che mi descrive, e che mi propone a questo pubblico virtuale, che ci sia o no. Chi mi legge non conosce me, ma conosce come le parole mi organizzano, come mi esprimono. Mi tengo stretta, gelosamente, tutti i complimenti che i lettori più affettuosi mi hanno fatto: grazie. Le mie parole sono sincere ed esprimono davvero quello che provo, è vero. Ma c’è un aspetto in cui sono molto migliori di me. Sono organizzate, sono consequenziali, ed in questa realtà virtuale creano un personaggio, ebtg, dall’equilibrio e dall’ordine che non appartengono alla persona vivente, che adesso smetterà di scrivere per tornare nell’animato, entropico caos della propria esistenza.

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Il giorno, in cui quella mano è arrivata. Per S.

16 Dicembre 2005 12 commenti

Devo ad una persona il fatto di conoscere i sentimenti. Tutti. Lo devo a lei, tanto che faccio fatica a ricordare una sensazione, un fremito, una gioia, prima di averla conosciuta. Ero adolescente, al liceo e la mia testa era piena solo di sport, di giochi, di letture, e di poco altro. Le mie giornate erano piene, intense, e ricche di persone di cui ora però, in gran parte, a stento ricordo i nomi. Ragazzotti e ragazzotte come me, che erano compagni di giochi, e niente più. Adesso posso dire che un bimbo aveva una cotta per me. Devo avergli spezzato il cuore: non sapevo, non capivo, che cosa volesse. Mi mancava qualcosa per capire questo improvviso avvicinarsi delle persone, le une alle altre, questo stare insieme, condividere la gioia di una vittoria con un abbraccio, camminare mano nella mano, o a braccetto. Parlare per ore al telefono. Mi sembrava una leziosità, una debolezza, per giunta infinitamente meno gratificante di una partita di pallacanestro giocata da leader.
Tra il ginnasio e il liceo cambiai sezione, con altre otto mie compagne. Arrivammo in una classe molto competitiva, quasi tutte ragazze, quasi tutte figlie della borghesia-bene emiliana. Molte delle mie compagne ne soffrirono, venne loro a mancare quella solidarietà che c’era, in effetti, nella sezione del ginnasio. A me la cosa non toccò: ero brava abbastanza da non temere rivalità, e poi pensavo solo all’allenamento della sera, alla partita con le juniores, alla convocazione con la prima squadra. Ero anni luce lontana da quella classe.
Verso la fine della seconda liceo, uscimmo per festeggiare il compleanno di una mia compagna di classe, una delle “nuove” con le quali stavamo meglio. Ricordo che quella sera ero di buon umore, parlavo, tenevo banco, e mi ricordo la sensazione di avere spesso gli occhi di una persona su di me. Si trattava della compagna di banco della festeggiata. Era una delle migliori della classe, aveva sempre il viso imbronciato, non riesco a ricordare di aver mai udito la sua voce prima di quella sera, in cui qualche volta interagimmo. Poi la serata finì, tutte ci salutammo. Salutai anche lei e stavo per andarmene quando mi accorsi che il suo sguardo non si sarebbe distolto subito dal mio. Indugiò qualche secondo in più, ed io incrociai i suoi occhi. E’ un’immagine che ho sempre in mente, perché fu il momento in cui la mia vita cambiò. Nel suo sguardo c’era il desiderio di conoscermi, di passare del tempo con me, di parlarmi, c’era la riconoscenza per una bella serata, c’era, e me accorgevo, un sentimento, che mi fece quasi trasalire. Una persona era entrata nella mia vita, per la prima volta, e per sempre.
Ero sconvolta. Da quella sera, un’ondata di sensazioni nuove mi travolse. Non capivo che cosa stavo provando, avevo sentito parlare di qualcosa che si chiamava amicizia, e di qualcos’altro che si chiamava amore (ma non era tra un ragazzo e una ragazza?) e a me sembrava di provare tutto, a volte una cosa, a volte l’altra, a volte tutto insieme. Lei divenne il centro delle mie giornate, non più quello stupido canestro. Andavo a scuola per un motivo. Vederla. E ci vedevamo anche al di fuori della scuola. Solo che lei, più matura, sapeva perfettamente gestire la situazione: aveva degli amici, lei. Io no. Non avevo mai avuto nessuno a cui tenessi davvero.
Non l’amavo, come posso amare qualcuno adesso. Nessuna amicizia è stata mai più così. Ma fu lei a farmi conoscere l’amore, e l’amicizia, a farmi ricredere sulle telefonate, sui gesti d’affetto, a farmi capire perché può succedere che una persona desideri la presenza di un’altra, e che non esistono solo compagni di giochi, o di squadra. C’è altro. Cominciai a capire. Quando più tardi ho avuto la mia prima relazione, ho riconosciuto un sentimento che avevo già provato, anche se con manifestazioni (fortunatamente) diverse. Quando più tardi ho incontrato persone che sarebbero diventate amiche, ero già pronta. Lei ha saputo solo molto più tardi quello che aveva significato per me. Non sono riuscita a dirglielo, le ho scritto, ogni cosa. Doveva sapere, tutto quello che non aveva potuto intuire. E’ un miracolo che dopo quelle pagine deliranti, lei sia ancora qui, ad aspettare che torni nella città dove siamo cresciute, per incontrarmi. Come sempre, non vedo l’ora.
Non è stata il mio primo amore, S., è stata molto di più, è stata quella mano, che con un gesto semplice, ha fatto crollare quelle fredde mura entro le quali la mia vita si svolgeva, per farmi fuggire in un mondo di esseri umani. L’unico mio merito, è stato quello di riconoscere quella mano, di afferrarla, e di cercare, negli anni, di non lasciarla mai.

“… stava ancora aspettando quella mano che sarebbe riuscita a far crollare le mura tra le quali era rinchiusa per farla fuggire in un mondo di esseri umani” (G. Stein).

Figli "di fatto", genitori "di fatto"

16 Dicembre 2005 2 commenti

Non credevo che i dati fossero di queste dimensioni. In Italia, è notizia di oggi, ci sono centomila bambini che hanno genitori gay. Il 20,5% delle lesbiche, e il 17,7% dei gay over 40 ha almeno un figlio. La percentuale scende considerando il totale degli intervistati, circa diecimila persone, al 4,9% (di cui 4,7 madre biologica) e al 5% (4,7 padre biologico) rispettivamente. Un gay su venti. I risultati della ricerca saranno esposti domani a Firenze nel convegno “Essere lesbiche, gay e bisessuali oggi in Italia”, organizzato da MODI DI (ore 8.30, Palazzo dei Congressi, Piazza Adua 1). Si tratta della più ampia indagine mai condotta sulla popolazione omo e bisessuale in Italia.
La ricerca mette in evidenza altre situazioni, tra cui forse la più significativa è questa: solo il 15% degli intervistati ha fatto coming out, che secondo me è una percentuale ancora molto bassa (ancora il 5% non ne ha mai parlato con nessuno), rivelatrice di una tendenza a vivere la propria condizione in segretezza, o semisegretezza. Nell’ordine, è più difficile parlarne al lavoro e in famiglia, meno invece tra amici. Allo stesso tempo, è evidente che è diffusa la percezione di una società ostile o comunque non pronta ad accettare la propria condizione, tanto che sono temute conseguenze nell’ambiente di lavoro.
A questo punto mi chiedo, tornando ai genitori: è possibile ignorare ancora a lungo queste situazioni? Probabilmente l’alta percentuale di persone over 40 con figli può essere risultato più di un passato etero, che non di un figlio avuto per inseminazione (naturalmente fuori dal nostro Paese), ma in ogni caso una qualche garanzia questi giovani ed i loro genitori, biologici e non, la dovranno pur avere, o no? Mi sarebbe piaciuto, per potermi fare un’idea migliore, che ci fosse stata anche un’indagine proprio sui figli: non sappiamo appunto se i figli di cui si parla sono nati da relazioni etero, o da inseminazione, e in che percentuale; nel primo caso, a chi dei due genitori biologici è stato affidato il figlio; e, soprattutto, come stanno questi ragazzi, e quale percezione hanno della propria famiglia etc. Non so se queste ricerche esistano per l’Italia, forse no, e spero che intanto questa indagine sui genitori possa aprire la strada anche ad altri approfondimenti di questo tipo. I dati però sono davvero impressionanti.
Forse lo sono ancora di più, perché mi pare che in pochissimi dibattiti sull’argomento dei diritti per i gay si sia affrontato questo tema. Ed ho paura che il motivo sia che aprire una discussione sui diritti dei figli “di fatto”, ovvero nati da relazioni eterosessuali, e dei genitori “di fatto” significhi dare il via ad una riflessione più ampia sulle possibilità per i gay di essere anche genitori. Lo sono già, in molti casi, genitori, e non smettono di esserlo nel momento in cui hanno una relazione omosessuale: partendo da questo presupposto, il passo per ammettere la possibilità di inseminazione artificiale o di adozione, se ci pensiamo, è molto breve. Intanto però, ci sono molti ragazzi a cui sono negati dei diritti, per non parlare dei genitori. Se sono figli di genitori divorziati, lo dico per esperienza, hanno già subito un trauma e sicuramente il fatto che uno dei due genitori sia gay è qualcosa che deve essere accettato, e può lasciare anche degli strascichi. Psicologicamente, è una situazione difficile, molto più in questo caso, secondo me, che per i figli cresciuti interamente in una famiglia omoparentale: che almeno a livello sociale la loro vita, specie nei momenti difficili (cure mediche, morte di un genitore etc.), sia tutelata.

La notizia da repubblica:
http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/cronaca/genigay/genigay/genigay.html
Riferimenti: Per ulteriori notizie sull’indagine e sul convegno

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Il Di Canio che ci meritiamo

12 Dicembre 2005 13 commenti

Circa una settimana fa, su un sito di pallacanestro toscana, veniva postato lo sfogo di un anonimo, che denunciava i ripetuti fischi all’indirizzo di un ragazzo di colore, in una partita Under 14 (sottolineo: Under-14!), ogni qualvolta questo giocatore toccava la palla. Immaginiamoci gli spalti: chi può esserci una domenica mattina in una palestrina di provincia, a vedere una partita di basket di ragazzini? Parenti: fratelli, sorelle e genitori. Non gli ultras di curva. Pare che non sia un episodio isolato. Ormai, e fortunatamente, nelle palestre cominciano ad esserci molti ragazzini di colore, magari immigrati di seconda generazione, oppure figli adottivi. E’ un segno di integrazione, secondo me ancor più significativo della presenza di bambini di colore a scuola. L’attività sportiva è facoltativa. E’ il segno che ci sono famiglie che scelgono, e si possono permettere, di far fare ad un ragazzino un’attività divertente, col pensiero, immagino, che questo sia un modo migliore di altri per introdurlo nella nostra società. Tutto giustissimo. Peccato che poi questo ragazzino si debba beccare i fischi dei genitori dei suoi avversari, solo per il colore della sua pelle.
Ieri avrei voluto mandare un po’ di foto di Di Canio che fa il saluto romano a quegli inglesi che sono riusciti a dargli un premio fair-play, e avrei voluto far loro leggere le sue dichiarazioni. Ne scelgo una: “Siamo orgogliosi di essere obiettivo di gente che non incarna i nostri valori. Voglio solo ringraziare di cuore tutti i tifosi della Lazio che ieri erano a Livorno. Portano in giro valori e civiltà, ci mettono sempre la faccia e non si nascondono. Li abbraccio, così come abbraccio quelli che non sono potuti venire in una piazza rossa che ogni volta manifesta volgarità nei nostri confronti. Sono orgoglioso di far parte di questo popolo laziale. Quando si hanno valori veri, si è sempre nel giusto”.
I valori della Lazio e di Di Canio sarebbero quindi quelli fascisti, che non serve elencare. Attenzione: non è una rivendicazione politica, ma un richiamo a qualcosa che dalla politica è fortunatamente fuori, ma che, come un fiume sotterraneo, riemerge a volte, e spesso nelle curve degli stadi. Di Canio voleva provocare: voleva fare una cosa “di destra”, in uno stadio politicamente orientato diversamente. Ma è andato oltre, perché il saluto romano non è più politica. Ha evocato “valori” molto diversi ormai da quelli della destra, ma molto vicini a quelli di certe tifoserie. Tra questi “valori” c’è sicuramente il razzismo, anzi forse è l’aspetto più costante e visibile, e manifestato con maggiore frequenza, nelle parole e negli atti.
Detto che Di Canio è un irresponsabile, prima di tutto, non bisogna fare l’errore di ritenere lui, e certi tifosi, come una frangia estrema e isolata, come persone avulse dalla nostra società. Ci siamo anche noi, c’è un arbitro che non interrompe una partita nonostante un giocatore si rifiuti di continuare perché lo insultano da ore (Zoro), ci sono genitori di ragazzini che fischiano un tredicenne tutte le volte che tocca la palla e così via. Viviamo in una società in cui purtroppo ogni richiamo all’intolleranza, ed il saluto romano è uno di questi, non cade nel vuoto. Tant’è, che anche da quella destra che tanto si è sforzata di prendere le distanze da un certo suo passato, arrivano commenti come questo:
“Se anche avesse fatto un saluto romano, è ora di piantarla con queste esagerazioni. Ognuno saluti come vuole. Non mi pare sia un gesto violento, e non c’è nulla di drammatico. Se poi è vietato dai regolamenti lo puniscano ma non facciamone un dramma” (La Russa). No, caro Ignazio. Negli stadi, il saluto romano è un gesto che incita alla violenza, fisica e verbale. E’ vero, non c’è bisogno di farne un dramma. E’ già un dramma di per se.

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Per completare il discorso sulla violenza: un’inchiesta del Guardian

11 Dicembre 2005 4 commenti

E’ apparsa oggi sull’edizione online del Guardian un’inchiesta sugli omicidi perpetrati da coniuge a coniuge. Lo traduco e sintetizzo, lasciando un link: è interessante per completare il discorso sulla violenza sulle donne. Perché naturalmente, le donne sono le vittime principali.

“Un anno di omicidi. Tutte le persone argomento di questo articolo hanno incontrato la morte in un anno per mano del proprio partner o ex partner. La stragrande maggioranza sono donne. Riferisce Katharine Viner

Ogni donna di questo articolo è stata uccisa dal suo partner o dall’ex, in un anno – e tuttavia quante delle loro storie conosciamo? Poche sono riportate nella stampa nazionale, e per il Guardian Weekend volevamo scoprire chi fossero queste persone, e cosa fosse loro successo.
Prima di tutto, c’è il dato numerico: ogni anno, fino a 120 donne sono uccise dal loro partner… Poi, c’è il livello di abuso che molte delle donne hanno subito prima della morte: anni di violenza, attacchi fisici e verbali, molestie, intimidazioni, “bullismo”. Alcuni degli uomini che le hanno uccise erano soggetti a ordini restrittivi, o stavano subendo processi per violenze, ma le autorità non hanno fatto abbastanza per proteggere le donne a rischio. Ci sono le situazioni quotidiane, che potrebbero spiegare contrasti, ma non l’omicidio: una relazione, il sospetto di una relazione, una telefonata fuori luogo, il desiderio della donna di separarsi. Ci sono anche gli assassini che uccidono i propri figli.
Ma forse la cosa più scioccante sono le sentenze. Spesso, gli uomini che uccidono le mogli hanno sentenze clementi perché la corte crede all’infedeltà della donna, oppure che il suo essere assillante possa indurre un marito a commettere un omicidio. Un esempio recente è quello dell’omicidio da parte di Paul Dalton della moglie Tae Hui. Dalton l’ha presa a pugni, lei è morta, poi lui ha tagliato il suo corpo con una sega elettrica e ha messo i pezzi nel freezer. E’ stato assolto dall’accusa di omicidio per il motivo della provocazione: il giudice disse che aveva sofferto di “non poca derisione da parte della moglie”. Dalton ha avuto due anni di prigione per la violenza, ma tre per quello che molti potrebbero considerare un crimine minore, occultamento di cadavere. Sta ricorrendo in appello contro la sentenza.”
Tra i casi presi in esame nell’inchiesta, 68 donne sono state uccise da uomini, due da donne, dieci uomini da donne. Le donne hanno ucciso in gran parte perché vittime di abusi che non potevano più sopportare, o per denaro, o per una storia di violenza verso il partner. I casi più comuni sono di uomini che uccidono donne (e in Inghilterra gli uomini commettono il 90% dei crimini violenti), ma perché verso le persone più intime? E’ raro il caso di un raptus che segue una provocazione: la maggior parte dei casi sono storie di violenza di lungo termine. Spesso i motivi sono interni alla relazione e cruciale è il periodo attorno alla separazione, spesso richiesta dalla donna.
“E’ il senso di possesso dell’uomo nei confronti della donna, e il suo controllo sulla cessazione o il
proseguimento della relazione”, dicono gli autori di uno studio recente. Ma anche i numeri sulla violenza sulle donne in Inghilterra sono impressionanti: pare che il 50% delle donne adulte abbia sperimentato violenza domestica, molestie, persecuzioni, spesso non percepite come crimini e descritte con eufemismi.
“Finché c’è la percezione che la violenza tra persone che si conoscono non è affar nostro, e che nei fatti sia pubblicamente accettabile, niente cambierà… Mike Tyson… colpì la sua ex moglie Robin Givens in faccia e l’ha descritto come “uno dei migliori pugni che abbia mai tirato”. George Best… disse in difesa del suo compagno calciatore Paul Gascoigne che aveva maltrattato una donna: “Penso che tutti ogni tanto tiriamo una sberla alla nostra moglie”. Lui stesso di certo l’ha fatto.
Quanto la società è complice in questo?… Ci sono così tante donne uccise dai propri partners perché noi consentiamo a questi uomini di cavarsela?”.

Scusate la lunghezza del post, ma mi sembrava importante. Se avete tempo, date un’occhiata all’articolo intero, il mio riassunto non gli rende giustizia; in fondo, c’è una breve biografia di tutte le vittime. Impressionante.

L’articolo lo trovate qui (tiscali non mi prende il link):

http://www.guardian.co.uk/crime/article/0,2763,1662991,00.html

Il fuoco sacro, Olimpia, il mito

9 Dicembre 2005 3 commenti


“Mythos” in greco significa racconto. Come tale, un mito spesso non ha una sola versione, ma diverse, a seconda del modo, del momento, del contesto in cui appunto è “raccontato”. Il mito di Prometeo è uno di questi: tante sono le versioni, una delle più celebri è quella raccontata da Platone nel suo Protagora. Tante sono le versioni, ma il ruolo di Prometeo, il più intelligente dei Titani, è uno solo: è una forza civilizzatrice, ha insegnato agli uomini la tecnica, le arti. Ha loro donato il fuoco, rubandolo, pare, al dio Vulcano, dopo averlo addormentato. Per questo subì una terribile punizione: Zeus incaricò lo stesso Vulcano di fabbricare le catene per imprigionarlo su una rupe. Incatenato, Prometeo veniva anche torturato da un’aquila, che gli mangiava le viscere, durante il giorno. Di notte, le ferite si riemarginavano, cosicché il giorno dopo l’aquila di nuovo lo straziava. Prometeo fu poi liberato da Ercole, che uccise l’aquila e spezzò le catene.
Questo fuoco di Prometeo, portatore di ragione, inventiva, e simbolo quasi dell’attività umana, ha a sua volta una sua mitologia. In Grecia, in ogni tempio ardeva un fuoco eterno, in onore degli dei: su quegli altari, a loro si sacrificava per propiziarseli. Aveva quindi una fortissima valenza religiosa, quasi un tramite simbolico tra l’uomo e la divinità. Anche nel tempio di Zeus ad Olimpia, dove si svolgevano le gare, c’era un fuoco perennemente acceso. Non aveva a che fare tanto con le Olimpiadi, quanto col tempio. Ma è proprio guardando ad Olimpia, al fuoco acceso nel tempio, alle gare dell’antichità (che si svolsero per secoli, dal 776 a.C al 394 d.C.) e all’eccezionalità della civiltà greca antica, che è stato creato il mito della fiamma olimpica.
Berlino, 1936. Nelle Olimpiadi che dovevano celebrare la purezza della razza ariana, gli organizzatori erano in cerca di simboli. E fu Carl Deim a proporre di introdurre una specie di staffetta con una torcia, che evocasse lo spirito delle più nobili gare della storia. La fiaccola portata dai tedofori a Berlino, doveva essere proprio quel fuoco, il fuoco della purezza e della nobiltà di un popolo, quello greco antico come quello tedesco. In questo modo, il fuoco si è inscindibilmente legato alle Olimpiadi. E non è più un fuoco religioso. E’ diventato un mito moderno ed anch’esso ha cambiato negli anni il suo significato.
La fiamma olimpica ora non è più la fiamma della purezza di una stirpe. La fiamma che viene accesa nella piana di Olimpia per giungere alla sede delle gare, è tornata forse ad essere quella di Prometeo: un elemento costitutivo dell’essere umano, un simbolo di ragione, di creatività, di valore e di valori. Resuscitato dal passato, ci ricorda le nostre origini, le radici della nostra civiltà e la ricchezza delle nostre capacità. Negli anni, ha acquisito una carica simbolica ancora più forte, che culmina al momento dell’accensione del grande braciere da parte dell’ultimo tedoforo, non a caso sempre un personaggio fortemente evocativo. Non dimenticherò mai Cathy Freeman, aborigena, che porta la fiamma dentro stadio per dare inizio a Sydney 2000.

Andrò al passaggio della fiamma olimpica nella mia città. E’ il mito stesso a chiamarmi, perché è un mito che mi appartiene, e che voglio poter ancora raccontare.
Riferimenti: Il percorso della fiamma olimpica in Italia

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Tre giorni

6 Dicembre 2005 4 commenti

Su un treno per le Marche, guardando i binari innevati della stazione di Bologna, improvvisamente ho sentito su di me uno strano calore, come se i vestiti che indossavo fossero diventati più pesanti, ma allo stesso tempo più comodi. I confini del mio corpo reale perfettamente aderenti a quelli del mio corpo così come lo percepisco. I miei pensieri che scorrono ininterrottamente, da una persona all’altra, da un ricordo all’altro. Ero da sola, completamente. Lo sarei stata per tre giorni. Con poche cose con me, ed un lavoro da fare, partivo per una città che d’inverno pare spogliata di ogni colore, in attesa della frenetica animazione dell’estate. Ed anch’io mi sentivo spogliata di tutto, delle persone che conosco, della mia città, della mia casa.
Arrivo in un albergo deserto, apro la camera, e per prima cosa tento di riempire i cassetti, disperdendo le poche cose di un bagaglio leggero per tutto l’armadio. Sistemo anche i libri, sul tavolo, apro il beauty-case e distendo tutto ciò che posso sui ripiani del bagno. La stanza ha due finestre, da una si vede il mare. Nel silenzio della mezzanotte, in una sera d’inverno, lo posso anche sentire, il mare, che entra nella mia stanza, il suo rumore, il suo profumo.
Tre giorni, in cui il mio orizzonte è stato molto limitato: l’albergo, la biblioteca e la spiaggia, per un’ora, a pranzo. Limitate anche le parole e i suoni. Non conosco nessuno, non ho internet. Ho solo il telefono, che per gran parte del giorno però deve stare spento. Ma per quanto semplificata e ridotta fosse la mia vita esteriore, tanto dilatata è stata quella interiore. Ininterrottamente accompagnata dai miei pensieri, mi sono sentita profondamente a contatto con me stessa, vigile e partecipe della mia vita. Nessun contatto esterno a distrarmi, nessuna spiegazione da dare, nessuna storia da raccontare, nessun oggetto non necessario ad evocare il passato.
Lasciandomi tutto alle spalle, mi sono ritrovata, ho incontrato di nuovo la persona che sono, dopo tanto tempo. Ho ritrovato una specie di vita interiore e di coscienza. Ho visto solo me stessa. Ho vissuto solo del presente, di me, adesso. Qualche volta, ho pensato anche al futuro. Ma erano gli unici momenti in cui non riuscivo a fissare un’idea e un pensiero. Mi soccorreva soltanto un’immagine, quella del mare ondulato, che si distendeva lontano, fino a toccare le nuvole all’orizzonte.

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La vita di Haleigh

4 Dicembre 2005 11 commenti

Questi sono gli undici anni della vita di una bambina, Haleigh Poutre da Westfield, Massachussets.

A quattro anni, la sua mamma, Allison, viene ritenuta inadatta a prendersi cura di lei, per motivi che nessun giornale che io abbia letto ha riportato. I servizi sociali affidano dunque Haleigh alla persona che meglio sembrerebbe potersene occupare, la zia Holli, sorella di Allison, che può vantare una laurea in pedagogia e un’attività nel campo dell’educazione dei bambini. A sette anni, Haleigh viene legalmente adottata dalla zia, e diventa quindi Haleigh Poutre, dal nome del primo marito di Holli, da cui è divorziata ed ha un figlio. Dopo l’adozione di Haleigh, Holli si risposa con Jason Strickland, meccanico, dal quale ha un secondo figlio.
Holli nota presto che la bambina ha un carattere instabile, decide di ritirarla dalla scuola pubblica e di farla studiare a casa. Non sapremo mai cosa è successo nei sei anni in cui Haleigh ha vissuto con i genitori adottivi. Pare che nessuno se ne sia mai preoccupato, nemmeno quando, nel 2004, Haleigh finisce in ospedale, a dieci anni: i medici riscontrano sul suo corpo di bambina numerose ferite, lividi e quant’altro. Dopo un’indagine chissà quanto approfondita e naturalmente con il supporto della mamma adottiva laureata in pedagogia, i servizi sociali concludono che si trattava di ferite autoinflitte. Fosse anche vero, dovrebbe essere un campanello d’allarme: la bambina evidentemente ha dei problemi, non deve stare bene, c’è qualcosa che non va, magari in quella famiglia… o forse è solo un po’ strana e autolesionista, a 10 anni, ed è meglio che stia presso i suoi genitori adottivi. Questo devono aver pensato i servizi sociali dato che Haleigh torna a casa, fino all’11 settembre di quest’anno, una data sinistra, purtroppo.
L’11 settembre 2005 Haleigh arriva in fin di vita all’ospedale. Bruciature, ferite, ecchimosi vecchie e nuove ovunque, sul corpo, sulla testa, da tutte le parti. “Strati su strati di ferite” dichiara un’infermiera. Finalmente qualcuno si rende conto che forse la bambina non si è fatta male da sola, e le accuse cadono su Jason e Holli, che vengono incriminati e incarcerati il 20 settembre. Ma qualche familiare mette mano al portafoglio e paga la cauzione per Holli, che va a vivere dalla nonna. Il 22 settembre, le due donne vengono trovate uccise: omicidio-suicidio, si dice, ma non si capisce chi abbia fatto cosa. Finisce così la vita di Holli Strickland, madre adottiva di Haleigh, laureata in pedagogia.
Haleigh è in ospedale, in coma, viva solo perché alimentata artificialmente dalle macchine. Pare che la sua tutela sia affidata ai servizi sociali, però sembra anche che giuridicamente il padre adottivo Jason abbia ancora voce in capitolo su di lei, nonostante sia accusato di terribili violenze sulla piccola. Violenze confermate anche dalla baby sitter della famiglia, Alicia Weiss, che ha dichiarato di aver visto i genitori adottivi di Haleigh picchiarla con inaudita violenza. Un ceffone gliel’ha inferto lei stessa, confessa. Non aveva mai parlato a nessuno di cosa succedeva in casa Strickland prima dell’11 settembre, dice.

Ora, il dilemma, unica cosa di cui parlano tutti, dedicando mezzo pensiero alla vita di questa bambina fino al suo undicesimo anno, ed al suo undici settembre: staccare la spina, come chiedono i servizi sociali, la madre naturale, o no, come chiede il padre adottivo (che si eviterebbe una condanna per omicidio)? Il padre si è rivolto alla corte suprema perché riveda una sentenza, che accorda l’interruzione dell’alimentazione artificiale. Il padre, lui, tira fuori motivazioni etiche e poi dice che bisogna “rispettare” la religione della bambina, cattolica, che impedisce l’eutanasia. Dice anche che i medici non sono concordi. Deciderà la corte suprema.

Se alla fine i medici diranno che non c’è davvero più speranza, allora che sia fatta finalmente qualcosa per Haleigh. Sia liberata da questo mondo, dalla sua famiglia adottiva, forse anche dalla vera madre, dai servizi sociali, dalla baby sitter. E se è cattolica, che incontri finalmente tutti gli angeli che nella sua povera vita non ha mai potuto conoscere. Danzerà con loro, Haleigh, 11 anni, che voleva fare la ballerina.

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Per quelli che… (3)

3 Dicembre 2005 5 commenti


Grazie per il pandoro ma… Spilorcia! Almeno la cioccolata calda ce la potevi offrire!

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Per quelli che… (2)

3 Dicembre 2005 Commenti chiusi


… Grazie per il pandoro, ma come la mettiamo con lo spumante?

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Per quelli che… (1)

3 Dicembre 2005 2 commenti


… Grazie per il pandoro, ma non si potrebbe avere un panettone possibilmente senza canditi?

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Ringraziamenti pandorosi

2 Dicembre 2005 6 commenti


Pare che usi festeggiare qualche traguardo di visite ai blog. Sono fuori tempo massimo forse, ma è anche vero che gli ultimi due post hanno sollecitato parecchio i visitatori del blog e quindi anche il contatore ha cominciato a girare velocissimo. Grazie a tutti quindi per le visite, che hanno superato le 1000! Un pandoro virtuale di ringraziamento a tutti gli affezionati che hanno lasciato un messaggio, mezzo a chi ha visitato senza scrivere nulla, perché può essere colpa mia (non ho scritto cose particolarmente stimolanti) ma anche vostra (siete dei pigroni!).
Mi piace quest’esperienza del blog, è molto bello trovare degli interlocutori così agguerriti e intelligenti. Oggi immaginavo come potrebbero essere queste nostre discussioni nella vita reale, e dato che le mie radici emiliane mi hanno lasciato una spiccata tendenza conviviale, cercavo di figurarmi insieme a voi tutti, in una tavolata, a parlare degli argomenti più svariati… Ma forse è un errore tentare di superare, anche solo con l’immaginazione, questo ‘muro’ virtuale. E’ bello che le personalità di tutti mi si rivelino via via solo attraverso le parole, come i personaggi di un libro, che si scoprono parola dopo parola, pagina dopo pagina.

Grazie di nuovo quindi, posso provvedere ad un’alternativa al pandoro nel caso a qualcuno non piacesse (cosa che capisco a fatica dato che ne sono stragolosa), a richiesta. Ora che ci penso: anch’io ho contribuito a far viaggiare il contatore delle visite… Quasi quasi domani…