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Archivio Gennaio 2006

Lost in translation: cos’è il "Grand Chelem"?

29 Gennaio 2006 23 commenti


I francesi, è un luogo comune, sono orgogliosi della loro nazione, così come della loro lingua. Soprattutto nel francese scritto, c’è un’ostinata resistenza verso i termini stranieri, in particolare anglosassoni. A volte parole straniere di uso ormai comune in tutti i vocabolari sono sostituite dagli equivalenti francesi, a volte, semplicemente, vi è una traslitterazione del suono, che porta a divertenti neologismi.
Ieri Amélie Mauresmo ha vinto gli Australian Open, dopo il ritiro in finale di Justine Henin-Hardenne, e dopo quello in semifinale di Kim Clijsters. Un po’ di fortuna, nevvero, per un risultato storico: primo successo della francese in uno dei quattro tornei più importanti al mondo, universalmente noti come “Grand Slam”. In Italia si dice “Grande Slam”. Penso sia un termine mutuato dal bridge, ma non sono sicura. In ogni caso, “slam” per i francesi non è ammissibile. Quindi se andate sul bellissimo sito di Amélie Mauresmo, troverete che ha vinto un torneo di “Grand Chelem”: stesso suono di “slam”, più o meno, con grafia ‘francese’, lingua che ovviamente non ha una sua parola equivalente, perché non c’è. Quindi ecco “chelem”. Se questa definizione fosse usata fuori contesto dubito che qualcuno capirebbe di che si tratta. Restando nel tennis, tutti conoscono il “net”: quando un giocatore serve, se la palla tocca la rete il giudice apposito urla quella parola. In realtà di dovrebbe dire “let” sottintendendo “it play again” (“si rigiochi”), perché se la palla cade in campo si ripete il servizio, ma è invalso da tanto tempo l’uso di “net”, “rete” appunto. Si dice in tutto il mondo, Italia inclusa, ma non al Roland Garros e a Bercy, dove i giudici dicono l’equivalente francese “filet”.
Ci sono risvolti un po’ più importanti. Per esempio le sigle. Nei miei primi giorni di soggiorno francese non capivo cosa fosse “SIDA” (ovviamente pronunciato “sidà”). Inorridita, ho capito poi che era l’AIDS: la sigla rispetta la sequenza delle parole in francese, che è la stessa dell’italiano “Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita”. Noi però diciamo AIDS. Quindi non stupitevi in Francia di sentir nominare l’OTAN. Non è la pomata Autan. E’ la NATO.
Naturalmente un grande sforzo lessicale riguarda i termini legati alle nuove tecnologie. Anche qui il francese è assolutamente protezionista. Nel francese corretto (ci sono state disposizioni ufficiali in merito) non si può scrivere CD-ROM, ma Cédérom. Difficilmente sentirete parlare di “computer”: esiste l’”ordinateur”. L’hacker è il “bidouilleur”. Anche per tutto ciò che è “digital” il francese utilizza una parola tutta sua, “numérique”, anche se francamente non so che origine abbia il termine e quanto sia diffuso. E’ chiara però la differenza: “digitale” deriva dall’uso delle dita, dal digitare appunto; “numerique” da un ambito totalmente diverso. Ma la cosa più divertente riguarda l’accessorio più usato. Vi verrebbe mai in mente una parola diversa da “mouse”? Usereste mai “topo”? I francesi non vogliono sentir parlare di “mouse” e usano il loro equivalente “souris”, che sfortunatamente è al femminile “la souris”.

Quindi, se vi è mai capitato di entrare alla Biblioteca Nazionale di Parigi volendo fare le vostre ricerche sui terminali, una volta seduti davanti allo schermo non vi sarete meravigliati di trovare il seguente invito a luci rosse:

“Pour commencer la session, cliquez sur la souris”

che tradotto fedelmente in italiano suona

“Per inizare la sessione, cliccate sulla t…”

Io ero un po’ sconvolta poi, davanti a tanto lavoro da fare, ho dovuto procedere.

Uno strano giorno della memoria

26 Gennaio 2006 8 commenti

Pare che anche a livello di ricorrenze, la storia di Israele e della Palestina non siano scindibili, quasi che i due nomi non possano essere pronunciati separatamente. L’attualità della Palestina non può non proiettarsi, domani, sul passato del giorno della memoria. Domani commemoriamo la Shoah. Domani, avremo tutti i numeri della vittoria di Hamas. Così sarà ancora più evidente la contraddittorietà della nostra percezione di Israele, quasi che gli ebrei della metà del Novecento fossero un popolo distinto dagli israeliani di oggi. Un popolo perseguitato nel primo caso, vittima del più grande orrore della nostra storia, uno stato espansionista nel secondo, responsabile a sua volta, col beneplacito di buona parte dell’Occidente, delle sofferenze di altra gente. E poi la Palestina. Che vota per Hamas, per la violenza e per lo scontro con Israele. Domani, giorno della memoria, è un giorno di monito per il mondo. Perché gli orrori non si ripetano, ma anche perché il voto palestinese è sintomo di ribellione, ancora una volta, per decenni di errori clamorosi, della Palestina stessa, di Israele, di tutta la comunità internazionale. Un monito, perché le tensioni e le inquietudini presenti e future della nostra storia non troveranno requie, finché in quelle terre non ci sarà un equilibrio, se non la pace.

I sette peccati di ebtg

22 Gennaio 2006 9 commenti

Rita e Danubio mi hanno invitata a partecipare a questa catena. Potevo esimermi?

IRA

1. CHI È STATA L’ULTIMA PERSONA CON CUI TI SEI ARRABBIATO?

L’arbitro che poche ore fa in un momento topico della partita mi ha fischiato un fallo i-ne-si-sten-te!

2. QUAL È LA TUA ARMA PREFERITA?

Sono una persona poco aggressiva. Forse le parole, o l’indifferenza.

3. PICCHIERESTI UNA PERSONA DEL SESSO OPPOSTO?

No

4. E DELLO STESSO?

No (escludendo i falli di gioco… qualche mazzata ogni tanto ci vuole!)

5. CHI È STATA L’ULTIMA PERSONA CHE SI È ARRABBIATA CON TE?

Una mia collega di lavoro

6. PORTI RANCORE?

Si. Per sempre.

PIGRIZIA

1. QUAL È LA COSA CHE DOVRESTI FARE GIORNALMENTE E CHE NON STAI FACENDO?

Alzarmi presto

2. CHE ORA ERA LA VOLTA IN CUI TI SEI SVEGLIATO PIÙ TARDI?

Difficile dire… di pomeriggio, tipo le 16 o le 17 di qualche primo dell’anno

3. QUAL È STATA L’ULTIMA SCUSA CHE HAI USATO PER NON FARE QUALCOSA?

Non so, in genere dico che “ho da fare”

4. COSA NON FAI MAI PER PIGRIZIA?

Lavare subito la tazza della colazione

GOLA

1. QUAL È LA BEVANDA PIÙ BUONA CHE BEVI?

La spremuta d’arancia

2. CARNE BIANCA O CARNE ROSSA?

Ne mangio poca, più di rossa, ma perché non posso avere tutte le volte il coniglio arrosto!

3. QUANTO ALCOOL SEI RIUSCITO A BERE IN UNA SOLA VOLTA?

Non bevo, quindi il massimo è stato mezza bottiglia di spumante

4. SEI MAI STATO DA UN DIETOLOGO?

No

5. PREFERISCI DEL CIBO DOLCE, SALATO O PICCANTE?

A seconda dei momenti. Però al dolce rinuncio a fatica.

6. TI LECCHI MAI LE DITA DOPO MANGIATO?

No

LUSSURIA

1. QUANTE PERSONE HAI VISTO NUDE?

Facendo da 25 anni uno sport di squadra, un’infinità

2. QUANTE PERSONE TI HANNO VISTO NUDO?

Idem come sopra

3. SEI MAI STATO BECCATO MENTRE GUARDAVI IL SENO O I GENITALI DELLA PERSONA CHE AVEVI DAVANTI?

Non li guardo. Oddio a pensarci bene ultimamente sono rimasta un po’ turbata da una barista particolarmente prosperosa, ma non se ne è accorta.

4. QUAL È LA PARTE DEL CORPO CHE PREFERISCI NELL’ALTRO?

La schiena; guardo anche molto come una persona si muove, come cammina, come gesticola etc.

AVARIZIA

1. QUAL È IL NEGOZIO DOVE SPENDI PIÙ SOLDI?

libreria

2. PREFERIRESTI ESSERE RICCO O FAMOSO?

direi ricca

3. ACCETTERESTI UN LAVORO NOIOSO SE SIGNIFICASSE TANTI SOLDI?

se mi lasciasse abbastanza tempo per me, si

SUPERBIA

1. QUAL È UNA DELLE COSE CHE HAI FATTO DI CUI SEI FIERO?

aver superato un momento difficile personale, un anno fa, e contemporaneamente ottenere un lavoro a cui tenevo

2. QUAL È UNA DELLE COSE CHE HAI FATTO DI CUI SON FIERI I TUOI GENITORI?

suppongo i successi scolastici ed essere riuscita ad entrare in una delle cosiddette scuole di eccellenza per l’università

3. TI HANNO MAI MESSO IN SECONDO PIANO?

Non so bene che significhi, comunque non sono mai stata una persona molto in primo piano

4. HAI MAI FATTO QUALCHE CONCORSO SAPENDO DI ESSERE MIGLIORE DEGLI ALTRI PARTECIPANTI?

una volta si, perché ero l’unica candidata. in genere però mi sento sempre inadeguata alle prove che devo sostenere.

INVIDIA

1. QUALE OGGETTO O PERSONA DI AMICI VORRESTI AVERE?

l’ipod (quello di Carrie poi… vedi post precedente)

2. SE POTESSI ESSERE QUALCUN ALTRO, CHI VORRESTI ESSERE?

Marguerite Yourcenar, Annie Lennox, Emma Thompson, Valentina Vezzali, non so…

3. HAI MAI DESIDERATO CAMBIARE UNA PARTE DEL TUO CORPO?

Si spesso, molte parti (quasi tutto)

Ora dovrei passare il testimone a 5 persone ma credo che tanti frequentatori del mio blog siano già stati contagiati: comunque proviamo con salvo, the hours, ghismunda, zoe, mik.

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Il candido oggetto del desiderio

20 Gennaio 2006 9 commenti


Ho un desiderio represso. Irragionevole. Inconfessabile. Mi perseguita.

Non è da me.

Lui è bianco, piccolo, sottile, leggero. Io lo voglio al massimo della sua potenza.

Che ci vuole? Una rata in più del mutuo. Esattamente, al centesimo.

Non è bellissimo?

Tutti in Pacs: mi sbagliavo

15 Gennaio 2006 8 commenti


Torno ora da Roma piuttosto soddisfatta per la manifestazione pro-Pacs. Tanta gente, non tantissima, e soprattutto poco “carrozzone” nessuna carnevalata, niente ostentazione di “gay style” (forse perché al momento del previsto concerto ero ancora davanti all’arista con patate?). Semplicemente, molte persone che chiedevano diritti e, scelta molto giusta da parte degli organizzatori, interviste alle coppie simbolicamente “pacsate” durante la manifestazione. Proprio le testimonianze dirette, insieme al bellissimo intervento di Lella Costa e al collegamento con Milano, sono stati i momenti più coinvolgenti del pomeriggio. Meno, devo dire, le parti più istituzionali e politiche, ma forse così, in un certo senso, doveva essere.
Mi ha fatto molto riflettere l’intervento di Adele Parrillo. Io non sapevo chi fosse, l’ho appreso oggi. E’ la ex compagna di Stefano Rolla, “ex” perché Rolla è stato ucciso nell’attentato di Nassiriya. Due mesi fa, alla commeorazione ufficiale all’Altare della Patria, non fu ammessa e fu respinta in malo modo. Non ha avuto riconoscimenti, e nemmeno un centesimo. Niente. Perché? Perché lei e Stefano non erano sposati, inesistente quindi il loro legame a livello giuridico. Un caso veramente clamoroso, eppure non poteva non essere così, la legge è legge. E’ questo che bisogna cambiare, è questo accesso ai diritti di una coppia per sola via matrimoniale. Non è la società, questa. C’è altro, molto altro. E riconoscere un accesso più ampio ai diritti, non significa togliere qualcosa a qualcuno. Semmai, è un arricchimento per tutti.
Mi sento solo di fare due critiche alla manifestazione. La prima è che, come spesso accade, non vengono quasi mai citati i transessuali, che restano ancora veramente invisibili dal punto di vista sociale e nelle rivendicazioni di diritti, nonostante mi pare siano abbastanza tutelati dal punto di vista legale nel momento in cui decidano di cambiare sesso. Quando però si tratta di vita sociale, tutti coloro che non arrivano ad un matrimonio spariscono, e a stento sono ricordati nelle rivendicazioni portate avanti dalle associazioni per i diritti.
La seconda riguarda un aspetto che invece in Francia, ai tempi dell’approvazione del Pacs, fu molto evidenziato, mentre a Roma oggi mi pare di no (e in genere molto poco nei dibattiti sull’argomento). Si è parlato esclusivamente di relazioni affettive, nel senso di amorose, sessuali. Lo spirito del Pacs è un po’ diverso. Consente a due persone di sottoscrivere un patto che sancisce un legame di solidarietà, non necessariamente un legame amoroso. L’esempio più spesso citato in Francia fu quello degli anziani: può succedere che due persone anziane decidano di convivere semplicemente per assistersi vicendevolmente in modo più continuo, per aiutarsi, perché no, per risparmiare. E’ comunque un atto che presuppone un legame, fiducia reciproca, indipendentemente dalla relazione delle due persone, dal sesso, da tutto. Ha comunque un valore sociale che il Pacs riconosce. E’ un aspetto da tenere presente, proprio, per esempio, in una società come la nostra che tende ad invecchiare.

Felice di esserci stata, comunque. Nei miei sogni c’è che questi problemi vengano ascoltati qualunque sarà la nuova maggioranza di governo, ma la realtà è diversa. Temo che si dovrà sperare nella sinistra, lo temo, perché ha mostrato nell’occasione delle incertezze veramente inaccettabili. Mi chiedo, è così difficile prendere in considerazione questi problemi? E’ DAVVERO così difficile?

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A Roma per i Pacs, convinta&perplessa.

13 Gennaio 2006 5 commenti

Domani andrò a Roma alla manifestazione per i Pacs. Per una volta ho sentito una specie di spinta ad andare, nonostante io sia abbastanza restia a scendere in piazza: è come se non potessi più stare ferma ed aspettare che le cose cambino da sè, ammesso che cambino.

Si potrebbe dire che non è la partecipazione ad una manifestazione una volta nella vita il segno di un impegno, ed è vero, però in questo caso almeno sento che andare significa per me quanto meno avere una piccola reazione ad uno stato di cose ormai insopportabile, ed esserci, insieme ad altri. Sono convinta ad andare per un altro motivo e ne ho discusso anche nel blog di mik, il cui bel post invito tutti a leggere (http://mik4.splinder.com/post/6833717#comment). Il Pacs, per una società come la nostra, rappresenterebbe una svolta importante ed attesa da troppo tempo sulla strada di un concetto più ampio di società, di coppie, di famiglia. Offrirebbe dei diritti fondamentali a tantissime coppie che ora non vedono riconosciuta la propria unione, gay ma, sottolineo, soprattutto etero, perché sono proprio gli etero, nei paesi dove i Pacs sono in vigore, ad usufruirne. E credo che sarebbe così anche in Italia: qualche tempo fa uscì un articolo sulla Repubblica in cui si diceva che a Firenze l’istituzione di una lista civica ha visto l’iscrizione di una percentuale minima di gay, non ricordo le cifre ma si era sotto al 10%. E’ vero che, specie per i gay (che non avrebbero altre possibilità di riconoscimento legale delle coppie, mentre gli etero comunque hanno il matrimonio, legale e/o religioso) il Pacs così come è inteso oggi non comporta pieni diritti, come in altri paesi (Spagna e Gran Bretagna da ultimi), però sarebbe un primo passo e forse anche quello più conforme, mi verrebbe da dire purtroppo, alla nostra storia di un paese fortemente condizionato dalla presenza della chiesa cattolica, a livello morale e politico. Qui però finisce la mia convinzione, e cominciano le perplessità.

Il Pacs come dicevo è una possibilità per tutti. Ma la lettura del programma di domani, disponibile sul sito www.unpacsavanti.it è deludente. Promossa essenzialmente da associazioni omosessuali, la manifestazione sembra molto autoreferenziale, troppo, fin dall’inizio: che me frega di arrivare in Piazza Farnese ed essere accolta da un (cito) “Dj-set con musica commerciale, gay-style”? Lo spettacolo sarà condotto da due gay dichiarati, ci sarà un mini concerto di Ivan Cattaneo, una celebrazione simbolica di Pacs dove qui finalmente ci saranno coppie etero. Alla fine, conclusioni da parte di politici. Gay-style? Ivan Cattaneo? Alessandro Cecchi Paone? Io non nego che ci possa essere un insieme di elementi che costruiscono un’identità gay, certa musica, certi libri, che ci sia anche “una cultura gay” di cui si senta il bisogno -nonostante personalmente mi sembrino categorie sempre più discutibili- ma la forza di un movimento secondo me è quella di saper parlare a tutti, di far capire che andremo in piazza per diritti che sono di ognuno di noi e che il riconoscimento di quei diritti è una conquista civile anche da parte di chi non ne usufruirà. Per questo il programma romano mi ha messo molti dubbi e molti me ne hanno sempre sollevati le iniziative promosse dai gay, per l’incapacità cronica di parlare a tutti, di uscire dal problema specifico per guardare alla società nel suo complesso. Una volta sono stata in un “ristorante gay” (?) in Olanda. C’erano famiglie etero con bimbi piccini. Noi c’eravamo pensando di trovarci il tipico ghetto italiano. Era tanti anni fa, d’accordo. Però quell’episodio mi è rimasto impresso e lo ricordo oggi perché valuterò la riuscita della manifestazione non dal numero dei cuginetti e delle cuginette che vedrò in piazza, ma per quello degli etero. Potrei fare un pronostico, ma lo penso e basta, e parto con la speranza di sbagliarmi.

L’Oriente, Baghdad, gli arabi

11 Gennaio 2006 2 commenti

Ogni tanto sento la necessità di riprendere in mano un libro, o meglio quel solo libro, e di rileggerlo: mi capita solo con questo, perché è l’unico in cui le parole sulla pagina corrano allo stesso ritmo delle mie emozioni. Così, le sue parole, tutte le volte, mi si stampano nel cuore, mi lasciano quasi senza fiato. Il libro è Le Braci di Sandor Marai. Non so se sia il più bel libro che io abbia mai letto, anzi certamente no, però è l’unico che mi abbia suscitato una tale empatia con la pagina scritta e con le sensazioni che descrive. Mi accompagnano sempre, parole e sensazoni, ma quando il ricordo delle prime svanisce, o quando semplicemente sento il bisogno di un momento di intimità con me stessa, allora riprendo in mano quel libro blu, e lo sfoglio. Così ho fatto qualche giorno fa. Ho ritrovato quello che cercavo, le stesse emozioni, quei monologhi che seguo respiro dopo respiro, le parole lente, meditate, vere. Non importa per me che si tratti di una traduzione: vivo l’opera che leggo, così come la leggo. Quell’edizione, quella lingua. Magari sapendo l’ungherese mi piacerebbe meno.
Non è del libro che voglio parlare, perché ancora non riesco a staccarmene abbastanza da dedicargli un post, ma di quanto mi è successo questa volta. Dopo tante riletture ho trovato qualcosa di nuovo, qualcosa che mi ha sorpreso e fatto riflettere: leggendo alcune pagine, ho avuto quasi la sensazione che fossero state aggiunte dopo, perché la mia percezione di quanto vi era scritto era evidentemente molto diversa dal solito. Quasi non mi ricordavo, infatti, che Henrik aveva fatto il suo viaggio di nozza con Krisztina in Oriente, e che si era fermato a Baghdad, ospite di una famiglia araba.
“E’ gente di grande nobiltà d’animo (…). La loro fierezza, il loro contegno dignitoso, la loro passionalità e la loro calma, la disciplina del loro corpo e la sicurezza dei loro gesti, i loro giochi, il fuoco del loro sguardo, tutto rispecchia una nobiltà di antica data, quella particolare nobiltà dei tempi in cui l’uomo, nel caos dei primordi, prese coscienza per la prima volta della propria dignità umana (…) Durante quelle settimane in Oriente intuii che laggiù tutti, anche il più sudicio dei cammellieri, erano dei signori”. Ai due sposi viene poi offerta una cena: “Tutti si sedettero in silenzio intorno al fuoco. Krisztina era l’unica donna tra noi. Quindi portarono un agnello, un agnello bianco, e il padrone di casa tirò fuori il coltello e lo sgozzò, con un gesto che non potrò mai dimenticare… E’ impossibile impararlo, perché è un gesto orientale che risale a un’epoca in cui l’atto di uccidere possedeva ancora un significato simbolico, religioso, collegato a qualcosa di essenziale: la vittima. Fu così che Abramo alzò il coltello su Isacco (…) Allora compresi che quella gente era ancora così vicina all’atto di uccidere che la vista del sangue le era familiare, e il balenio di un coltello era per loro un fenomeno naturale come il sorriso di una donna o la pioggia che cade. Immagino che lo avvertisse anche Krisztina, perché la vedevo come affascinata: arrossiva, impallidiva, respirava a fatica, poi tutt’a un tratto voltò la testa, per l’imbarazzo di assistere ad una scena di sfrenata sensualità. Comprendemmo che in Oriente la gente conosce ancora il significato sacro e simbolico dell’uccisione, e anche il suo occulto significato erotico”.
Queste sono le pagine che mi hanno fatto rabbrividire, e mi hanno spaventata, per come si è deformata la mia percezione di Baghdad, del mondo arabo. In queste pagine c’è violenza, c’è disuguaglianza (Krisztina è l’unica donna), ma c’è anche la percezione della dignità, della storia di un popolo, di una cultura, di una religione. C’è lo sforzo di capire anche il sangue, il valore del sangue. E’ una lettura forte e profonda di una diversità. Ma non c’è condanna. Ebbene purtroppo per me queste pagine avevano un’altra connotazione, l’hanno avuto per la prima volta l’altra sera. Scorrevano davanti a me le immagini dell’attacco americano, di bush, di persone inginocchiate, in uno schermo sbiadito, con le sovraimpressioni che scorrono al contrario… Il terrorismo da una parte e la propaganda occidentale dall’altra hanno inquinato l’immagine di Baghdad al punto che, per la prima volta, ho sentito lontane queste pagine. Una distanza non da quello che Marai poteva aver vissuto o sentito raccontare all’inizio del XX secolo e oggi, ma un solco profondo tra colei che leggeva queste pagine cinque anni fa e la persona che sono ora in questo nuovo secolo. Volevo ritrovarmi e mi sono scoperta diversa. Ma queste pagine sono una lezione: c’è stata, c’è già e spero ci sarà un’altra Baghdad possibile, un altro modo di vederla, di immaginare e di avvicinare gli arabi nonostante la deriva terrorista, la guerra, l’intolleranza, che hanno così pesantemente condizionato il mio modo di immaginare quell’Oriente, l’Iraq. Sarò in un mondo migliore, e una persona migliore, quando potrò rileggere questo libro lasciandomi semplicemente trasportare, come sempre, dalle onde lunghe delle sue parole.

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Gioacchino, o la verità scientifica sui gatti

8 Gennaio 2006 12 commenti


Un gruppo di genetisti ha ricostruito l’albero genealogico dei gatti, riuscendo a stabilire che i primi esemplari di animali simili a questi adorati felini sono comparsi circa 35 milioni di anni fa; il gatto si sarebbe poi evoluto nei millenni diventando una delle specie di carnivori più efficiente del mondo, predatore perfetto, in grado di sopravvivere ovunque, Antartide escluso.In termini di evoluzione, un vero successone. La “culla” dei gatti sarebbe l’Asia, da qui la specie avrebbe attraversato i continenti con relativa rapidità (si parla sempre di milioni di anni) e sarebbero diventati precocemente amici dell’uomo: resti di un gatto, insieme a quelli di colui che verosimilmente era stato il suo padrone, sono stati trovati in una tomba egiziana risalente a 9000 anni fa.
Secondo Enrico Alleva, zoologo dell’Istituto superiore di sanità, questo grande successo dei gatti non sarebbe frutto del caso: “La natura li ha apparecchiati per tendere agguati. Sono predatori perfetti. Veloci, agili, dotati di sensi molto sviluppati grazie a strumenti sofisticati come le vibrisse, a proprio agio sia di giorno che di notte. Essendo animali piccoli, si accontentano di poco per nutrirsi e si spostano da una regione all’altra con facilità. Niente a che vedere con i rettili o gli animali di grandi dimensioni, molto rallentati nelle migrazioni. Immagino i primi gatti aggrappati a un tronco mentre vengono trasportati dalla corrente e colonizzano nuove aree”.

Un predatore perfetto, insomma. Veloce, agile, che si accontenta di poco per nutrirsi. Ora finalmente ecco la prova scientifica che attendevo. Il mio Gioacchino non è un gatto. Il suo patrimonio genetico è diverso: somiglia certamente più a quello di un suino che di questi terribili predatori che sarebbero i suoi gloriosi antenati. L’unico gatto randagio obeso che le cronache ricordino. Quando i fari della mia macchina l’hanno illuminato in una piazza di Pisa (peraltro famosa perché pare che lì sia stato “ordinato” il delitto Calabresi da parte di Adriano Sofri) lui non è scappato ma mi si è avvicinato miagolante e in cerca di cibo. Non era affatto credibile, ma l’ho adottato lo stesso. Appena entrato in casa, si è accomodato sul divano. E’ ancora lì, adesso, e si muove solo per andare alla ciotola, o sul mio letto. Ogni tanto cerca di prendere qualche mosca, ma non ci riesce. Per questo ho sempre dubitato di avere un gatto, ma ora ci sono le prove scientifiche, c’è il DNA: è certo, non ce l’ho.
Riferimenti: Il predatore perfetto

Donatella

5 Gennaio 2006 12 commenti

Il volto di Donatella matura dovrebbe rimanere impresso nelle coscienze di tutti. Una donna che a diciassette anni viene torturata per una notte con calci, pugni, sprangate, mentre deve vedere la sua amica Rosaria sanguinante venire trascinata da tre bestie, mentre implora pietà, e sentire le sue urla terribili soffocare nell’acqua, e nonostante tutto ha la lucidità di capire come fare a salvarsi, ovvero fingersi morta, ma l’orrore non finisce mai e quindi rimane chiusa in un bagagliaio avvolta in un sacco accanto al cadavere dell’amica, prima di venire ritrovata in condizioni raccapriccianti. Una donna che non si sa come riesce a ritrovare una specie di vita, una dignità fortissima, una tenacia senza fine, e chiede sempre giustizia, ma ancora deve vedere che uno dei suoi torturatori riesce ad evadere più volte dal carcere prima di essere definitivamente preso, e non basta, perché un altro non si riesce mai a trovare, ed il terzo, oh, il terzo non si sa come addirittura lavora in una comunità di recupero, lui…
Chiedeva giustizia, Donatella, ma quel terzo uomo, che lavora in una comunità di recupero, lui, riesce ancora ad uccidere due donne, ancora, perché poteva muoversi quasi liberamente, quella bestia, e l’altro, quello che non si trova, quello che è scappato subito, che nessuno ha mai cercato davvero, visto che riceveva soldi da casa, è morto, semplicemente morto sotto falso nome. Lei si ribella, dice che non è vero, lo urla anche davanti all’evidenza, forse sperando che sia vivo, e che qualcuno lo catturi, perché una morte così non è giustizia. Donatella forse voleva oltre che la giustizia anche un’altra cosa, una sola parola di rimorso da parte di quei tre, e non l’ha avuta. Anzi, ha avuto da parte di fin troppi organi di stampa una sorta di revisionismo della violenza: la sua storia tremenda viene inquadrata in un periodo di violenze, comunisti e fascisti, rosso contro nero, come se fosse un episodio appartenente ad un periodo storico dove cose come queste in fondo erano all’ordine del giorno, quindi un po’ più lontane da ora, un po’ meno vere, un po’ meno dolorose. Lei chiede giustizia, chiede rimorso e comprensione, continua a parlare perché sa che non è così, sa che i comunisti e i fascisti non c’entrano, c’è solo la violenza, senza tempo, senza storia, senza luoghi privilegiati, sa che tentare di inquadrare quello che è successo in un momento storico, o attribuirlo solo alla follia di tre persone, significa isolarlo, significa non capire, significa, anche quando episodi di abusi sulle donne si ripetono quotidianamente, piano piano dimenticarlo, giorno dopo giorno, anno dopo anno…
Donatella ora non c’è più. Il destino ha voluto che una vita già straziata da tre uomini, e da una giustizia che questa volta davvero non è stata giusta, fosse spazzata via come tante altre, dalla malattia. Nella sua grande dignità, forse l’avrà interpretato come un segno di normalità. Lo spero. Come spero che, ora che non c’è più la sua voce, la memoria di questa donna rimanga viva, per ricordare a tutti che non bisogna mai smettere di chiedere giustizia, di cercare la verità, di lottare per la propria dignità: è forse l’unico modo per combattere i tanti circei che purtroppo ancora ci saranno, senza spiegazioni politiche, senza elucubrazioni storiche, senza neoqualcosa, senza un perché.
Riferimenti: La notizia

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