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Archivio Aprile 2006

L’ultimo canestro

28 Aprile 2006 17 commenti

Un palazzetto con solo dieci persone sugli spalti. Fuori è inverno, è già buio e in campo c’è un’orda di bimbi e di bimbe che corre chiassosa dietro un pallone, disubbidendo quasi sempre agli ordini dell’allenatore. Tutte le persone li guardano, tranne una, attenta solo al proprio lavoro con i ferri e la maglia. Mia nonna. Per la precisione, deve aver alzato gli occhi solo una volta o due, solo per decidere che naturalmente ero la più bella di tutti. Poi basta, ferri e maglia. Chissà quante cose avrà fatto, mentre io, scalmanata, imparavo i rudimenti della pallacanestro. Forse qualche avanzo di maglia è entrato a far parte della coperta patchwork che mi ha regalato quando sono venuta ad abitare a Pisa e che ho appena tolto dal letto per usarla il prossimo inverno. Mi ricordo di lei curva sul suo lavoro e mi ricordo che finito il corso di minibasket mi portava a prendere la cioccolata calda. Riuscireste a bere una cioccolata calda dopo un’ora di corse furibonde?
Sono passati venticinque anni, io ne ho 34, mia nonna 91. Finché giocavo a Reggio, dove ancora abita lei, leggeva regolarmente delle mie partite sul giornale: diceva sempre, che era tutto merito suo. Non mi avesse accompagnato lei con l’autobus, per tutti quei pomeriggi, non avrei mai imparato così bene a giocare. Me lo dice ancora adesso, quando le partite gliele devo raccontare. In uno di quei pomeriggi, devo aver segnato il mio primo canestro. Poteva essere più o meno l’autunno del 1981. Ieri sera, 26 aprile 2006, ho segnato l’ultimo. Non sapevo che lo fosse, ma doveva arrivare, è la dura legge dei playoff e Lucca ha messo fine alle nostre ambizioni. Ha fatto sì che quel tiro un po’ fortunoso allo scadere dei 24 secondi fosse il mio ultimo canestro.

Tra questi due canestri, posti alle estremità di un lunghissimo campo immaginario, c’è quasi tutta la mia vita.

Mi sento vuota, stasera. Ho voltato pagina. Ho smesso di giocare. Che non vuol dire “ho smesso di giocare a pallacanestro”. Vuol dire ho smesso di giocare. Comincia un’altra vita. Una vita che non conosco, che avrà lo sport, ma non il gioco. Avrà l’attività fisica, ma non le avversarie, le compagne, gli allenatori, gli arbitri. Avrà ancora palestre, avrà percorsi di jogging, sentieri per il trekking e la mountain bike, ma non i campi, tutti quei campi, da Monfalcone a Porto S. Elpidio, da Montecchio Maggiore a Elmas, da Osio Sotto a Senigallia, da Vittuone a Santa Marinella, da Valmadrera a Umbertide… Avrà ancora sudore e fatica, ma non quell’indolenzimento che solo aver giocato con tutte le tue forze ti lascia. Avrò bei ricordi. Mi mancheranno le sensazioni. Un sorriso di una compagna per un bel passaggio, il saluto di un’avversaria, il viso serio di una ragazza giovane che chiede a me, e non all’allenatore, come si esegue un movimento che non le riesce.
Mi mancherà l’abbraccio di una squadra per una partita vinta, la sensazione di avere accanto delle persone che questo briciolo di tempo lo vogliono passare nello stesso mio modo, con gli stessi obiettivi, la stessa voglia, le stesse rinunce. Mi mancheranno tante di quelle cose che non basterebbero mille post. So solo che mi commuoverò sempre fino alle lacrime davanti ad un’impresa sportiva. Ed anche vedendo una masnada di bimbi che giocano al pallone fino allo stremo delle forze.

So che non giocherò più, la decisione è venuta da sé. Ma questa consapevolezza non mi fa star bene. Non ho più l’unica cosa che ancora mi legava direttamente al mio passato di bambina e di ragazzina. Non è più tempo per giocare, ormai. Mi sento vuota, stasera. Ed anche un po’ più vecchia.

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Facciamo outing!

21 Aprile 2006 40 commenti


Su su non fate i timidi né gli ipocriti. Ognuno di voi ha delle preferenze scomode, che normalmente tiene per sé, che non ha il coraggio di esternare… ma quanto pesano? Quanto è insopportabile convivere con l’idea che tra le vostre canzoni preferite c’è Figli delle Stelle di Alan Sorrenti? Che aspettate ancora le repliche di Lady Oscar e magari ancora ci scappa una lacrimuccia? Che avete nostalgia de “La Liceale nella classe dei ripetenti” con Alvaro Vitali? Bene, ecco il vostro momento: liberatevi da questo peso e, come in un carinissima rubrica di Radio Capital (Isaradio con Isabella Eleodori, circa alle 20.30), urlate i vostri segreti, fate outing, sarà una vera e propria catarsi! Questo spazio è per voi (non voglio fare una catena), l’anonimato è garantito… Io ci metto solo l’età, perché certe cose dopo i trenta… ehm…

Blogger: Elena (ebtg)
Età: 34

Film inconfessabile: Bound. Torbido inganno (Gina Gershon e Jennifer Tilly, 1996)
Album inconfessabile: Colour by numbers, Culture Club
Canzone inconfessabile: You spin me round Dead or Alive
Programma tv inconfessabile: Blind date. Appuntamento al buio (su la7 con Jane Alexander)
Gioco inconfessabile : in sala giochi, il flipper di Playboy (…)
Relazione inconfessabile : un marinaio delle isole Tremiti
Libro inconfessabile: anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano (Gino e Michele)

Ora mi sento meglio. Avanti, ora tocca a voi, liberatevi, fate outing!

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La Pasqua mancata

18 Aprile 2006 17 commenti


“Pasqua” significa passaggio. E’ il passaggio degli Ebrei dalla schiavitù alla libertà: condotti da Mosè, fuggono dall’Egitto verso la Terra Promessa. Per i Cristiani, è il passaggio dalla morte sulla terra alla vita eterna. Mentre viaggiavo verso casa, venerdi scorso, cercando come sempre di domare le curve della Cisa cantando a squarciagola le canzoni di una compliation assassina che avevo appena confezionato (“see that giiiiiirl, watch that sceeeene, dig in the dancing queeeeeeen”), pensavo che il concetto di passaggio si sarebbe potuto adeguare abbastanza bene anche a questo nostro momento italiano.
Un passaggio vero, girare pagina dopo cinque anni di governo Berlusconi, questo sarebbe potuto essere il nostro passaggio. Un elettorato se non maturo, onesto, in grado di ammettere che, semplicemente, le persone cui aveva dato tanta fiducia nelle passate politiche avevano fallito e che non erano degne di avere una seconda possibilità (“I’m wishing on a staaaaaaar, to follow where you aaaaare; I’m wishing on a dreaaaaam, to follow what it meaaaaaaans”); un’Italia che guardava a come aveva passato il tempo di questa legislatura, e che non poteva non ritrovarsi peggiore, più povera, più vuota. Non per l’11 settembre che, purtroppo, quello sì è stato un momento drammatico di passaggio, forse il vero inizio del nuovo millennio, ma per i valori, le idee, le aspirazioni promosse dal centrodestra, ai parametri di giudizio, privi di qualsiasi contenuto e profondità.
La Pasqua politica come una presa di coscienza che, maledizione, i cittadini di questo paese sono un po’ diversi da quelli che avevano seguito come pecorelle le promesse di prosperità di Berlusconi, che non esiste solo l’addominale a tartaruga, la velina (“Maybe if I act like thaaaaaat, thet guy wil call me baaaaaaaack; What a paparazzi giiiiiiiiirl, I don’t wanna be a stupid girl”), il lifting, ma che, cavolo, i problemi sono altri, sono concreti, le aziende annaspano, i giovani hanno lo stipendio tre mesi si e tre no (totalizzando, in cinque anni, dieci posti di lavoro, così è chiaro che l’occupazione non può che crescere…), che bisogna integrare il più possibile gli immigrati onesti, che questo paese è fermo, che la televisione ci propina lezoni di cucina e reality show per impedirci di pensare, mentre è solo questo che dovremmo fare per cambiare le cose (“Solitary brotheeeeeeeer, is there still a part of you that wants to live? Solitary sisteeeeeeeeeer, is there still a part of you that wants to give?)…
E invece no. Occasione mancata. Non mi importa che la sinistra abbia vinto. Mi importa che la metà degli italiani ha votato per il centrodestra. Appena ho visto i risultati definitivi, mi sono sentita come dopo il referendum sulla procrezione assistita, ma più disincantata. Alla fine è vero. Non conosco questo Paese, Italia 2006, ci sono troppe realtà che mi sfuggono e la mia incrollabile fiducia che prima o poi la sua parte migliore, che non è di destra o sinistra, ma è la sua parte pensante, critica, matura ed onesta avrà il sopravvento deve lasciare il posto ad un’altra convinzione. Che a molti va bene così. Va bene che la società civile sia regolata dai precetti cattolici (“Sei nell’animaaaaaaaa, e lì ti lascio per seeeeeeempreeeeee”), va bene così, perché in fondo tira sempre più un…, perché è inutile pagare le bollette della luce di una biblioteca, quando è meglio finanziare progetti privati di digitalizzazione di tutto, così gli editori sono contenti e la gente resta ignorante (perché un libro virtuale non lo legge nessuno, senza carta è impossibile resistere per più di un paragrafo), perché gli immigrati devono stare a casa loro, le donne invece a casa nostra a far da mangiare, i gay fanno schifo, i trans sono scherzi di natura (ma certo, all’amica dello svincolo non si rinuncia mai) e così via (“I’m just travelin’, travelin’, travelin’, I’m just travelin’ thru”).
Non siamo pronti ad avere di più. Io stessa non lo sono, forse, perché sono troppo presuntuosa e le mie convinzioni mi impediscono di vederci come siamo, Elena compresa, ovvero peggio del previsto. Ho preso una specie di tranvata elettorale, tra giugno e ora, OK. Però non riesco ad arrendermi a non aspettare una nuova Pasqua per l’Italia: vorrei tanto vederla, vorrei tanto esserci. Vorrei che non tacesse la candida voce di Kate Bush, che sussurra di non mollare, perché da qualche parte c’è un posto cui apparteniamo, di far riposare la mente, perché mi preoccupo troppo, ed ancora mi canta che, in fondo, tutto andrà bene.

Nella foto: il nostro nuovo presidente del consiglio, Silviano Prodoni

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Massa Critica – No Oil

11 Aprile 2006 18 commenti


Conoscete la Massa Critica? Non è un movimento di consumatori di massa. Non avete mai intravisto una bici con una targa No Oil nella vostra città? Se non l?avete ancora vista o se la vedrete in futuro sappiate che quella bici targata No Oil potrebbe aver partecipato ad una massa critica. Massa Critica. Non saprei nemmeno bene come definirla. Perché la Massa Critica è prima di tutto massa. Massa di biciclette e persone. Ma non è solo una massa di persone che usano la bicicletta in città. E? molto di più. E? un insieme di persone senza età, una macedonia di individui che si ritrovano una o due volte al mese nella propria città per girare in bici e sensibilizzare gli automobilisti verso i ciclisti urbani.
La meta della massa? Nessuna. La massa non ha nessuna meta predefinita. La massa non ha un capo. Non ha testa né coda. La massa è una massa informe che viaggia compatta. Ogni persona con la propria bici.
La massa critica non è presente solo in Italia. Ci sono gruppi di ciclisti urbani, sorti spontaneamente come funghi sotto il cappello di Critical Mass un po? ovunque nel mondo. Il primo gruppo di ciclisti urbani è nato in California nel 1993.
Partecipare ad una delle masse organizzate nella vostra città non costa nulla. Non serve una tessera. Serve solo una bicicletta e voglia di pedalare e di divertirsi. Si perché ci si diverte davvero tanto quando la massa blocca o rallenta il traffico e sente dietro di sé gli automobilisti infuriati che strombazzano e che fremono per sorpassare la massa. La massa della mia città è una massa chiassosa, qualcuno di noi pedala con le ali, qualcun altro con dei fischietti, con una radio. Liberate e scatenate la vostra fantasia e buona pedalata!

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Upside down

1 Aprile 2006 25 commenti


Oggi voglio scrivere di un locale che frequento da qualche mese e che mi piace molto. So che questo mio nuovo modo di svagarmi potrebbe essere giudicato superficiale dai professori che saltuariamente passano sul mio blog, una perdita di tempo dalle amiche cestiste, che lasceranno commenti un po’ risentiti rispetto a questo modo assolutamente non sportivo di passare il tempo, so anche che qualche amico di passaggio potrebbe pensare che in fondo è sempre meglio il computer e che tu, mia adorata lettrice, la più affettuosa e costante di tutti, potresti essere addirittura gelosa di questo mio mondo così personale e così lontano dal tuo… ma che devo farci? Mi piace passarci qualche ora ogni tanto.
Ci sono entrata per la prima volta da sola. Prometteva. l’insegna, conversazioni e scambi di idee, una compagnia interessante, senza che vi fosse da pagare niente: ho varcato la soglia e mi sono trovata a parlare sola con me stessa ed è già una cosa che non posso fare in nessun altro locale che conosca. Poi piano piano sono cominciate ad entrare le persone, prima timidamente, poi con più confidenza, sempre con un fare gentile e premuroso. L’intenso Zoe, misterioso e poetico, è stato uno dei primi con cui ho cominciato a parlare. E’ poi arrivata Mik4, una persona combattiva, dalle opinioni mai banali, coraggiosa. Mi è piaciuta subito. Piano piano, mi sono fatta il mio giretto di amici. Parlo anche di basket, col mio amico Danubio, carissimo, e con Giorgio, che mi racconta di com’era il basket ai tempi suoi, senza il tiro da tre, quando gli “americani” erano ancora dei marziani. Ed abbiamo sempre un pensiero per lo zio Willy.
Mi diverto molto con la Vane: lei è spigliata, intelligente, mi racconta delle peripezie della sua gatta Judy e delle folli richieste dei clienti della sua videoteca; mi piace tantissimo incontrare Luvi, Rita, Flavia, con cui posso parlare di tutto ed essere sicura di ricevere sempre le risposte che cerco, le critiche più giuste, le conferme: parole che raccontano di vite diversissime, eppure vissute, mi pare, con una prfondità e intensità che sento anche un po’ mie, o che almeno vorrei avere. Salvo è un vero gentiluomo: potremmo discutere per ore delle nostre ragioni, senza mai convincerci reciprocamente di essere in torto o in ragione, ma semmai, terminando sempre più consapevoli di quello che siamo e più rispettosi dell’altra persona. Nns mi prende sempre in giro: dice che sono la sua camionista preferita. Suppongo che non ne conosca altre. Mi è molto simpatico, nonostante sia di Firenze, e rende al meglio quando s’incazza. O quando si inventa delle storie da raccontare. O quando scherza sui miei anfibi, le magliette XL, il berretto a visiera. Uno spettacolo.
Non c?è persona migliore di The Hours per parlare di viaggi, o per avere un buon consiglio su dove andare per una vacanza, ti può raccontare del mondo, dall?Africa a Torino; quando incontro Ghismunda, il discorso invece è più serio e impegnato, mentre con la dolce Ivy ci scambiamo i ricordi della scuola, per lei ancora così presenti, per me lontanissimi. Di quanti dischi ho parlato con Renato? Non lo ricordo più. C?è anche chi arriva in coppia: una è divertentissima, i due si chiamano Medusa e Penelope, due creativi, due originali.
Sera dopo sera, incontro persone sempre nuove, e conosco meglio quelle che conosco da più tempo: ci salutiamo ormai regolarmente con la Prof. Gio, con Butter, con Bob, con la strega Salem, con Angela, con Claudia. Ora ci sono anche Italo e Amfortas, ci conosceremo meglio col tempo. Non ho mai salutato GraceK: ma quanto mi diverto ad ascoltarla!
C’è anche un momneto di impegno comune, contro la pena di morte.
Pare impossibile che esista un luogo così, lo so. Un luogo di buone maniere, di cortesia, un luogo a volte dove si può cercare anche un po? di conforto dopo una giornata no. Forse vi chiederete come è fatto questo locale o cosa vi si può mangiare, se ci sono bibite buone, che musica ci si può ascoltare. Nulla di questo è importante. Contano solo le persone, solo loro che arredano questa grande stanza. Come è solo questo locale il punto di incontro di tutti: solo raramente ci si vede al di fuori. Ognuno, uscito di lì, torna alla propria vita di tutti i giorni, certo, magari con un po? di curiosità verso quella degli altri, che viene fuori solo per frammenti nei discorsi di tutti.

Provate a vedere se c?è un posto così lì da voi, cari professori di Università, care cestiste, cari amici, tu, S., e anche tu, mia adorata. Non voglio per ora darvi l?indirizzo di questo, perché ancora non mi conoscete abbastanza: c’è uno schermo di computer a dividerci.

O forse, attraverso questo blog, mi conoscete meglio di tutti?

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