Archivio

Archivio Maggio 2006

Giaguara a chi? Momento di autocritica.

21 Maggio 2006 35 commenti


Ieri sera ho imparato una cosa: sono giaguara. Diciamo meglio, che ieri sera mi è toccato fare una rassegna di tutte le giaguare che io e il mio occasionale interlocutore potevamo conoscere. Che peccato. Il ragazzo, piuttosto sveglio e intelligente, mi è caduto sulle giaguare. “Lei è giaguara?”. “E lui?”. E io e la mia metà, imbarazzate abbastanza, a rispondere “Si”, “No”, “Non si sa” cercando di fare mente locale su tante persone che conoscevamo solo per nome, di cui immancabilmente ci venivano chieste le preferenze sessuali. Il fidanzato del tipo in questione non sembrava gradire molto quando il discorso si spostava sui maschietti, naturalmente. Noi due giaguare invece eravamo un po’ infastidite dal fatto di avere, davanti a noi, non una coppia di ragazzi gay, ma qualcosa di più e di peggio: lo stereotipo esatto dei gay, in questo caso maschi, che sconfina nella caricatura. Tutto ciò che io, nella mia piccola esistenza di giaguara, cerco di combattere.
Ostentazione. Effeminatezza studiata. Due Platinette senza trucco. Un’identità insomma costruita secondo il luogo comune di come un omosessuale dovrebbe gesticolare, parlare, muoversi. Tant’è che, quando con lo stesso interlocutore, mi sono trovata per un nanosecondo a parlare di cose serie, tutto è cambiato: voce ferma, atteggiamento argomentativo, gesticolazione controllata, e soprattutto un’intelligenza vivace, una certa maturità, che poco o nulla si adattava al suo comportamento per come l’avevo visto fin lì.

La mia giaguara sostiene, a ragione, che si tratta di una reazione ad un disagio. I due ragazzi (uno 28 anni, l’altro più giovane) si comportavano così perché fuori da “aree protette” come quella di ieri sera – ahimè si, una seratona con 10 persone di cui purtroppo solo due non erano giaguare – c’è Ruini, c’è il lavoro, c’è la società, ci sono insomma ancora un sacco di situazioni da cui ci si deve proteggere. E ci si sfoga quando si può, quindi ogni parola, ogni gesto tende a sottolineare con forza una condizione che in molte altre situazioni non è vissuta con serenità. E’ comprensibile. In una recente puntata delle Iene, se non erro, c’erano delle interviste a dei gigolò. Uno di essi, diceva che la sua clientela era quasi esclusivamente maschile. In Italia, si trattava di uomini in genere sposati. In Inghilterra, omosessuali “dichiarati”. Non bisogna essere grandi sociologi per capire che in Italia ancora si avverte il bisogno di una facciata accettabile (per poi cercare i gigolò), mentre in Inghilterra evidentemente no.

Tutto questo è verissimo. Eppure mi chiedo a quale grado di maturità siamo per chiedere diritti, quando vedo dei ragazzi giovani guardare ancora ad un modello di comportamento stereotipato, piuttosto che alla realtà dei rapporti interpersonali. Non credo che si possa generalizzare: ho conosciuto tanti ragazzi e ragazze che vivono la propria relazione senza bisogno di atteggiarsi nel primo caso a checche isteriche, nel secondo a camionisti navigati. Per carità. E poi, fondamentalmente, ognuno deve comportarsi come meglio crede, non voglio fare la bacchettona al contrario. Però ieri sera per un attimo mi sono vista dal di fuori. Ed ho visto una serata in cui erano presenti quasi esclusivamente dei gay, in cui si parlava quasi esclusivamente di gay, in cui ci si comportava quasi esclusivamente da gay che più gay non si può e mi sono detta: vogliamo diritti perché, pur nella diversità, la società ci riconosca. Bene. Ma continuare a chiudersi nella propria nicchia, facendo una vita che procede per luoghi “dedicati” (per le giaguare nell’ordine: la serata tra gay, il locale per gay, il calcetto – notoriamente uno sport particolarmente gradito a noi feline – e via di seguito), non è andare in direzione opposta? Ostentare la diversità, quasi in opposizione a una “normalità”, conoscere una persona e chiedersi prima di tutto se è gay o etero, non è alzare delle barriere invece di toglierle?
A “Porta a porta” qualche sera fa Bertinotti diceva delle cose di straordinaria profondità, in merito al rifiuto cattolico dei pacs. Diceva che il Papa teme in una secolarizzazione della società e dei suoi valori. Una società retta dai valori del consumismo è una società che non piace nemmeno a Bertinotti. Ma nel caso dei pacs, diceva, non si tratta di consumismo. Si tratta di sentimenti, legami, valori umani, ai quali la Chiesa stessa non dovrebbe restare insensibile. L’avrei sposato, ‘fanculo la giaguara. Credo che non siano solo i cattolici a dovergli dare retta, ma anche noi guiaguarotti e giaguarotte. Chiediamo alla società e anche alla Chiesa di riflettere sull’essenza e sul significato profondo dei nostri legami perché si arrivi a non distinguerne le manifestazioni. Prima di tutto, abbiamo noi riflettuto su quel valore? Essere la caricatura di noi stessi non è piuttosto chiudere la porta che ci conduce alla società, mentre tutto ciò che vorremmo è spalancarla?

In tutto questo non sapevo di essere giaguara. Sapevo di essere (cu)gina. Esistono i gini e le gine. Qualcuno dice anche le “lelle”, più o meno sorelle. Ci sono anche dei gradi. Si può essere anche solo “un po’ gina”. Se lo si diventerà davvero, solo il tempo lo dirà.

Innocenza è un rigore sbagliato

13 Maggio 2006 24 commenti


Sarò troppo romantica, forse, ma c’è un’unica cosa che allevierebbe i dolori del mio cuore di atleta procurati dalla lettura delle intercettazioni telefoniche di Moggi & c. Una sola. Che da qualche parte fosse registrato un contrattempo di questo genere: a tutto avevamo pensato, tranne che una squadra giocasse la partita della vita, rendendo vana ogni combine, inutile l’annullamento di gol regolari, espulsioni finte etc. A tutto avevamo pensato, tranne che il fuoriclasse di turno sbagliasse il rigore dato dall’arbitro adeguatamente istruito. A tutto avevamo pensato, tranne che un ragazzino della primavera, in campo perché la difesa della sua squadra è stata decimata da ammonizioni mirate nella giornata precedente, riuscisse a fermare i nostri eccezionali attaccanti.

Questo vorrei sentire. Vorrei che qualcuno di questi, Moggi, Giraudo e chissà quanti altri, per un momento fosse stato sconfitto dalla cosa più bella dello sport: il fatto che sia giocata da persone, uniche a determinare l’esito di una gara con il loro rendimento. Un rendimento per sua natura discontinuo e altalenante, nonostante gli allenamenti, perché il corpo e la mente di una persona non possono essere sintonizzati artificialmente al massimo delle loro potenzialità. Le inchieste in corso, se le accuse saranno confermate (ma le intercettazioni sono davvero poco equivocabili), hanno dimostrato che si può controllare, regolare, muovere tutto ciò che ruota attorno agli atleti, secondo i propri interessi. Vorrei che l’umanità di un giocatore avesse scombinato i piani di Moggi, almeno una volta.

Per il momento, non ho letto niente di simile e tremo, perché se nulla del genere viene fuori, significa che la componente umana dello sport può essere completamente scavalcata da giochi di potere. Sarebbe una condanna e una sconfitta per tutti, colpevoli e innocenti, sportivi e non.

Categorie:Serie A Tag: , ,

In viaggio (in una storia d’amore indiana)

6 Maggio 2006 12 commenti


Non so nella vostra ma nella mia città i festival del cinema abbondano. Crescono come i funghi. Ogni anno, di tanto in tanto, ne compare uno. Qualche esempio? Per esempio il festival del cinema giovani, il festival del cinema delle donne, il sottodiciotto film festival, il festival del cinema ambiente, il festival del cinema gay. Quest’ultimo è terminato da un paio di settimane. La mia passione per il cinema e la proliferazione dei festival in questa Torino ex città olimpica per eccellenza, cadono nella mia vita come il cacio sui maccheroni. E mentre i riflettori, spenti su questo evento, sono ancora caldi, calda è la mia impressione su questa kermesse cittadina che richiama persone da tutta Italia e da tutto il mondo. Registi e registe, pubblico delle grandi occasioni hanno riempito e gremito le diverse sale di un teatro in cui, per un’intera settimana si sono svolte le proiezioni. Feste in città, aperitivi, apericena e dopo cena sono stati alcuni degli eventi che hanno caratterizzato l’edizione di quest’anno del Festival. Tra i vari film proiettati, uno in particolare ha colpito la mia attenzione: un film indiano girato in india dalla regista di “Fire”: Deepa Metha. Ora, e qui sono di parte, a me che la filmografia indiana piace da impazzire, non posso che consigliarvi questo film quando e se uscirà e raggiungerà le sale cinematrografiche della vostra città. Se vi è piaciuto Brokeback Mountain, apprezzerete non poco questo film intitolato “Il viaggio” che racconta la storia d’amore tra due donne indiane, in una società tradizionale in cui la donna passa dal controllo del padre a quella del marito. Non sarà un film rivoluzionario ma di certo un film che offre diversi spunti di riflessione su una società tradizionale, quella indiana, la cui cultura patriarcale non è poi così diversa da quella presente nell’Italia del Sud.

Categorie:Cinema Tag: , , ,