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Archivio Luglio 2006

Dolce Belgio…

29 Luglio 2006 20 commenti


Ci sono paesi che rappresentano isole felici di dolcezza. E’ il caso del Belgio. Un paese che accoglie con dolcezza già a partire dal volo in aereo dove palato e pensieri sono addolciti dal suo cioccolato al latte o fondente. Dipende dai gusti.
A Bruxelles poi, ci si perde nelle strade del cioccolato. Non perché siano fatte di cioccolato ma perché i negozi che propongono infinite varietà di cioccolato dalle forme più strane per tutti i gusti primi fra tutti al latte e fondente si susseguono uno dopo l’altro.
E le gauffres al cioccolato dove li mettiamo? Le gauffres, nate a Liegi, in quest?era globalizzata sono migrate a Bruxelles ed oggi anche questa città può vantarsi di avere le sue gauffres, magnifiche cialde quadrate ricoperte, a seconda dei gusti, di gelato, panna, cioccolato, marmellata, zucchero di tutto di più. Se volete concedervi una vacanza in Belgio, anche di pochi giorni, mettete in conto, oltre alla possibilità di ammirare le sue bellezze artistiche, la possibilità di tornare nella vostra patria oltre che appagate/i nello spirito, con qualche chilo in più! Provare per credere! Se poi non vi piacciono i dolci è tutto un altro paio di maniche.

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Storia di C.

24 Luglio 2006 15 commenti


Ieri ho conosciuto C. E’ una donna di 35 anni, ne ha uno più di me. Non abbiamo assolutamente niente in comune, la sua vita è qualcosa che io non posso nemmeno immaginare. A vent’anni ha visto cambiare ogni cosa per sempre. La regione dove abitava è diventato uno stato, una briciola chiamata Moldavia, stretta tra Ucraina e Romania, protesa verso il mare; ma non può toccarlo, per pochi km. Ogni certezza vacilla: meno lavoro, meno prospettive. Ma C. è fortunata, trova un brav’uomo, si sposa e riesce a non passarsela male in quella strana terra fatta di colline e nient’altro, in cui le attività produttive, pian piano, diventano preda delle grandi compagnie straniere e le aziende che restano di proprietà moldava inevitabilmente chiudono. Nascono i bambini: a scuola imparano a scrivere in latino, non più il cirillico. Si parla il moldavo, diverso dall’ucraino, diverso dal russo, ma simile al rumeno. Però il russo ancora lo parlano tutti gli adulti, tutti lo leggono.
Poi, accade l’imprevedibile. Il marito di C. che aveva un buon posto alle ferrovie, si ammala. Operato, non può lavorare per due anni, così gli dicono. Allora C. si dà da fare, le prova tutte, e alla fine si rassegna anche lei al destino di tante persone che conosce. Partire. La sopravvivenza della famiglia, a questo punto, dipende da lei. E C. viene in Italia. Lavora come badante per due signore e passa un anno. Poi l’appuntamento con mio zio e mia zia ai giardini di fronte allo stadio, dove si incontra con le altre sue amiche badanti, che le hanno insegnato dove può trovare i libri in russo e le edizioni di Cosmopolitan scritte in cirillico. Così C. entra nella nostra vita e lo fa nel modo migliore possibile. Mia nonna non aveva mai voluto nessuno, ma a lei si affeziona subito. E’ una ragazza dolce, discreta, riservata e paziente, ma allo stesso tempo sveglia, pratica, intelligente. Si affeziona alla sua storia, alle lacrime che le scappano quando pensa ai suoi due figli e al marito che ormai non vede da più di un anno.
Non può far venire nessuno, C., perché è clandestina. Nessuno ha mai accettato di fare richiesta per lei, fino ad ora, e quindi ha perso le due “finestre” per la regolarizzazione, la prima di 170 mila posti, la seconda varata ieri, che sana le domande non accettate in precedenza. Ieri ho conosciuto C., abbiamo parlato a lungo, l’ho portata in giro per i monti, dove mia nonna ha una casa e dove lei ha accettato di stare per accudirla. Un paese di venti abitanti, più i turisti. Ha fatto amicizia con la badante ucraina di un’altra signora anziana. Così, in questo posto sperdutissimo, può capitare di sentire due giovani donne parlare russo. Si cercano e si aiutano. Ieri ho guardato C. negli occhi e ho visto tanto coraggio e tanta dignità. Aveva un’esistenza decorosa, è partita perché non voleva che la vita dei suoi figli scadesse. Lavora sempre. Con mia nonna usa una pazienza e una delicatezza ammirevoli.

“Davvero? Allora non lo voto più”, mi ha risposto mia nonna, quando le ho detto che C. non poteva far venire in Italia nessuno dei suoi parenti, per colpa della legge che portava il nome del politico per cui entrambe abbiamo una grande ammirazione, Gianfranco Fini. La differenza è che io non lo voto. Ora non credo che lo voterà nemmeno lei. Cerco di spiegarle la legge. “E’ una legge stupida”, dice. E’ vero, nonna, è una legge stupida e soprattutto sbagliata. C. lavora da un anno e due mesi in Italia. Vorrebbe essere regolarizzata, mio padre vuole regolarizzarla, garantirebbe personalmente per lei, tutti noi l’adoriamo e ci sentiamo non tanto come dei datori di lavoro, ma come delle persone quasi in debito con lei, per come è riuscita a farsi accettare dalla mia nonna. C. si è guadagnata la stima di tutti. Ma la legge, al momento, non ci consente di fare niente. Una persona come lei deve restare clandestina, secondo la Bossi-Fini. Perché per essere regolari, o regolarizzati, bisogna essere “chiamati” dal paese d’origine. E aspettare queste maledette quote.

Non è giusto. Ci sono tante persone per cui le porte di questa nostra Italia dovrebbero potersi aprire in ogni momento. Bisogna consentire a chi cerca lavoro di venire in Italia regolarmente, anche solo per questo, per cercare. Bisogna fare in modo che chi è entrato clandestinamente, anche per colpa di questa legge, se può dimostrare di avere un lavoro, se ci sono persone che possono dare una garanzia, se, se, se, possa regolarizzarsi in fretta. Possa muoversi da e per il suo Paese. Possa far venire i suoi familiari. Così, la clandestinità resta una condizione comune sia a chi sta di qua, sia a chi sta al di là della legge ed è precisamente quello che si dovrebbe combattere. Non è giusto per chi lavora, non è giusto per noi, che dovremmo cominciare a pensare che persone come C., con le loro storie, la loro forza, i loro valori, costituiscono una ricchezza per la nostra società e una possibilità unica per crescere davvero.

“Vorrei una foto di questo posto, per avere un ricordo di quanto è bello”, mi ha detto ieri.
“Posso farla con il cellulare, ma non si vede niente”.
“Va bene lo stesso, prova a farla”.
“Provo”.

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Un mondiale in viaggio

11 Luglio 2006 12 commenti

Solo ieri, in un autogrill dopo Bolzano, ho capito quanta partecipazione ci sia stata per questo Mondiale, quanto entusiasmo, quanto tifo. L’autogrill era pieno di giovani, di padri e di figli, di famiglie in camper, tutti con la maglia azzurra e la parrucca tricolore. Parlavano al telefonino e raccontavano a chi li aspettava, chissà dove in questa strana Penisola, il loro viaggio da Berlino. In effetti l’autostrada del Brennero era così: camper e macchine con un segno tricolore. I giornali italiani nella bacheca dell’autogrill tutti a titoli cubitali; una prima pagina di Repubblica con il titolo “Campioni” di una grandezza che non avevo mai visto e una grande foto della bella faccia raggiante di Cannavaro.
Si, anch’io ero sull’autostrada del Brennero: non tornavo da Berlino, ma dalle vacanze. Ed ero in un luogo sperduto, che si sente più Germania che Austria – nonostante in due ore di camminata in montagna si arrivi proprio in Austria – ma certo non Italia. Torno che siamo Campioni del Mondo, incredibile. Torno e riguardo questo mese vissuto in viaggio, partita dopo partita. E ho una voglia matta di riavvolgere il nastro e riguardarmelo, questo mio personale mondiale, valigia in mano.

Italia-Ghana: 2-0. 12 giugno. Parigi. Si, a Parigi da sola, a lavorare. La cosa positiva è che i Mondiali sono tutti in chiaro e quindi posso vedere un sacco di partite; senza dimenticare il bel weekend del Roland Garros. Ogni sera, vedo bandiere diverse sventolare per le strade del Marais, a seconda che vinca l’una o l’altra nazionale. Gioca l’Italia e rispetto alle altre partite che ho potuto vedere mi fa una bellissima impressione. Convincenti. Mi dispiace un po’ per il Ghana, spero che si rifaccia. La tv francese ha grande rispetto per noi, i commentatori ci elogiano. Il giorno dopo parto, la Francia si sta già fermando, non si parla d’altro. Tocca ai bleus contro la Svizzera. Giocano mentre sono in volo e il pilota aggiorna sul risultato. Sarà 0-0.

Italia-USA: 1-1. 17 giugno. Pisa. E’ la festa di Pisa: San Ranieri, tutto chiuso, si celebra il patrono. Ma, dopo la notte precedente passata a tirare tardi alle luci della Luminara, come sempre, è un San Ranieri diverso. C’è la partita. E mi tocca la serata giaguara, alla fine piacevole. Piacevole la serata, un po’ meno la partita, perché si gioca male, De’ Rossi tira una gomitata in faccia a Mc Bride e si fa espellere. Succede di tutto, ma resta molta delusione. Nulla è perduto. Io ho disfatto da poco le valigie e le devo rifare. Un’altra prova, un’altra verifica.

Italia-Repubblica Ceca: 2-0. 22 giugno. Pisa-Napoli. La partita decisiva. Io devo partire per Napoli. Dopo un quarto d’ora del primo tempo, chiamo un taxi che mi porti in stazione. Al radiotaxi mi dicono che non ce ne sono. Nessun taxi in tutta Pisa, possibile? Devo riprovare. Segna Materazzi. Richiamo. Il taxi arriva dopo moltissimo e mi porta in stazione due minuti prima della partenza del treno. Che non c’è, perché ha un ritardo di 45 minuti. Potevo vedere tutta la partita. Invece no: non c’è una tv in tutta la stazione e quindi mi metto vicino ad un signore che ha una radiolina. Non succede niente. Alla fine il treno arriva, salgo, da uno scompartimento si alzano delle urla: ha segnato Inzaghi: siamo agli ottavi. Arriverò a Napoli con un’ora di ritardo. E una relazione da fare.

Italia-Australia: 1-0. 26 giugno. Pisa. Ci son tutti i presupposti per un bel pomeriggio. A Napoli è andata bene, sono a casa della mia dolce metà. Patatine e Coca Cola, i piedi sul tavolino Lack dell’Ikea (chi di voi non ha un tavolino Lack?), la schiena sul divanone Ektorp, concentrazione al massimo. Tensione che sale all’inverosimile, fino a quel rigore di Totti. Altro che bel pomeriggio. Che brutta partita. Il rigore non c’era, forse. Ma siamo ai quarti, non conta più nulla, ormai. A casa mia, una valigia si svuota di vestiti eleganti, un borsone da basket deformato e defunzionalizzato, ma comodissimo, si riempie di maglie, maglioni, giacche a vento, scarpe da trekking: stiamo per partire per l’Alto Adige. Con una tappa in Emilia.

Italia-Ucraina: 3-0. 30 giugno. Reggio Emilia. Fantastico. Schermone piatto di casa della mamma, pizza di quelle buone, perché tanti emigrati dalla Calabria hanno fatto sì che nella padana Reggio se ne mangino di ottime, una partita finalmente divertente, sulla via delle vacanze.

Italia-Germania: 2-0. 4 luglio. Casere (BZ). Scherzi del destino. In montagna, a 1600 metri, in mezzo a vette bellissime, a profumi intensi, a colori da sogno, non si vede la tv. Tutti hanno il satellite. Ma, come ho imparato a Napoli, la Rai cripta le dirette, sul satellite. E in Alto Adige, la parabola è orientata sui canali tedeschi. Quindi: Italia-Germania, partita dal fascino indicibile, mi tocca con il commento della ZDF, il secondo canale tedesco. E pazienza il commento alla partita, che, come già in Francia, è estremamente asciutto ed equilibrato (per quanto posso capire), ma il programma sportivo che introduce alla partita è davvero sgradevole. L’ironia sugli italiani è feroce. La nostra rabbia monta e facciamo un tifo terribile: al gol di Grosso quasi piango. Una liberazione. Siamo in finale, noi ci stampiamo un sorriso in volto che non riusciamo a condividere con nessuno, perché in Valle Aurina può anche capitare di incontrare persone che l’italiano non lo sanno e parlano solo tedesco. Questo bilinguismo, quest’identità doppia, oscillante della Valle per quanto mi riguarda è tanto misteriosa quanto seducente. Però, entschuldigung, siamo in finale noi.

Italia-Francia 6-4 (dopo i rigori). 9 luglio. Casere (BZ). L’ultimo giorno di vacanza. Ci siamo svegliate presto e siamo state otto ore sui monti, abbiamo messo un piede in Austria per vie che hanno percorso nei secoli mercanti, briganti, esploratori, ebrei in fuga, abbiamo guardato la Vetta d’Italia, siamo scese al rifugio Tridentina, e via fino a casa. Mangiamo una pizza alle sette. E ci incolliamo alla tv, pensando che purtroppo non sentiremo mai – nel caso – l’equivalente del celeberrimo “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo” di Nando Martellini. Ma campioni lo diventiamo lo stesso, grazie a quei rigori tirati perfettamente. Hanno ragione a dire che la Francia ha perso nel momento in cui Zidane è stato espulso. Fino a quel momento, avevano meritato di vincere, nonostante un rigore inesistente. Giocavano meglio, erano più tosti, più atletici, più scafati di noi. Zidane li ha messi in posizione di demerito ancora prima dei rigori. A quel punto, il verdetto del campo è stato giusto. Siamo campioni del mondo. Magari brutti, anzi sicuramente, nervosi, un po’ caciaroni, tormentati, operai, ma forti. Sono finite le vacanze. Sto meglio. Sono riposata, contenta, ho passato giorni bellissimi e lo sport mi ha seguita, da Parigi a Casere, regalandomi anche la splendida vittoria di Amélie Mauresmo a Wimbledon.

Come ha scritto Vittorio Zucconi sul giornale, adesso tutto ricomincia, purtroppo: non possiamo fermare questi momenti per sempre. Si ritorna. Porto con me però delle emozioni indimenticabili, di luoghi, di stati d’animo, di prove, di sport: emozioni amplificate e forse rese uniche perché una piccola porzione della mia inquieta vita di questi tempi si è intrecciata con un evento collettivo, con qualcosa che resterà nella memoria di tutti noi.

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Dal maggiordomo di Ebtg

1 Luglio 2006 13 commenti


Allora finalmente è andata via, destinazione Valle Aurina, Alto Adige. Per non sbagliare, ha scelto il posto più a nord d’Italia: forse vi ha detto che l’estate non le piace. Tornerà fra due settimane. Mi ha detto di dirvi che se volete lasciarle un saluto, una riflessione, un pensiero, le farà piacere. Lei sicuramente vi penserà, anche da quel luogo sperduto. Pare che si sia già accertata della presenza di una tv per vedere i mondiali, sapete com’è fatta.

(In quanto a me, non crediate che mi porti con sé. Ieri è stato terribile: in un giorno è riuscita a portarmi dal veterinario per una stupida puntura, farmi fare 200 km in quella odiatissima macchina, per mollarmi alla fine dalla solita signora che mi darà da mangiare. Sapete cosa vi dico? Che quando tornerà non la considererò nemmeno di striscio, tzè. Beh certo, se mi fa una coccola sulla pancia, o un grattino sulla testa… Vediamo… Intanto mancano 14 giorni, 20 ore, 40 minuti al suo ritorno).

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