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Archivio Settembre 2006

La notte dei ricercatori

28 Settembre 2006 11 commenti


Cosa accomuna un ricercatore universitario ad un bracciante agricolo? Non siete mal capitati/e in un programma televisivo a quiz che va tanto di moda al giorno d’oggi. Pensateci. Intanto, mentre voi pensate, scrivo due righe sul lavoro precario.
Quando pensiamo al lavoro precario, spesso pensiamo ai lavoratori che svolgono lavori manuali: ai braccianti agricoli sfruttati dai padroni che lavorano ore e ore nei campi per percepire uno stipendio da fame. Oppure pensiamo ai giovani apprendisti impiegati in imprese edili che per portare a casa la cosiddetta pagnotta devono versare tanto sudore per un pugno di euro.
Chissà perché quando si pensa al lavoro precario troppo poco spesso si pensa al lavoro intellettuale. Chi non ha mai sentito parlare di fuga di cervelli all’estero alzi la mano!
Dopo le varie notti bianche e la notte della civetta, la notte della taranta è approda la notte dei ricercatori. Perché nel mare del precariato sono approdati anche loro. I cosiddetti ricercatori, i quali, oltre a svolgere ricerche nel campo del loro sapere, spesso e volentieri sono affidati veri e propri corsi di laurea nelle varie facoltà. Bando alle ciancie, tutto questo per dire che lo scorso venerdì, venerdì notte, in alcune città italiane, non è stata una notte come tante. Non è stata una notte con lezioni boriose in piazza, ma una notte ripiena di tutto e di più. E chi ha avuto il piacere di partecipare ne avrà viste di certo delle belle. Non mi credete? Visitate questo sito:http://www.nottedellaricerca.eu/

E buona notte!

Dimenticavo: la notte dei ricercatori è stata promossa e co-finanziata dalla Commissione europea e si è svolta in contemporanea, il 22 settembre 2006 in 20 Paesi dell’Unione europea.

Riferimenti: La notte della ricerca

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Due visite di B.

21 Settembre 2006 13 commenti


Due visite in quattro mesi sono tante, per una persona che non vedevo più da anni, da quasi dieci anni ormai. Tutto era cominciato guardacaso in palestra: io ero la piccola della squadra, la mascotte, la bimba, lei, di cinque anni più grande, era nel pieno della sua forza fisica. Che era tanta, tra parentesi. Non so come diventammo amiche. Per me non è mai stato facile fare davvero amicizia con le compagne di squadra: si condivide tanto, troppo, ci si mette troppo in gioco per aver voglia di vedersi dopo gli allenamenti, le partite, le trasferte. Oltretutto, il tempo è poco, quando ti alleni tutti i giorni e le trasferte non finiscono mai.
Ma noi facemmo amicizia. Ci univa l’entusiasmo per lo sport. Io l’ho sempre declinato a modo mio, impegno, applicazione, regolarità; lei, invece, con l’esuberanza di una persona avida di quello che tutta la gioventù può portare: viaggi, amci, amore, sport, sesso, tutto insieme. Il risultato era sorprendentemente lo stesso. Ci trovavamo prima degli allenamenti, per lavorare di più; ci fermavamo dopo per provare le cose che non ci riuscivano; mezzora prima del riscaldamento della partita, c’erano due persone, sempre, che tiravano al canestro, per allenarsi: io e lei. Con la differenza che per un po’ di tempo, io non avrei mai più toccato il campo, mentre a lei spettava larga parte della partita. Era lo stesso per lei e il suo fisico potentissimo. E piano piano ci sono stati anche i concerti, gli ultimi dell’anno, le serate fuori fino a tardi, gli altri sport, le corse, il tennis, i pomeriggi passati nella palestra a casa sua, dove con la mamma insegnava ginnastica. La compagna perfetta. Non potevo desiderare di meglio. Una delle due persone a cui telefonavo quando, più tardi, avevo cominciato a fare avanti e indietro. Ho condiviso tutto con lei e le ho detto della mia prima storia con una ragazza, proprio a lei, che per poco non era riuscita a farmi stare con un (delizioso) giovanotto. O forse con due?
Dopo il mio trasferimento a Pisa, c’erano degli intervalli lunghi tra i nostri incontri e le nostre scorribande. Lei si doveva laureare, io studiavo moltissimo. Un bel giorno, mi giunge notizia che B. si era laureata. E io non ne sapevo niente. Prima che potessi organizzare una telefonata, una richiesta di spiegazioni, qualcosa, arriva una seconda telefonata di mia madre, che mi avvisa che B. si è sposata.
B. aveva deciso di interrompere il filo che ci univa. La sua vita doveva procedere senza di me. Ero una presenza scomoda, per lei? Vivace, esuberante, ma in fondo conformista? Dove avevo sbagliato, cosa non avevo capito? Che parole non le avevo detto, o cosa le avevo detto? Ci pensai per mesi. Pensai di chiederglielo, ma non ho mai avuto il coraggio: avevo paura della risposta, qualsiasi essa fosse. Potevano essere parole che dipingevano una B. diversa da colei a cui mi ero affezionata così tanto; potevano essere parole di accusa. Ho scelto, come lei, il silenzio. Forse perché pensavo che, comunque, niente sarebbe stato più come prima. Era l’amicizia irripetibile. Volevo che lo restasse, nel bene e nel male.
Dopo anni, B. torna a trovarmi. I miei sogni sono sempre criptici, oscuri, inquietanti. Ne ricordo solo due, chiarissimi. In giugno a Parigi, da sola, dormivo e B. è arrivata. Sorridente, più adulta, più matura, ma lei. Tutto era accaduto, ma tutto era alle spalle. Parlavamo del passato prendendoci in giro per le nostre incomprensioni, descrivendole senza spiegarle. Con quella stessa frizzante leggerezza che sempre caratterizzava tutto quello che facevamo anni prima. L’altro sogno che ricordo chiaramente è di pochi giorni fa. B. è tornata a trovarmi per raccontarmi le sue conquiste. Tutte quelle che mi sono persa in questi anni di silenzio evidentemente; evidentemente per me il suo matrimonio non esiste. Un’altra cosa che mi piaceva di B., che io non ho mai avuto: entrava immediatamente in sintonia con i ragazzi, sempre. Qualunque fosse il fine ultimo, lei era circondata da giovani adoranti. Sapeva cosa fare e cosa dire, con una naturalezza per me disarmante. E così rieccola a raccontarmi tutto.
Entrambe le volte mi sono svegliata un po’ turbata, da quei sogni nitidi e così veri, così “voluti”. B. rimane per me l’amica da cercare nelle persone che incontro. Il dolore per quello che è successo è stato grandissimo, eppure non ha scalfito l’immagine che di lei mi è rimasta, che è l’immagine di un tempo vissuto ed abbracciato con forza, con tutta l’anima, il tempo dell’adolescenza e dei ventanni. E’ un’amicizia che non ha resistito alla prova della maturità evidentemente, né questo post regge alla prova dei fatti stessi che racconta. Si può pensare che non tenessi abbastanza a lei, io che ora la celebro, perché non ho chiesto una spiegazione, perché ho accettato passivamente una decisione incomprensibile; si può pensare che lei non tenesse a me, dato che ad un certo punto mi ha cancellato. Già. Il mio silenzio è stata una fuga da una realtà che non volevo conoscere. Una fuga che ha salvato i ricordi, che forse ha creato una persona che in fondo non è mai esistita, ma che continua a mancarmi come quando avevo vent’anni, che in fondo ancora aspetto e che ricreo nei sogni più reali che abbia mai fatto.

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Elogio di internet e della montagna, ovvero tre canzoni imperdibili

12 Settembre 2006 9 commenti


Inutile negarlo, grazie ad internet si è realizzato un sogno della mia adolescenza: avere a disposizione tutta la musica che desidero. Prima esisteva il noleggio cd, da sfruttare passando pomeriggi a riversare le canzoni su musicassette (non so più quante ne ho), poi qualcuno l’ha messo fuorilegge, ora, legale o meno, è arrivata la musica digitale. Sento una canzone alla radio e immediatamente la posso “avere”, basta un computer e una connessione; mi ricordo di una melodia, di qualche parola e tra google e itunes in poco tempo posso risalire a testi, autori e naturalmente all’oggetto del desiderio, il file da ascoltare. Fantastico. Innumerevoli possibilità di fare compilation e di avere dischi interi. Detto questo, il piacere di entrare in un negozio di dischi, di ravanare fra gli scaffali e infine di comprare l’amato cd, con il librettino che ti spiega tutto, con il titolo e l’autore sulla costina dell’involucro di plastica rimane ancora un piacere unico. L’ultimo cd che ho comprato? Nell’immenso negozio HMV di Oxford Street a Londra c’era una promozione legata ad un libro, “I mille album che dovete ascoltare prima di morire”; ebbere quei mille cd erano tutti a 5 pound e tra di essi – insieme a tanti album meravigliosi che già possedevo, tra cui “Idlewild” degli Everything but the girl, quegli EBTG da cui ho preso il nome di questo blog – c’era “Central Reservation”, un disco forse poco noto in Italia di Beth Orton. Contiene una canzone secondo me unica, “Sweetest decline”. Scoprire questo album tra i vari in promozione, andare alla cassa con la banconota da 5 pound in una mano e il cd nell’altra, il tutto dentro ad uno dei negozi di dischi più forniti d’Europa, è stata una grande soddisfazione, difficilmente eguagliabile anche dal più difficile degli scarichini.
Elogio della montagna. In montagna la radio si sente male, specie se ti trovi sull’appennino toscoemiliano a 1200 mt. d’altezza, in un paesino chiuso da cime di circa 1800-2000 mt. a pochi km dal confine tra due regioni. Ho passato qualche giorno in questo paesino di confine, dove vado da quando sono al mondo, in questa stagione di confine, dal sole ancora caldo ma dalle foglie ormai un po’ ingiallite, che sembrano fatte apposta per nascondere i funghi porcini alla vista di chi come me è partito alla loro ricerca. Dicevo che in quelle zone la radio non si sente e quindi l’unica musica che si può ascoltare in macchina è quella dei cd. Non ascolto volentieri interi album quando sono in viaggio, preferisco la varietà delle compilation che mi faccio, perché mescolano vecchio e nuovo, rock e pop, musica da classifica e canzoni più di nicchia, e perché mi fanno ricordare del momento in cui ho sentito il bisogno di avere questa o quella canzone. Ma mentre molte canzoni scivolano via semplicemente rallegrando i vari trasferimenti in macchina, ci si rende conto che esistono alcuni brani a cui non si potrebbe mai rinunciare, brani che vengono dal passato e che, a mio giudizio, restano insuperabili. Fino a che non ho avuto queste canzoni, sentivo che qualcosa mancava alle mie orecchie. Hanno il fascino un po’ vintage di una musica che non esiste più, ma che nonostante questo riesce a cavalcare i decenni senza troppa fatica.

Le canzoni inarrivabili che ho identificato sono tre, le elenco in rigoroso ordine inverso:

3. Woman in love, Barbra Streisand (1980). Ricordate il video? La Streisand e con il suo compagno Barry Gibb dei Bee Gees (che si sentono nel coro)? Una canzone romanticissima, melensa, irresistibile.

2. Wuthering heights, Kate Bush (1978). E’ l’esordio di Kate Bush: canzone profondamente melodrammatica per una voce da soprano; perfetto parallelo del libro a cui è ispiarata, “Cime Tempestose” di Emily Bronte. “Heathcliff, it’s me Cathy come home…”.

1. Total eclipse of the heart, Bonnie Tyler (1983). Non amo la parola, ma la spendo per questa canzone: un capolavoro. Sette minuti di emozioni: la voce graffiante della gallese Bonnie sulla melodia di piano di Roy Bittan (dalla E-Street Band di Bruce Springsteen). Semplicemente non riesco a smettere di ascoltarla.

Vi invito a riscoprirle, non rimarrete delusi.
Riferimenti: Il video

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Londra e dintorni

2 Settembre 2006 17 commenti


… continua …

E’ stato l’incontro con le biblioteche, con gli istituti universitari, con i miei colleghi che alla fine mi ha aperto le porte di Londra. La quotidianità che dopo pochissimo tempo mi sono dovuta costruire mi ha immerso nella città ed ha completamente trasformato anche la mia percezione del quartiere dove vivevo, all’inizio così poco amichevole, almeno mi sembrava. Non ho difficoltà ad ammetterlo: tanta diversità mi spaventava un po’. Diversità di razze, di lingua (l’inglese dei cinesi e degli africani per me è praticamente incomprensibile), la percezione che mi tiravo dietro dall’Italia della pericolosità dell’altro: tutte cose che a condizioni normali combatterei, ebbene si, in questa situazione erano all’inizio un fattore destabilizzante. Poi lentamente, trovandomi a fare le stesse cose di tante persone, la fila al supermercato, attendere il treno, correre al parco, ho scoperto che non c’era minaccia alcuna, che West Norwood era un quartiere in fondo tranquillissimo e accogliente – esattamente come me lo aveva descritto la padrona di casa -, che è divertente scorrere per strada, uno dopo l’altro, negozietti di gente afgana, cinese, turca e bugigattoli che ti vendono via via kebab, fish and chips, pizza, riso cantonese.

Eccomi dentro Londra quindi, finalmente. Ed ecco, in ordine sparso, le impressioni che ne ho ricavato, per temi singoli, con qualche consiglio, non si sa mai che serva a qualcuno.

Prima di tutto i trasporti, proverbialmente ottimi, non sbagliano un colpo. Tra bus, treno, metro, si arriva veramente dappertutto, con puntualità e precisione. Niente da dire. Ovunque ci sono volantini che spiegano le cose, spesso addirittura delle persone che hanno il compito di orientare la gente. Sono carissimi. Una corsa in autobus costa 1.50 pound, una in metro qualcosa come 3. Folle. L’unico modo per spendere meno è fare degli abbonamenti o comprare la splendida Oyster card, una carta prepagata e ricaricabile che dà sconti del 50% su tutti i mezzi. Bisogna compilare un modulo e in alcuni casi lasciare un deposito di 3 pound che verranno restituiti quando non si usa più. Si attiva anche per internet e offre molti vantaggi anche su spettacoli, ristoranti etc.

Londra è la città più cara d’Europa. Io ero felice dell’equivalenza di sterline e euro: se 1kg di banane era 0.99 sterline per me andava bene perché in euro all’incirca pago la stessa cifra. Vuol dire che ero felice di pagare 3000 lire un kg di banane. Per lo shopping, quindi, bisogna essere preparati. Ci sono cose convenienti però, per esempio la marca Lonsdale, ricercatissima in Italia, l’ho trovata in saldo e costava molto meno che da noi; negozi d’abbigliamento come Gap hanno prezzi simili ai nostri (e cosine carine); io sono innamorata di MUJI, negozio minimal-giapponese di cancelleria, abiti, arredamento (in Italia c’è solo a Milano credo), anch’esso non carissimo e con i prezzi anche in euro. Se amate la musica, HMV e Virgin Megastore hanno un assortimento infinito e molti cd scontati (a 4, 5 e 7 pound), per non parlare del fatto che le novità partono con prezzo ribassato, sulle 9 sterline, circa 13-14 euro, sempre meno che in Italia. Ho guardato i prezzi delle case (non si sa mai). Care. La mia casa ideale, perché mi voglio trattare bene, è quella vittoriana: a due piani, con uno spazio sul davanti e sul retro, e il finestrone ampio e tondo – due camere da letto, 1 bagno, e sotto cucina e ampia sala. Lontanissime dal centro, non costano meno di 220 mila sterline. Gli affitti per un monolocale, al mese, difficilmente stanno sotto i 550 pound, in centro.

Il caffè è uno strazio. Non tanto per il gusto del caffè: a me piace lungo, anche in Italia bevo l’instant a volte, ma il problema sono i bar. Tutte catene, con l’americana Starbucks veramente ovunque, seguita da Caffè Nero che si pregia di offrire “Il miglior caffè di Milano”. Ma perché Milano? Poi c’è Caffè Uno, più raro. Non esistono quasi caffè indipendenti, l’esatto opposto che in Italia, ed è un vero peccato. Omologazione al massimo. Si tratta di luoghi, Starbucks e Nero, concepiti come zone d’incontro o relax: uno ci può passare un pomeriggio lavorando al computer, chiacchierando o leggendo un libro, basta un cappuccino. Questi bar sono attrezzatissimi anche per il take-away: mettono il caffè in quegli orribili bicchieri di carta, che tutti hanno in mano, ovunque. Il nostro rito del caffè, berlo al banco e fare due chiacchiere, in questi luoghi non sarebbe ripetibile. Comunque, se avete da spendere rispettivamente 1.50 e 1.90 pound per caffè e cappuccino, Nero secondo me è molto meglio di Starbucks.

Per mangiare a pranzo, molte persone comprano panini o in altre catene (Pret a Manger, Presto, oppure nei bar di cui sopra, o in vari ristoranti meno cari come MacDonalds) o nei supermercati, dove si possono trovare anche insalate, fresche o confezionate. Consiglio vivamente i panini di Marks and Spencer, buonissimi e molto vari, oppure i mescoloni self service che si possono fare nei banconi predisposti da Sainsbury’s. Un posto che mi è piaciuto moltissimo per la cena è Fridays, verso Leicester Square, di fronte a Planet Hollywood: un locale americano molto allegro e vivace, dove si mangia bene. Per il resto, ce n’è per tutti i gusti.

L’integrazione a Londra pare tangibile. E’ una città che crede nel multiculturalismo, lo propugna con forza. Anche gli elementi di crisi, come gli arresti seguiti all’operazione di polizia contri il terrorismo, sono trattati con la massima attenzione e delicatezza, cercando di non fomentare episodi di intolleranza. E’ un equilibrio non perfetto, assolutamente, eppure in qualche modo esiste, mi pare. Non ho mai sentito parlare di problemi legati all’immigrazione clandestina. Ma in Inghilterra sono preoccupati di quella regolare. Molti telegiornali parlavano del fatto che c’è perplessità per l’ingresso di Romania e Bulgaria nella comunità europea, ma non per problemi culturali, quanto economici. Si teme che ci sia un’invasione di lavoratori stranieri. Se è vero che più lavoratori significano più servizi, d’altra parte il mercato del lavoro inglese sta diventando molto più competitivo e gli inglesi nativi si sentono discriminati e impoveriti. Lavori umili, semplici e artigianali, che magari in pochi sapevano fare prima (e di conseguenza erano ben pagati), sono diventati molto più comuni da quando molti lavoratori dell’est (soprattutto polacchi) hanno potuto cercare liberamente impiego all’estero.

Tutti hanno l’ipod. Lo voglio anch’io!

Se il francese come lingua è una fortezza inespugnabile per neologismi, alterazioni, parole straniere, l’inglese è un porto di mare. Parole sempre più corte, scritte con stile sms (abitavo sopra l’agenzia Time 2 move: frequentissimo 2 per “to”, 4 per “for” X per “ex” o “express” e così via), contaminazioni da ogni lingua (in un locale davano un caffè e un “biscotti” omaggio. Plurale: “biscottis”), insomma una girandola continua. un’elasticità su cui gli inglesi giocano spesso: i giornali, ed in particolare il Sun, sono maestri nei titoli con giochi di parole, che sono frequentissimi e a noi possono sembrare banali. Un titolo era: “Nice to meat you” “meat” è per “meet” : “piacere di conoscerti”; l’articolo parlava del gruppo Meat Loaf.

Le cose più o meno classiche da non perdere, qua e là: i parchi della città, i musei (i principali sono gratis e la nuova Tate Modern è da vedere, anche solo da fuori), un giro sul Tamigi, St. Katherine’s Dock, Westminster, Greenwich, Oxford Street, i magazzini Harrods, Selfridges e Fortnum and Mason; sulla splendida ruota panoramica London Eye che domina Londra non sono andata. 13.50 pound erano troppi. D’obbligo, secondo me, anche una gita a Windsor e Eton, con passeggiata sul Tamigi che lì è bellissimo.

Ora ho bisogno di una vacanza. Accetto consigli. Magari un bel posto in Italia?

Nella foto: uno scoiattolo a Tavistock Square.

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