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Archivio Ottobre 2006

Sul velo

25 Ottobre 2006 33 commenti


Non ci salto fuori. Continuo a pensarci. Ebbene sì, continuo a pensare alla questione della proposta di vietare alle donne islamiche di portare il velo. Dovremmo vietarlo o no? Spero di chiarirmi un po’ le idee scrivendone e leggendo i vostri commenti.
La parola “velo” in italiano corrisponde a diverse realtà, prima di tutto. Forse una distinzione potrebbe essere fatta tra il velo che copre tutto il corpo e soprattutto il viso (come per esempio il burqa afgano e il niqab dell’arabia saudita – quello più diffuso, credo), e quello che invece copre i capelli e lascia scoperto il volto.
Nel primo caso, mi pare di aver capito che una legge in Italia ci sia già: non si può andare in giro a volto coperto e a questo proposito io sarei semplicemente per far rispettare la legge, esattamente come la rispettiamo noi quando, andando in Iran, dobbiamo indossare il chador. E’ una legge dello stato, uguale per tutti.
E’ il secondo caso che mi tormenta. Istintivamente sarei per non vietarlo. Che ogni donna sia libera di indossare il simbolo della religione cui appartiene. Il velo ha a che fare con un’identità che non deve essere stravolta. In secondo luogo, non mi fido. Non credo che una proposta del genere abbia come fine ultimo di facilitare l’integrazione (cosa sulla quale tornerò), ma temo che celi nient’altro che un fastidio nei confronti delle diversità. Vedere una donna col velo, per molti è qualcosa che disturba. Non siamo un popolo tollerante, siamo un popolo che teme le differenze; i politici che ci rappresentano non sono diversi da noi. Il velo è quasi un’indecenza, evoca una cultura diversa, una religione (aiuto! aiuto!) diversa, evoca il terrorismo, evoca Bin Laden e l’11/9. Vietarlo scarnifica una cultura, allontana le paure. Oppure aiuta a non percepire gli islamici come diversi?

E se la proposta fosse fatta in buona fede? In fondo, anche in Inghilterra, paese orgogliosissimo del suo multiculturalismo, c’è stata una proposta analoga. Molti giornali hanno riportato che ad una hostess della British Airways è stato fatto togliere un crocifisso che aveva al collo. Par condicio. Infatti, c’è una sola proposta che mi vedrebbe d’accordo, non tanto nel merito quanto nel principio: vietare tutti i simboli religiosi. Via i crocifissi dal collo, via il velo alle donne islamiche. Improponibile, e forse ingiusto (ma perché ci devono essere i crocifissi nelle aule delle scuole, in effetti?).

Il punto è che il velo non è solo un simbolo religioso, lo sanno tutti. E’ il simbolo della sottomissione della donna, è simbolo di diritti che non ci sono. Vietarlo darebbe un duplice messaggio: non ci sarebbero segni evidenti di diversità (e questo purtroppo conta molto), ‘costringerebbe’ gli uomini della famiglie islamiche ad accettare che le donne escano senza il velo. Forse aiuterebbe l’integrazione non solo delle famiglie straniere nel nostro Paese, ma anche delle donne all’interno del loro nucleo familiare. Sarebbe come far valere quella che è una delle nostre innegabili forze, un maggior riconoscimento dei diritti delle donne. Faremmo valere un modello sociale più avanzato. Abbiamo il diritto di imporlo? O semmai, abbiamo il dovere di imporlo, in questa forma, senza esercito, senza bombe, solo con le nostre leggi?

Non lo so. In un mondo perfetto, una donna islamica sceglierebbe autonomamente se mettere il velo o no e, se vivesse in un paese straniero, nessuno farebbe caso a come è vestita. Vivessi in questo mondo perfetto, potrei liberamente dire quello che penso, ovvero che una donna velata non perde nulla del suo fascino, anzi. Ma questo mondo non esiste. Non posso dire che una donna velata è bellissima, perché forse porta addosso un’ingiustizia enorme. Non posso sperare che l’abbia scelto, il suo velo. Non posso sperare che non faccia differenza, per noi, se lo porta o no.

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Un parere spassionato: l’iPRod nano

10 Ottobre 2006 29 commenti


Cari amici,

e così anche il mio blog ha compiuto un anno. La ricorrenza ha un suo significato perché penso che in 12 mesi attraverso i miei post si sia capito un po’ di me, come io ho capito un po’ di voi, leggendo i vostri articoli e i vostri commenti. Anche il blog di The Hours ha festeggiato il suo primo anno di vita e lei giustamente ha chiesto un regalo ai suoi lettori. Lo faccio anch’io: come regalo il mio blog vuole una cosa scontata, ovvero una vostra opinione, il più sincera possibile. Perché ho un dubbio.
Mio padre mi ha appena mandato questo scherzetto telematico, come ce ne sono tanti. Guardatelo bene. Io l’ho trovato simpatico fino a che non ho letto “compatibile con”. L’ultima frase mi ha lasciato un po’ a disagio, come se fosse di cattivo gusto. Allora vi chiedo, sono io che esagero, che sono troppo suscettibile, in fondo è la solita cazzatiella, oppure quel terzetto con “omosessuali” nel mezzo è quantomeno discutibile? E’ chiaro il messaggio: l’iprod sarebbe compatibile con la feccia (politica) italiana. Ma politica appunto, di satira politica si tratta. Noi che c’entriamo? Forse esagero, quindi per favore ditemi che non devo essere a disagio, e che il significato del gesto di mio padre (che sa di me e che mi ha sempre fatto la guerra su questo aspetto della mia vita) era di mandarmi semplicemente una bischerata, come si dice qui..
Vi ringrazio per quest’anno bellissimo e per i commenti che lascerete.

Little Miss Sunshine

6 Ottobre 2006 15 commenti


“La mia prof. ha casa a Pisa ma vive a Roma. Suo marito insegna a Potenza”.
“Allora questo sarà un matrimonio che funziona”.
“Credo proprio di si”.

Assistevo a questo dialogo e pensavo: sarà così davvero? Forse un rapporto di lunga durata tra due persone deve funzionare perché non ci si vede mai, o molto poco? Magari si. Ognuno ha i suoi spazi, ognuno la sua vita, ci si incrocia i weekend in una casa tenuta in vita dalla colf di turno: perfettamente accogliente, tutto in ordine, tutto pronto. Per tutta la settimana, niente parenti, niente rotture di scatole, di figli non se ne parla. A meno che non siano già grandi, ovvero che non sia un secondo matrimonio o un rapporto “tardivo” o a meno di non avere suoceri-tuttofare. Che sia questo il segreto? Mi chiedo: e se mi viene voglia di vedere la mia metà di mercoledi sera e lei è a 800 km di distanza? Devo vivere col cellulare in mano, o attaccata al computer, all’email, a msn? Istintivamente pensavo che forse il matrimonio funzionerà anche, ma che in fondo è una bella vita del cavolo. Lo so, dipende dai casi. Ma non è forse un po’ troppo cinico pensare che un rapporto tra due persone possa funzionare purché si condivida un numero ragionevolmente piccolo di giorni ed ore?

Detto questo, ho visto un film strepitoso, una commedia a suo modo sulla famiglia: Little Miss Sunshine. Una famiglia che perde i pezzi esattamente come l’anacronistico pulmino Volkswagen con cui cerca di accompagnare la piccola di casa ad un concorso di bellezza per bambine, spaventoso come solo in America possono essere. C’è lo zio studioso di Proust, che ha appena tentato il suicidio. Il nonno cocainomane. Il babbo che cerca inutilmente di vendere un suo libro dove spiega come raggiungere il successo. Il figlio maschio quindicenne che fa voto di silenzio perché vorrebbe entrare nell’areonautica, ma è daltonico. La mamma che si barcamena in tanto fallimento. E poi c’è lei, Olive, la bambina cicciottella che sogna di diventare Miss America. Dolce, determinata, allegra e innocente, è attorno a lei che ruota tutta la vicenda: deve raggiungere questo concorso, che è in California, partendo da Albuquerque, New Mexico. Si tratta di un road movie sui generis, in cui ogni personaggio, dapprima chiuso nelle proprie illusioni e nei propri limiti, si apre, si riscopre, dentro se stesso e dentro questa specie di famiglia. La magia del film sta nella sceneggiatura splendida ed in alcune scene assolutamente esilaranti, che ci consegnano dei personaggi veri, umanissimi.

Il film è stato fatto a bassissimo costo da una coppia di registi, marito e moglie, noti come ottimi autori di video musicali (ricordate il surreale banchetto di Sing dei Travis?). Distribuito in America in sole 7 copie, grazie al passaparola è diventato un successo negli States prima e in tutta Europa poi. Ha ricevuto molti riconoscimenti nei vari festival europei. Gli attori sono abbastanza conosciuti (la madre è Toni Collette, partner di Cameron Diaz in Se fossi lei), anche se non famosissimi, ma il cast funziona a perfezione.

Se ancora è in programmazione nella vostra città, non perdetevi questo film, divertente, intelligente. A me ha fatto pensare – magari sono troppo romantica – che perché un matrimonio funzioni, perché una famiglia sia tale, forse bisogna prima di tutto che le persone siano in grado – se serve – di dimenticare i propri successi e le proprie delusioni per partecipare della vita altrui, per condividere profondamente un evento, sia anche un allucinante concorso di bellezza che la propria figlia, con la pancetta e gli occhiali grandi e tondi, non potrà – fortunatamente – mai vincere. O che, almeno, siano in grado di provarci.
Riferimenti: La scheda del film

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