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Archivio Novembre 2006

Periferia dell’anima

15 Novembre 2006 23 commenti

L’ospedale, i suoi corridoi lunghi, tutti uguali, le luci sbiancanti, le pareti aride, ravvivate solo da un’improbabile collezione di riproduzioni di quadri impressionisti. Percorro quei corridoi ancora una volta, destinazione non la solita stanza, ma un’altra, più lontana, dove hanno trasferito la mia nonna. Il reparto è praticamente lo stesso, tutto mi sembra in fondo uguale. Entro nella stanza, lei dorme, tranquilla: tornerà a casa, lo sa già e la felicità per il pericolo scampato si legge anche sul suo volto assopito. Io mi siedo cercando di non far rumore e mi giro verso la finestra, che, a differenza di quella dell’altra stanza, non guarda verso i mattoni dell’ala opposta dell’ospedale, ma verso un grande prato. Al limite della distesa verde, una strada, sulla quale si affacciano le basse e ordinate case di periferia: piccoli condomini, villette, qualche complesso più imponente. Colori pacati, smorzati da una timida nebbia e dalle prime oscurità della sera.

Nel momento in cui cerco di orientarmi per capire di che strada si tratta, non lo sto già più guardando con gli occhi, questo panorama, perché io conosco questi lampioni, questo prato, conosco i marciapiedi, su cui mi pare quasi di vedere una ragazzina ricciola e un po’ tondetta che prende la bicicletta per incontrare gli amici di scuola, o le compagne di squadra, o che fa jogging, o che esce per fare una piccola commissione. Conosco questi luoghi, loro conoscono me e quasi mi chiamano. Forse è per questo, che faccio da vent’anni lo stesso percorso di jogging, o che allungo sempre la strada per ripassare davanti alle quiete cancellate di una periferia emiliana, con i cortili di ghiaia e le biciclette in bella mostra, le fioriere ordinate, i nomi dattiloscritti sui campanelli: a questi marciapiedi, nei prati, passando e ripassando, anno dopo anno ho lasciato pezzi di me, della mia vita, a loro ho affidato le emozioni di ragazzina e di donna, gli amori sognati, le paure, le vittorie, i pensieri… tra questi mattoni c’è la mia storia. Una storia dell’anima, che tutte le volte devo ripercorrere, per ricostruirla, per ritrovarmi.

Corro per quelle strade e man mano che passano i chilometri, la mia vita si compone, i miei confini si tracciano, la mia immagine diventa nitida. Un albero lì da vent’anni dice qualcosa di me, sa qualcosa di me. E io chiedo. Faccio domande a quelle case bianche che ora sembrano così vecchie, dopo solo 25 anni, perché mi diano una verità su di me. Chiedo a quelle strade usate così tante volte, piene di ricordi, piene della mia vita, che mi restituiscano un punto fermo su cui contare. Una realtà, una forza, un’identità. E questa periferia dell’anima dà la sua risposta. Qui io esisto. Qui sono io.

Fuori dalla finestra dell’ospedale, ci sono i luoghi dove sono cresciuta. Non poteva non essere così, l’ospedale ha sempre delimitato l’orizzonte della mia adolescenza, ha fatto da cornice a tutti i miei giochi, l’avevo sempre sotto gli occhi, imponente e preasago di un futuro lontano, si, ma inevitabile. Ma non avevo mai visto la mia casa da qui. Non avevo mai visto la mia vita da qui. Mi volto verso mia nonna, continua a dormire. Anche a lei ho affidato la mia storia ed attraverso i suoi occhi e le sue parole mi vedo e mi ritrovo. Ancora una volta.

Tra poco riprenderò la macchina, la nonna sta meglio, il lavoro mi aspetta. Mi aspetta la dissoluzione, la disgregazione di un’altra vita, di altri luoghi, l’alienazione di viaggi solitari, strade sconosciute, parole che non arrivano, persone che mancano… Ma so che posso affrontare tutto questo, perché una verità su di me esiste, custodita dietro quel velo di nebbia, e mi attende per rivelarsi, ogni volta che ho bisogno di conoscerla.

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