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Archivio Marzo 2007

Crisi d’identità: ho guardato Porta a Porta

29 Marzo 2007 8 commenti

Stasera sono sprofondata in una tremenda crisi d’identità. Domande scontate del tipo: chi sono? che sto facendo? sono veramente io? improvvisamente non hanno una risposta certa. Non mi riconosco più. Sono successe delle cose.

Ho guardato una puntata di Porta a Porta sul caso di Annamaria Franzoni.

E qui già sono dovuta scendere a pesanti compromessi con me stessa; cominciavo anche a farmi delle domande non da poco sulla mia identità.

Mi sono appassionata alla discussione. Sempre peggio.

Ho smesso di fare altro e mi sono messa comoda sul divano per sentire meglio.

Può esserci di peggio? Si.

Ero d’accordo in tutto e per tutto con Maurizio Belpietro.

E questo è grave. Proprio lui, il direttore del Il Giornale, di cui con tutta la buona volontà, riesco a leggere solo poche parole e cerco di evitare i titoli. Non ci riesco. Ebbene, stasera aveva una posizione identica alla mia, avrei sottoscritto ogni parola.

Ultimo grave problema: sto scrivendo un post sul caso di Cogne. Se perderò tutti i miei lettori, non potrò che prenderne atto. Cosa sto diventando?

Dopo un post sulla maternità, è quasi paradossale che io scriva di un caso di omicidio di un bambino la cui unica condannata, per ora, è la madre. Io appartengo a quella schiera di semplici di mente che non vuole credere che una madre possa uccidere il proprio figlio, oltretutto piccolissimo. Anche davanti a tanti casi purtroppo inequivocabili, è qualcosa a cui non riesco a pensare. Nel caso specifico, poi, sono stata innocentista sin dall’inizio, lo ammetto: troppo poco tempo, lei che non crolla, la posizione monolitica del marito, l’arma che non si trova, tante cose che non mi convincono.

E poi c’è il processo, che ho seguito sui giornali. E qui, ahimè, confesso di nuovo che la vedo come Belpietro. Non c’è uno straccio di prova. Ci sono tanti piccoli elementi, che possono disegnare un quadro, ma niente di certo, niente che non possa essere letto anche in un modo diverso. Condannare una persona a trent’anni di carcere sulla base di questi elementi secondo me non è giusto. Si deve provare la colpevolezza di qualcuno, non l’innocenza, e a me sembra che nessuno sia riuscito davvero a dimostrare che sia stata la mamma ad uccidere il figlio. I tempi sono cambiati di volta in volta. L’arma del delitto è descritta nei modi più disparati. Non c’è assoluta certezza nemmeno sul famigerato pigiama (lo indossava? non lo indossava?). Non si sa niente di sicuro. La condanna alla Franzoni, a me sembra, si fonda su un ragionamento iniziale che procede per esclusione: nessun altro potrebbe averlo fatto, se non lei. E’ questo l’assunto che si tenta di dimostrare, disegnando un quadro di accusa che potrebbe essere contestato punto per punto.

Ha nuociuto alla Franzoni avere Taormina come difensore. Fossi un giudice, condannerei un assistito di Taormina per partito preso. Ha fatto di tutto, tranne che difenderla, contestando gli elementi di accusa. Lei ha rilasciato interviste, si è esposta ai media. Non mi è piaciuto, però bisogna sempre ricordarsi che gli stessi media l’hanno processata, ancor prima che lei pensasse di andare in tv. E’ scesa nell’arena anche lei.

Con questo, forse ha ucciso davvero suo figlio, forse è colpevole, forse è solo una donna che ha rimosso quello che ha fatto, e che soffre come se fosse stato qualcun altro a commettere il delitto. Dico solo che non c’è una prova convincente, che sia una. E’ stata condannata sin dalle indagini preliminari, da subito, nessun’altra strada è stata percorsa. Su queste basi, io, privata cittadina dalla mente semplice, non la condannerei. E non nego che non mi piacerebbe una conferma della condanna, per motivi umani e per la mia difficoltà ad accettare una cosa del genere. Vorrei che fosse innocente, forse? Forse si. Convincetemi, ma convincetemi davvero, del contrario.

Maternità

17 Marzo 2007 33 commenti


Mai come in questo momento della mia vita ho pensato alla maternità. Mai come in questo periodo ne ho parlato. E’ un desiderio che porto con me da tanti anni, circa sette: per mesi, ho sentito un vuoto, uno strano fremito, tutte le volte che vedevo un bambino piccolo. Una sensazione fisica ben precisa, mai provata prima, netta e forte. Mi sono informata. E’ l’orologio biologico, pare. Il mio segnava i 28 anni. Ne ho preso atto, e questa consapevolezza giace in me da allora. Consapevolezza mai arrivata a galla, per tanti motivi: immaturità, una vita precaria e disarticolata, una vita di coppia nella quale questo desiderio semplicemente non ha mai trovato spazio, perché no, anche un po’ di paura.

C’è un principio di ironia negli ostacoli del cuore. E ci sono anche notti che non accadono mai, perché una gravidanza ridimensiona le storie impossibili e le fa rientrare nella realtà, una realtà davanti alla quale non si può che fare un passo indietro e si, semplicemente essere contenti. Tra i tanti, quale motivo più bello e convincente può esserci per finire qualcosa, se non l’arrivo di un bambino? La maternità è rientrata nella mia vita, nel modo più inatteso e dirompente. Ha dato una dimensione precisa ad un incontro, che poteva essere una storia senza significato, o con significato, poteva anche non essere una storia, ed invece è diventato qualcosa di molto importante. Mi sono trovata a parlare tantissimo di maternità: di una gravidanza che comincia e del mio stesso desiderio, fino a quel momento praticamente inespresso.

Lei ha detto:
Lo puoi avere lo stesso, un bambino. Perché non provi? Basta andare all’estero.

Lo sapevo già; me lo sono sempre detta. Nessuno però l’aveva mai detto a me, con tale spontaneità e naturalezza. Nessuna che avesse figli, né che stesse per averli. Come dire, che problema c’è? Sei una di noi.

Forse c’è un principio di ironia anche nel viaggio. Due settimane dopo quelle parole sono a Bruxelles. La città di uno dei più importanti centri per la fecondazione artificiale in Europa. Ma non ci sono per questo motivo. Ci sono per festeggiare il mio compleanno con due mie ex compagne di liceo. Prendete tre donne di 35 anni, dalle vite e dalle esperienze diversissime, ma unite quasi visceralmente: portatele in una città non bella, ma cosmopolita, vivace, pulsante, loro sono nello spirito di godersi ogni ora di un weekend, di parlare di tutto, di fare le stupide come all’ultima gita scolastica, 17 anni fa; mettetele in un carinissimo e ottimo ristorante di pesce nella Place Sainte-Catherine, loro come passeranno gran parte della serata? Parlando del figlio che non hanno e che vogliono. Una si dà una scadenza, che ci sia il suo ragazzo o meno, ma qualcuno ci dev’essere. Una, io, dice che tornerà a Bruxelles, per un motivo preciso; la terza dichiara che se entro breve continueranno a mancare le possibilità naturali, verrà con me.

Torno da Bruxelles. Mi chiama un’amica e dice, vieni a vedere la mia casa nuova. Di professione, lei lavora in un asilo nido, ma non ha figli. Istinto materno: zero, ma nel suo lavoro è bravissima. Vado a trovarla e continuo a parlarne. Le dico: c’è una condizione. Devo avere un lavoro stabile, devo poter programmare il futuro, non posso dipendere dai miei genitori, ammesso che mi sostengano nel caso decidessi di provare. Devo poter contare su me stessa, anche se so che almeno mia madre, davanti all’idea di un nipotino, potrebbe aiutarmi al 200%, tante ipocrisie svanirebbero, anche se paradossalmente sarebbe più facile per lei ora che sono single che non se avessi una compagna. La mia amica dice: ti capisco. La stabilità è fondamentale e inevitabilmente la sensazione di non dare ad un bambino tutta la tranquillità necessaria, sia anche ‘solo’ materiale, avrebbe qualche ripercussione su di lui. Penseresti di non essere in grado di dargli, materialmente, abbastanza.

Però, Elena, pensa anche che, per questo, ti stai negando qualcosa di molto importante.

Ora che sono sola mi sono riappropriata di tante cose che avevo messo da parte per stare accanto alla persona che amavo, tra le quali c’è questo mio sentimento. Non è né conseguenza, né paura della solitudine a farmi desiderare di essere mamma. Lo voglio da tempo, dentro di me non so perché ma so che sarei in grado di avere un bambino, di amarlo, di dargli tutto ciò di cui ha bisogno, da sola, o con una compagna, con tutte le difficoltà della situazione. Non è egoismo, come tanti dicono in questi casi, totalmente a sproposito. E’ un desiderio naturale, istintivo, animale direi. E c’è anche una scadenza naturale, non lontana.

Lo posso avere, un bambino, o almeno ci posso provare. Mi sto negando qualcosa di molto importante. Fino a che punto è giusto aspettare le condizioni ideali, nella realtà del nostro tempo?

Nella foto: Gino Severini, Maternità, 1916. Cortona, Museo dell’Accademia Etrusca.

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(Ri)partenze

4 Marzo 2007 19 commenti


Parto di nuovo, destinazione Parigi e Bruxelles. E’ una partenza diversa dalle altre, perché in genere andare via per lavoro ha sempre significato fare le valigie, arrivare, sbrigare le cose da fare, eventualmente divertirmi, e rientrare, non importa se da sola, in compagnia, come e quando. Stavolta no, parto per lasciarmi qualcosa alle spalle e per prendere delle distanze, forse per la prima volta da quando mi trovo a fare un viaggio per motivi di ricerca. Voglio mettere dei km, tanti, tra la mia vita di tutti i giorni e me stessa.

Prendo le distanze da tutto l’amore che non ho.

L’amore finito, le parole non dette per anni, gli interrogativi che tornano, il coraggio che non ho avuto. Ho perduto me stessa per non perdere la persona che amavo e alla fine non ho niente, non ci sono più io e non c’è più lei.

L’amore impossibile, quello sognato, l’amore narrato nei libri, il mio Scritto sul Corpo, vissuto tra parcheggi in cima al mondo e baci rubati, l’amore che semplicemente non può essere in questa realtà e finisce ancor prima di cominciare.

L’amore che non è stato, irrisolto, trasformato. L’elettricità che non ho voluto toccare, le vibrazioni che non ho voluto assecondare. Cosa avrebbe cambiato smettere di pensare? Cosa avrebbe cambiato indugiare un attimo in più su uno sguardo?

L’amore che sarà, ammesso che ce ne sia ancora, l’amore che è nascosto dietro il volto di qualcuno che non conosco, l’amore di cui cerco di immaginarmi i contorni, l’amore che aspetto, consapevole che potrà essere un’attesa molto lunga.

Prendo le distanze da una vita insopportabile.

Da una testa distratta, che non ragiona più.

Da un lavoro logorante.

Da un contratto che scade, o forse è tutta questa lunghissima fase della mia vita che, pezzo dopo pezzo, è anch’essa in scadenza e va esaurendosi?

Da un corpo che non comando.

Dalla paura di eventi dolorosi e ineluttabili.

Dalla sensazione di stare pagando, senza sconti, tutti gli errori fatti.

Parto. Vado con una cara amica nonché collega a Parigi. Cambio persone, sentirò sensazioni diverse e storie mai raccontate. Sarà un’altra Parigi ancora, non più quella di me sola, giovane laureanda, non più quella felice delle borse di studio e della condivisione dei luoghi e delle esperienze, non più quella dolente delle ultime volte, bellissima, ma oscurata da impietose nubi di tristezza. Un’altra Parigi, da scoprire in una situazione nuova. E di seguito, una città che non ho mai visto, Bruxelles, che vivrò con le persone che mi conoscono da sempre, dove festeggerò il mio 35° compleanno, domenica prossima.

Parto, vado lontano e ritorno. Con la speranza di essermi lasciata tutto alle spalle, anche quando toccherò di nuovo il suolo di questa città.

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