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Archivio Aprile 2010

Libri e Nobel. Il paese delle prugne verdi o Herztier, la bestia del cuore?

26 Aprile 2010 Commenti chiusi

copj13Quasi per tradizione, quando viene assegnato il Nobel per la letteratura, vado a comprare un suo libro. Devo essere rimasta folgorata, da piccina, dalla lettura de Il signore delle mosche di William Golding, Nobel nel 1983. Con questa specie di regola ho scoperto Derek Walcott, Toni Morrison, Nadine Gordimer, l’incredibile poesia di Seamus Heaney e Wis?awa Szymborska. E ora, sto leggendo Il paese delle prugne verdi di Herta Müller, un libro difficile, commovente, lirico, non convenzionale, che ti attrae e ti respinge. Dev’essere stata difficilissima l’impresa della traduzione, che non potrò mai giudicare perché non so il tedesco e oltretutto ho l’impressione che la prosa della Müller richieda molto sforzo per gli stessi madrelingua. Però lasciatemi dire due cose che invece posso giudicare meglio. L’edizione Keller, seppur meritoria, è molto carente: ci sono tanti refusi che, in una lettura intensissima, disturbano molto. Seconda cosa: ma perché usare un titolo diverso dall’originale? Perché non offrire al lettore la forza del neologismo coniato dalla Müller, Herztier (“La bestia del cuore”, più o meno), che avrebbe introdotto nel migliore dei modi il libro al lettore? Perché cambiare titolo, anche se questo non è male? L’altro aveva in sé tutta la densità emotiva del libro; è un neologismo, vero, ma traducibile e comunque non stava male nemmeno la parola tedesca seguita dalla traduzione. Questo è un vero peccato secondo me, che va di pari passo con lo scempio che si fa dei titoli dei film stranieri: siamo nel 2010 c’è internet e la gente non è stupida. Comunque, non perdetevi Il paese delle prugne verdi: non  fatevi scoraggiare dalla prosa onirica di questa grande autrice, lasciatevi condurre dalle parole e scoprirete un vero gioiello. Buona lettura!

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L’umanità femminile di Rilke. Dal film Due Partite.

10 Aprile 2010 1 commento

Layout 1Dal bellissimo finale di Due Partite (2009)

“Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale: l’umanità femminile. Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore, che ora è piena d’errore, la muterà dal fondo, la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano, non più da maschio a femmina. E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo, all’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.” Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, Roma, 14 maggio 1904.

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The lonely boy

9 Aprile 2010 2 commenti

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Accade sempre così: i giorni di festa se ne vanno e io aspetto, sulla soglia della mia casa di montagna, che anche gli ultimi turisti rientrino in città. Nell’angolo di Appennino di cui mio nonno, giovane e romantico fotografo, si innamorò, arrivano solo turisti che hanno una seconda casa, o escursionisti occasionali; per 11 mesi l’anno, nei giorni feriali, non c’è nessuno. Solo il proprietario dell’unico bar sempre in funzione, e due o tre residenti. Qualche volta, io, che allungo i weekend di festa, o li salto proprio, per essere sicura di godere di queste montagne da sola, senza sentire il rumore delle macchine, solo lo scrosciare del torrente sotto casa e il fruscio dei rami mossi dal vento.

E’ successo anche per le feste di Pasqua. Avevo avvisato in anticipo i miei genitori che non sarei andata da loro, ma che mi sarei chiusa nel mio angolino incantato tra le montagne e così ho fatto, portandomi il lavoro, il gatto e i miei pensieri. E scarponi e ghette, per buttarmi nella neve e respirare a pieni polmoni tra i sentieri ghiacciati. Lunedi sera mi sembravano essere andati tutti via, scoraggiati dal brutto tempo e dall’inaspettata, intensa nevicata della notte di Pasqua.

Martedi mattina mi sveglio ed era una giornata meravigliosa, calda, tersa. Mi metto a lavorare, a sistemare la casa, a stendere i panni lavati in giardino, quando sento abbaiare: un cane nero viene verso di me, annusa gli angoli del giardino dove poco prima era passato il mio micio. Una voce maschile richiama il cane. A due case di distanza dalla mia, c’è un uomo più o meno della mia età, che vedendomi quasi si sorprende e mi saluta incerto. Anch’io lo saluto. E rientro. E rientra.

Verso le tre del pomeriggio, il mio vicino porta fuori uno sdraio, e si mette a mangiare da una ciotola di plastica, al sole, qualcosa che sembra un’enorme insalata. “Buon appetito”, gli dico, volendo chiedergli che cosa ci fa da solo, lì. Ma non ci riesco, torno a fare i miei lavori, entrando e uscendo da casa. Lo vedo che si alza e entra in casa, poi esce di nuovo e dalla casa arrivano, forti, chiare, inconfondibili, le prime note di “Out on the weekend” di Neil Young. E’ la prima canzone di “Harvest”, è una canzone che ha il potere di sciogliermi. Non posso tacere…e so già che direi una stupidata… “Out on the weekend così all’improvviso, è un colpo basso”. E lui: “Non te l’aspettavi?”. “No”. E non volendo smettere di parlare di una musica che adoro, dico “L’ho visto in concerto a Firenze” e lui “Io mai dal vivo” e io, sapendo di dire una banalità: “Un’iniezione di energia incredibile” ma in realtà volevo dirgli: come ti chiami? Perché vengo qui da 30 anni e non mi ricordo di te? Ti ho mai visto? Mi hai mai visto? E che ci fai da solo, tra i monti, con il tuo cane e questa musica meravigliosa?

Invece torno in casa a fare i miei lavori. Entro ed esco. E penso alle parole della canzone.. “see the lonely boy, out on the weekend”.. a questo ragazzo solo, appena dopo il weekend di pasqua, tra le montagne, col cane. Esattamente come me, sola, col gatto. A pensarci non poteva che ascoltare la musica degli anni ’70 questo omone con barba e coda di cavallo, alto e.. buffo, perché nel frattempo si è addormentato al sole, il suo cane accanto a lui. E io continuo a fare i miei lavori, senza uscire e senza toccare la macchina, perché aprendo e chiudendo le portiere, lo sveglierei.

Poi ad un certo punto devo uscire, e non lo vedo più. Ma dalla casa continuano a venire note di musica, di chitarra… La porta si apre, il cane ha dato una musata per uscire e venire da me, e la musica è più nitida, è una chitarra in effetti, ed è lui, che canta canzoni che non riconosco, ma ha una voce rock, tipo Eddie Vedder. E canta, solo, in casa, tra le montagne. Canta ancora, per un’ora, mentre io lavoro e sistemo, e vorrei chiedergli chi è, che fa, perché è qui. Invece piano piano le mie valigie, quasi spontaneamente, si riempiono e sono pronte. Mente le carico, continuo a sentire il suono della chitarra e della sua voce. Vorrei salutarlo, il lonely boy.

Ma salgo in macchina, lo lascio cantare, e parto. Chissà se è ancora lassù, mentre scrivo, o se è partito poco dopo di me. Chissà se guarda le montagne come le guardo io, se è lassù da solo perché, come me, ha bisogno di ritrovarsi… Chissà chi è, cosa fa. Un uomo solo che canta canzoni rock alle montagne, mentre tutti, o quasi, sono al lavoro. Arrivederci, lonely boy out on the weekend, magari un giorno ti conoscerò e la tua casa smetterà di essere tra quelle che aspetto di vedere svuotarsi, quando mi rinchiudo con i miei pensieri tra quei monti lontani.

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