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Archivio Agosto 2010

L’indifferenza ai tempi di facebook

5 Agosto 2010 2 commenti

mangatar“I miei amori uscivano dai cassetti e dalle scatole di latta”, dice la canzone “Traslocando”, è di Ivano Fossati ma è stata resa celebre dalla voce di Loredana Bertè. Penso che chiunque abbia traslocato possa riconoscersi in questa frase; io ho cambiato casa da pochi mesi, per essere precisi ho trovato la casa che ho sempre sognato, ma ho faticato a lungo a svuotare cassetti e scatole di latta…e l’ho fatto sorridendo, perché uscivano ricordi, foto, bigliettini e quant’altro. Ci pensavo: quando mi sono innamorata per la prima volta, non c’era il cellulare. Era tutto un darsi appuntamenti telefonici, guardare dove fosse la cabina più vicina, comprare la scheda da 10000 lire… e poi cartoline, lettere, bigliettini e post-it; e foto, tante foto, stanpate in formato 10×15. E poi la beata illusione: se per caso incontravo qualcuno, o mi piaceva qualcuno, potevo sempre pensare di essere ricambiata, anche se non succedeva niente, perché forse mi aveva telefonato ma non ero in casa? o non sa il mio indirizzo? però magari mi pensa, magari vuole conoscermi, magari mi sta cercando… magari… e la fantasia volava, potevo immaginare mille peripezie che il mio amato/a stava facendo per incontrarmi. Io ho deviato tanti percorsi nella mia vita, sperando di incontrare qualcuno. Magari se appariva, fuggivo via. Ho scritto tante lettere d’amore. Senza spedirle. Ma ho anche riempito le distanze tra me e le persone che ho amato solo con il mio amore per loro, solo col sogno e il desiderio di riabbracciarle. E si, ricordo tanti numeri di telefono di reception di hotel italiani, di b&b inglesi e persino di cabine francesi… come nei film: il telefono di una cabina suona, una mano solleva la cornetta perché c’è qualcuno ad aspettare uno squillo.

Ripenso alla mia ultima relazione. Ogni silenzio era un tradimento, una minaccia. Dimenticare il cellulare, una condanna; non essere davanti al computer, era causa di litigio. Ora, che possiamo essere sempre presenti, l’assenza è un problema, è una zona incognita nella quale si annidano tradimenti, omissioni, silenzi ingiustificati…

Ripenso alla persona di cui temo di essere innamorata. Facebook e il cellulare mi hanno tolto anche la sola possibilità dell’illusione di essere ricambiata. Ogni giorno guardo la sua pagina facebook: immobile.  Peggio, se magari ha accettato un’amicizia o ha messo un “mi piace”, allora perché non mi ha scritto? Per non parlare del telefono. Corro a tutti i messaggi. Ma è pubblicità, o sono i miei genitori, qualcuno della mia squadra, amici e amiche. Ma non lei. Per non parlare delle decine di email che ricevo e in cui spero di riconoscere il suo indirizzo. Ma non c’è mai. Se potesse mandare un qualsiasi segno, ne avrebbe gli strumenti. Invece non ci sono scuse. Il silenzio al tempo di facebook è qualcosa di assoluto, senza riserve, senza uscita.

Potresti contattarmi in ogni momento, e non lo fai. Ti ho vista quattro volte nella mia vita, e sono qui per te. Speravo di scalfire qualcosa, pensavo di occupare un tuo pensiero. Non ci sono riuscita, i tuoi desideri sono altrove. I tuoi sogni sono lontano da me. Non riesco a farti avvicinare a un computer, a un telefono, per mandarmi un cenno e allora anch’io mi sforzo di evitare mail e sms. Forzerò il mio cuore altrove. Il verdetto del nostro mondo, in cui siamo presenti sempre, comunque, ovunque, è inequivocabile e dice, sulle note degli EBTG, “I’m not really in you head”. Non ti sono entrata in testa, nemmeno un po’, nemmeno un attimo.


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