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Archivio Novembre 2010

Biagio Antonacci, con tutto il rispetto, fa danni.

18 Novembre 2010 4 commenti

29537-star_blazersTre donne belle, vivaci, tre atlete. Una nata nel ’90, una nell’84, una nel ’74. Giocano nella stessa squadra e stanno tornando insieme alle compagne, su un pullmann, da un’interminabile trasferta a Latina. Ascoltano l’ipod, scambiandosi gli auricolari: sono 4 per 6 orecchie. La playlist prevede Tiziano Ferro e Biagio Antonacci e le tre donne cantano a squarciagola le parole delle loro canzoni, del tipo “no che non è il tuo giorno di sole / non dirlo mai e finisci di farti del male”. Discutibile, e  fin qui in fondo niente di strano. Ma non si limitano a cantare, commentano. E i commenti vanno tutti nella stessa direzione: l’amore vero è impossibile, non esiste, è un sogno e una fantasia, ma la realtà è ben diversa. Due sono single da tempo, l’altra, la più giovane, frequenta da pochissimo un ragazzo che vivendo non lontano da Latina è venuta a vederla, con la promessa di salire in Toscana per il prossimo match. Che dovrebbe fare, povero bimbo? Ma nelle parole della ragazza lui è pesante, ossessivo e non sto a dire che l’ipotesi di averlo tra il pubblico del prossimo match non è che la esalti più di tanto. Le altre due consigliano di lasciarlo perdere il prima possibile. E via di nuovo, a discutere sull’inadeguatezza delle persone, su quanto la gente si riveli diversa rispetto a quanto si pensava, su… tutto questo e molto altro.

Sto leggendo L’albergo delle donne tristi, di Marcela Serrano. Un albergo che accoglie donne che vogliono ritrovarsi, che vogliono guarire dalle proprie ferite. Ferite legate all’amore, in quasi tutti i casi. Gli uomini non ci sono, tanto che queste donne parlano, si confrontano, si compiacciono della loro femminilità e un po’ della loro sofferenza, e anche se non riescono a rinunciare all’idea dell’uomo, dell’amore, ancora una volta li vivono come lontanissimi (perché passati e perché inafferrabili) e irraggiungibili. Per ora il libro è tutto ciò che è al di qua dell’uomo, è una tensione verso un incontro, che alla fine sembra l’unica cosa (è il difetto del libro, la sua anti-tesi) che può far “guarire” queste donne dalla loro tristezza. E mi risulta quasi fastidioso, paradossalmente è eccessivamente femminile, auto-referenziale e mi ci riconosco persino troppo, perché mi piaccia. Non mi dice niente di nuovo, è una didascalia dei miei pensieri e della mia vita. Io invece voglio sentire nuove storie, voglio l’ispirazione per nuovi pensieri e per una nuova vita.

Tre donne e un libro, in fondo la stessa sensazione di disincanto e disillusione. I sogni sono svaniti, la poesia è altrove, l’amore è un desiderio destinato a non essere davvero mai pienamente soddisfatto. Ascoltavo le mie tre giocatrici, scherzavo con loro, e dentro di me pensavo: ma quali e quante ferite possono avere queste tre donne, per essere così disilluse a 20, 26 e 34 anni? Sono belle, estroverse, stanno bene in compagnia, avranno illimitate possibilità di incontro e di scambio con l’altro sesso, eppure? In coro, cantano canzoni deprimenti e ci teorizzano pure sopra. E nel libro, l’amore è davvero qualcosa che lascia solo ferite, tanto che si rifugge dagli incontri per paura di farsi male e si pensa ad una relazione davvero soddisfacente come ad un’idea astratta,  irrealizzabile, irraggiungibile. E’ davvero così pesante, così distruttivo il nostro vissuto? E’ davvero così grande l’abisso fra noi e le altre persone?

Il mio vissuto mi ha lasciato a pezzi. Eppure, ascoltando le ragazze e leggendo il libro, non riesco a ritrovarmi in parole tanto sconsolate. Devo rassegnarmi all’impossibilità dell’amore? Solo perché ho sofferto? Solo perché da un anno sono invisibile agli altri, non vedo nessuno, non sento nessuno? Per ora mi ribello. E infatti, tornata da Latina, lette altre pagine del libro, ho preso la macchina e ho fatto 100 km all’andata e 100 km al ritorno, per andare a trovare la persona che mi piace e che vorrei nella mia vita. Lei non lo sa, ma in ogni caso non corrisponde affatto i miei sentimenti. La vedo ogni tanto, la sento ogni tanto, mentre vorrei che fosse sempre con me, ma lei non mi cerca proprio mai. Non accadrà mai niente, temo. Eppure prendo ancora la macchina, e vado da lei. Vado da lei come un’innamorata che non si rassegna… o forse come un’innamorata non corrisposta, che cerca un motivo per far scemare il proprio sentimento. Qualcosa di sbagliato, qualcosa che non mi piaccia, qualcosa che la porti fuori da me e lontano dalla mia testa. Per ora non c’è, non riesco a trovarlo, anzi, solo conferme del fatto che avevo visto bene. E quindi andrò ancora, illusa. E per una volta, sono contenta di questa mia ingenuità, che mi difende da un disincanto a cui non posso e non voglio credere. Preferisco vivere appieno la mia solitudine,  ma illudermi ancora, che credere all’impossibilità dell’amore, e pietrificare il mio cuore.

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La discarica di sé

9 Novembre 2010 1 commento

Lo so, con i propri difetti, il passato, le scelte sbagliate, il dolore, le perdite, le delusioni, drammi piccoli e grandi, bisogna imparare a convivere. Bisogna guardarli, passarci attraverso, dar loro forma e capirli, per poterli in qualche modo rendere inoffensivi, per accettarli come parte di noi e della nostra storia e inserirli in quel tutto che ha un significato e una ragione di essere per il solo fatto di comporre la nostra esperienza, la nostra vita, unica e irripetibile. Concetto ragionevole e sensato per carità. Ma mai come in questo momento tanta ragionevolezza mi irrita. Perché non vorrei altro che potermi liberare di tutto ciò che mi fa ancora male, del peso che avverto. senza doverlo necessariamente guardare e capire, solo per un po’, solo per qualche tempo… poterlo buttare… Datemi una discarica, anche temporanea, dove poter lasciare la mia spazzatura. Prometto, vengo a riprenderla. Fatemi guardare una mattina senza il mio peso, aprire gli occhi e vedere solo un raggio di sole o solo una goccia di pioggia, il vento e il cielo. Fatemi godere di un momento di sollievo, uno solo, per vedere com’è. Poi torno a me, alla mia vita, torno alla mia discarica e mi riprendo il mio sacco nero, nessun problema. So che mi appartiene e ahimé dispero che esista un termovalorizzatore per i miei rifiuti e le ecoballe del mio passato sono, appunto, balle. Non c’è modo di trasformare questa spazzatura in energia; forse, l’unica via è quella di trovare energie alternative e magari rinnovabili, ma per ora la tecnologia della mia anima è ancora indietro, per non parlare del personale specializzato che manca da troppo tempo. E poi, in fondo, sarebbe troppa grazia. Per ora, mi basta una discarica a tempo. Per posare ciò che rifiuto della mia vita, per sentire il profumo dell’autunno, che adoro e che non sento quasi più, e per sentirmi io, almeno per poco,  leggera, com’ero prima che tutto questo male indifferenziato cominciasse ad accumularsi.

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