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Coraggio, il meglio è passato.

14 Gennaio 2011

DSCN1902In un giorno d’inverno, inaspettata, la splendida sensazione di essersi lasciata tutto alle spalle. E’ arrivata così, d’improvviso, come un raggio di sole timido, che si fa strada in un grigio cielo di gennaio. Un sole tenue, che non scalda, ma che ingentilisce anche le nuvole più dense e le rende meno minacciose. E’ arrivata così, questa consapevolezza nuova. Una consapevolezza che ha le parole di Ennio Flaiano, in un perfido aforisma che dice: coraggio, il meglio è passato. E’ passato il tempo delle cose che venivano senza sforzo, è passato il tempo degli incontri inaspettati, è anche passato il tempo delle illusioni. Ma non è necessariamente un male. Il meglio è passato, ora tocca a me. Ora sono io che devo trovare un meglio, dove non c’è, un di più, dove c’è solo ordinarietà, un pieno, dove c’è mancanza e un significato, nelle ore che scorrono inevitabili. E l’ho trovato, questo significato. Rileggendo i miei post passati, ripensavo al fatto che ho passato questi ultimi tre anni a cercare appigli per non sprofondare, a cercare un’identità, qualcosa che mi descrivesse una volta spogliata delle cose che avevo più care. E di volta in volta ritrovavo qualcosa di me nella mia infanzia, tra le mie montagne, nel piacere di mettermi una maschera per guardare sott’acqua o di fare una lunghissima corsa all’aperto. Lì, mi ritrovavo, ma era una cosa episodica, un momento di identità, di certezza, mentre tutto cospirava per farmi barcollare. Ora, da quella mattina con poca luce e un timido raggio, niente riesce a farmi barcollare e forse non ho più bisogno delle mie montagne o delle mie corse per sentirmi me stessa, o per sentire il piacere di una giornata. Posso avere il sorriso sulle labbra anche mentre entro dal fornaio, mentre prendo la mia bicicletta per andare al lavoro, mentre esco dalla palestra dopo aver allenato ragazze che magari non mi ascoltano. E come ho passato anni a cercare una strada, a parlare delle mie debolezze, degli abbandoni, dei drammi piccoli e grandi della mia esistenza, ora non posso negare questa mia forza. Che magari non si vede, che magari non si percepisce, ma fa vedere me, con occhi diversi. La realtà che porto dentro di me è diversa. Non c’è colpa né perdono, non c’è più tempo per questo perché ora c’è solo il mio tempo. Un tempo straordinario, irripetibile, un tempo della mente e del cuore, un tempo per i sogni e per le emozioni. Mie, senza nessun altro, dentro me stessa e dentro le mie ore. Come se, già nata, avessi ricostruito attorno a me un ventre materno, dentro il quale pulsa la mia vita. Ho lasciato fuori tutti, gli amici che si sono allontanati, i colleghi insopportabili, gli amori finiti o mai iniziati. Sto tornando dentro me stessa, sto tornando in me, ed è un viaggio emozionante, nel bene e nel male.

Stasera ho fatto la mia seconda partita da capo allenatore, di una squadra di bimbe Under 17. Una delle più brutte partite che la mia squadra abbia mai giocato, contro un avversario inferiore a noi. Siamo precipitate nel punteggio, però, abbiamo combattuto noi stesse, le nostre difficoltà, i nostri errori, e punto su punto, brutte e senza gioco, siamo arrivate al canestro del pareggio, che ci avrebbe dato i supplementari. Invece no, canestro annullato dall’arbitro, per un’infrazione che nessuno ha visto. Negli spogliatoi, pianti, imprecazioni, rabbia, tutto. Abbiamo percorso la parte più brutta di noi-squadra, ci abbiamo fatto a botte, abbiamo perso. Ma dopo la partita le ragazze erano via via più tranquille. Abbiamo visto la parte peggiore di noi, ora che la conosciamo, possiamo lasciarcela alle spalle. Era la mia seconda panchina, potevo fare molto, molto meglio, e sono responsabile di come sono andate le cose. Eppure stasera, tornando a casa, ho capito che mi sono divertita come non mai. Ho visto cos’è una brutta partita, sono quasi riuscita ad esorcizzarla e forse è un bene che non ci sia riuscita. C’è una forza nella sconfitta, la strada che percorre i nostri errori ci conduce pur sempre in un viaggio; nuotare sul fondo del mare, è pur sempre vedere qualcosa di inesplorato.

Il meglio è passato. Ho allargato l’esperienza della mia vita al male, al dolore, alla delusione e alla perdita. Comincia una nuova partita.

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  1. ivy phoenix
    1 Febbraio 2011 a 18:27 | #1

    una battaglia non fa la guerra… così una partita…
    ciao capo allenatore

  2. federico
    18 Febbraio 2011 a 0:59 | #2

    Flaiano era un grande e ti ha offerto uno spunto interessante, che la partita di basket ha completato. Però potresti usare, invertito, anche un aforisma popolare; se “al peggio non c’è mai fine” potresti anche dire che, sulla strada del tuo percorso, “al meglio non c’è mai fine”. Coraggio, che poi ritorna il peggio a consolarci.

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