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Archivio Maggio 2011

Il desiderio e la mancanza.

29 Maggio 2011 Commenti chiusi

229608_10150198410718081_616108080_6901022_4084396_nHo avuto una lunga discussione con una persona, riguardo al mio momento attuale. Spesso mi sveglio la mattina con la sensazione di essere in un costante stato di privazione. Senza affetti, senza il lavoro che vorrei, senza sogni e senza prospettive. Altre volte, mi sento bene, indipendente, con il mio tempo nelle mani e le pagine della mia vita da scrivere. Non accade spesso, ma accade. Parlando con questa persona, mi sono resa conto che esistono due modi di vivere questo mio tempo, così strano, così difficile, che corrispondono a come mi sento. Se vedo solo il vuoto, diventa insopportabile. Se penso ai problemi sul lavoro, se penso alle persone che ho perso, a tutto ciò che non c’è, se, mi metto nell’ottica della mancanza. Però c’è un altro modo di vedere le cose. Ovvero che so cosa desidero, con una chiarezza, forse, mai avuta prima. So cosa voglio dal mio lavoro, perché è chiaro quello che mi manca; so cosa vorrei da una persona e dalla mia vita. Che riesca ad ottenerlo, che abbia le forze e la capacità di arrivarci, è un altro discorso. Ma i miei desideri sono chiari e, alla fine, è un bene sapere che desidero, che il mio cuore batte e la mia testa, anche se in modo un po’ sbandato, pensa.

L’esperienza della mancanza, è un’esperienza come le altre. E’ qualcosa da vivere, è il fondo del mare quando si conosce fin troppo bene la superficie. E’ un viaggio, che non si sa dove conduce, ma è pur sempre un viaggio, un cammino, una conoscenza in più da fare, di se stessi. Non mi ero mai trovata in questa situazione; soprattutto, non mi ero mai trovata a vivere così una condizione come questa, così frustrante, così lontana dalle mie aspettative. Così priva di calore, di soddisfazione, di luce e così piena di brutte cose, incertezza, rapporti che si complicano, rifiuti, indifferenza.

Mi ricordo, anni fa, che scrissi un post dicendo che stavo conoscendo tanti aspetti dell’amore. L’amore lungo, la relazione vissuta; l’amore clandestino e breve; la relazione passionale che brucia e si spegne; l’incontro di una volta. Ora sto sperimentando l’opposto dell’amore, la negazione. L’amore non vissuto perché… perché una ha un altro orientamento rispetto al mio; perché ad un’altra non piaccio abbastanza; perché tu, che sei la persona che ho conosciuto da poco, che trovo fantastica e che vorrei conoscere, giorno dopo giorno, semplicemente sei fidanzata. Nella mia esplorazione ho cominciato a conoscere le porte chiuse. E devo cambiare strada.

Ma qualche volta, davanti alla tua porta, vorrei tornare. Proprio perché adesso conosco i miei desideri e so che se sono così forti e chiari, allora hanno una ragione di essere, allora corrispondono al vero. Non succederà mai niente, sarai felice con la persona che hai scelto e ci scambieremo solo email che riguardano la cosa, del tutto pratica, che ci unisce. Ma guardarti, scriverti, ascoltarti, significa avere davanti a me tutto ciò che desidero davvero. E devo averlo ben chiaro, per non sbagliare ancora una volta, com’è successo, troppe volte, in passato. Sei allo stesso tempo quello che mi manca, così tutte le volte che penso a te non riesco a respirare per la frustrazione di non potermi avvicinare, e quello che desidero, così tutte le volte che ti vedo sono felice di averti incontrato.

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Questi giorni di maggio.

15 Maggio 2011 Commenti chiusi

195984_10150144653163081_616108080_6570226_1974385_n-1Sono passati esattamente quattro anni, non è il calendario a ricordarmelo, ma la luce. Sono stati i giorni più intensi della mia vita, in cui esplose un’energia che sembrava essersi accumulata nel corso di tanti anni apparentemente sereni. Furono giorni di passione e di dolore, di gioia e di lacrime, di cui mi resta un ricordo indelebile. Tutto in quei pochi giorni.

Cominciò un giovedi, della settimana che avrebbe portato a gara2 dei miei playoff di basket, spareggio-promozione, un sogno, un anno di lavoro incredibile. Giocavo ancora. Eravamo state brave, avevamo vinto in trasferta e la domenica avremmo avuto l’occasione imperdibile di fare 2-0 e festeggiare con i nostri tifosi, che nel frattempo avevano preparato tutto. Pensavo a quello e a lei. Quel giovedi, uscimmo per la seconda volta, a prendere un gelato. Mi ricordo come mi svegliai il giorno dopo, turbata da quell’incontro, dai suoi occhi azzurri, dalla voglia di raccontarmi di sé. Era venerdi mattina. Passa qualche ora, mi chiama mio babbo, la mia adorata nonna sta male. Prendo la macchina, faccio 200km volando, ma non faccio in tempo a salutarla. Una notte di dolore. La saluto, da sola, sabato mattina e piango, piango senza freni. Riparto per Pisa, il funerale è lunedi, devo giocare gara2. Quel sabato sera, distrutta per il dolore, felice di avere una persona con cui uscire, vigilia di gara2, dormii per la prima volta con lei, la persona che pensavo mi avrebbe fatto voltare pagina, dopo la fine di una lunga storia decennale che mi aveva lasciato a pezzi. Mi ricordo quella notte, con la sensazione  di avere una persona nuova accanto, il pensiero della partita, la necessità di trovare un po’ di sonno, che non arrivava mai perché l’adrenalina saliva inesorabilmente.

Perdiamo gara2, senza appello. Io sono fuori di me, l’allenatore mi fa stare tanto in panchina. Finita la partita, raggiungo lei, la bacio, torno verso nord per il funerale. Il mio cuore scoppia, non dormo da giorni, penso a lei e non ci credo quasi, poi penso alla nonna e piango e poi penso alla partita e mi arrabbio. Tutto sta cambiando. La mia nonna, quella che mi aspettava per mesi per avermi a pranzo e faceva in modo che fosse tutto perfetto, non c’è più. Quella che mi accoglieva in montagna, quella che non voleva mai che andassi via. Mio padre ha sepolto un po’ delle sue ceneri sotto un albero, il suo preferito, in montagna: era in quel punto del giardino che lei metteva il tavolo e la sedia, e cuciva, all’ombra di quel nocciolo. Posso ancora innamorarmi? Può esserci un’altra persona oltre quella che credevo di non lasciare mai? Forse si, forse è lei, mi ha cercato, voluto, inseguito. E poi c’è gara3. Noi o loro.

Torno a Pisa, tra le sue braccia. Un dolore senza fine, una gioia immensa. Nessuna delle due cose comunica con l’altra: non c’è compensazione al dolore e la gioia scorre libera. Sono io che avrei bisogno di due cuori, perché per tutto questo uno non basta. E poi c’è da correre, perché la finale si avvicina, ci sono allenamenti intensi, tattici, la tensione alle stelle, abbiamo buttato via un’occasione d’oro, adesso dobbiamo tornare in trasferta e il pronostico è tutto per le avversarie. Da lunedi a sabato, una settimana di amore e di passione, di dolore e di lacrime, di tensione e di fatica. La nonna non c’è più. Lei si, è con me, è bellissimo. La partita ci aspetta.

Gara3. Un’ora prima della gara, quando si arriva in palestra, in genere non c’è nessuno. Arriviamo quella domenica, ci sono 100 nostri tifosi ad aspettare che i cancelli si aprano. Quando iniziamo il riscaldamento, la palestra è piena, non ci sono posti a sedere. Alla palla a due, la gente è appesa anche alle strutture di sostegno, da qualche parte lei, con due amici. Vinciamo senza appello in uno dei campi più difficili di sempre. Con una grinta, una cattiveria, una determinazione che mise soggezione alle avversarie, paralizzate. Noi volevamo quella promozione. Chiunque entrasse, faceva qualcosa di buono. L’allenatore delle avversarie, negli anni successivi, tutte le volte che mi ha incontrato mi ha detto: quella bomba da 3 non te la perdonerò mai. Nemmeno io, fossi in lui, me la perdonerei, perché fu fondamentale e mortifera. Loro in timido recupero, noi in affanno, ma alla fine mancava non molto. Io sono nella mia posizione preferita, a sinistra, che in quel momento significava davanti alla panchina avversaria. Ho tutto il tempo per prendere la mira, il passaggio è perfetto. Il mio allenatore mi disse dopo che aveva le braccia alzate ancora prima che segnassi, sapeva che non potevo sbagliare. L’allenatore avversario urlò come un pazzo. Non potevamo perdere, quello era il mattoncino che dovevo portare io, e l’ho portato. La festa fu bellissima, io sapevo che poteva essere uno dei miei ultimi anni in campo e mi godevo ogni minuto…e  poi tutto accadeva davanti a lei. Avevo perso qualcosa di enorme, ma c’era altro, potevo andare avanti. Avevo fatto ancora qualcosa di buono. La mia testa scoppiava.. il cuore fuori uso. In tutti quei giorni, la luce intensa della primavera avanzata, maggio, i fiori, i raggi caldi del sole, la brezza del mare.

La stessa luce di ora. Non riesco ancora a ripensarci razionalmente, a quei giorni. Sono tutti emozione. Ma l’energia di quelle due settimane non ha mantenuto le promesse, anche se con quella promozione, è vero, abbiamo fatto qualcosa di grande, che è rimasto, però è rimasto ‘sopra’ i veri problemi, solo a lenire e  ritardare la sofferenza, che poi è arrivata davvero. Perché la vera sofferenza non è nella perdita in sé, dolorosa, ma naturale di una donna di 90 anni; è nelle ore e nei giorni, è tornare a trovare i miei genitori e non poter più vedere la nonna. Non ricevere 5 euro per Pasqua. “L’ovetto”. Non sentire la sua voce e non vedere i suoi occhi. Quella è la vera sofferenza. La vera sofferenza è capire che la persona che hai accanto ti sta facendo del male e non del bene. E quando non c’è più, e soffri, comunque soffri anche nel sollievo, ti resta ancora qualcosa in sospeso: devi ancora soffrire davvero per la fine della storia precedente decennale, che non hai scontato. Ce ne hai messo solo ‘sopra’ un’altra, o altre due.

In questi quattro anni, è come se tutte le cose che quell’energia mescolò, confuse, accelerò, fossero lentamente atterrate, una per una, separandosi, prendendo forma: i pieni e i, tanti, vuoti. Le scelte giuste e quelle sbagliate, gli eventi casuali e non, le persone, anche il passato lontano, tutto, in questi anni, si è spiegato e sciolto. Ora sono sola, vivo col mio gatto, incontro delle persone, qualcuna mi piace, altre no. Non ho altri legami se non mio babbo e mia mamma. Ho amici cari, pochi e quasi tutti lontani. Ho quasi quarant’anni. Dormo la notte, ho pochi incubi, non sento la mancanza di nessuno, se non di chi non c’è ancora. Parlo e rido. Leggo e scrivo.

Ma quell’esplosione ha lasciato dentro di me crepe insanabili, una fragilità che non conoscevo, ho perso la mia sovranità sul cuore e sulla testa, ogni cosa che tocca la mia emotività, si amplifica e mi fa vacillare. Avevo perso del tutto la mia indipendenza, la fiducia, non credevo più a nessuno. Non ho recuperato niente di tutto ciò, ho solo ricomposto un’altra me, a partire da lì. Qualcosa, è vero, mi tiene insieme: da qualche parte c’è un filo d’acciaio in me, che non si spezza, me ne sono resa conto. E poi ho in testa sempre la frase di Ovidio: perfer et obdura, dolor hic tibi proderit olim. Resisti, un giorno questo dolore ti sarà utile. Questo faccio. Resisto, ci riesco, meglio ogni giorno. L’energia che ho mi serve per sostenere una situazione lavorativa impossibile, per accettare e vivere in serenità la mia solitudine, per accettare me stessa e i miei errori. Magari prima o poi porterà anche qualcosa in più, vedremo. Per ora serve a tamponare e basta.

Stamattina ho aperto la finestra, c’era questa luce. E invece di scaldarmi, di portarmi, gentile, verso una nuova giornata, mi ha reso inquieta. Perché è la luce di allora, che si è stampata dentro di me per sempre; è la luce del tormento, del dolore, della passione e della tensione. Sembra ieri, ma sono passati quattro lunghi anni, dal momento in cui questa calda luce di primavera per me ha smesso di essere benevola e gentile.

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