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Archivio Ottobre 2011

Homecoming

26 Ottobre 2011 Commenti chiusi

Questi per me sono i giorni più belli dell’anno, quelli che preparano al cambio d’orario, quando la luce si abbassa, le foglie delgi alberi cominciano a cadere e finalmente bisogna smettere i vestiti estivi per coprirsi di più. Mi piace sentire il peso degli abiti addosso, mi piace sentire che qualcosa di familiare si appoggia sulla mia pelle. Prima, ottobre era il mese della fine degli esami all’università e dell’inizio del campionato; gli ultimi weekend liberi ma anche l’adrenalina che sale. Prima. Prima che tutto cambiasse. Eppure, nonostante non ci siano più esami, partite giocate, weekend da impegnare, gite da fare, amo questi giorni, come sempre. E’ qualcosa in cui mi riconosco. Come una specie di ritorno a casa.

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Il palazzetto.

11 Ottobre 2011 Commenti chiusi

CSM002210“Avevo uno zio palazzetto dello sport” dice in una striscia di Peanuts la Scuola, che parla con Sally, la sorella di Charlie Brown. Ci ho pensato sabato. Sabato sono rientrata, da allenatrice, nel palazzetto dove ho giocato per dieci anni. E’ sempre nella mia città, ci giocano a pallacanestro, ma non ci tornavo almeno da cinque anni. Cinque anni in cui la mia vita è cambiata, cinque anni di sconfitte, di perdite, di tutto quello che nello sport devi dimenticare in fretta per guardare al prossimo match, ma che nella vita di tutti i giorni, in realtà, a volte lasciano un segno profondo, che per un atleta sarebbe inaccettabile. Fuori dallo sport invece, soffriamo delle nostre ferite, ma abbiamo anche più tempo per vederle riemarginarsi; nella vita di un atleta una caduta, una sconfitta, un errore seppur minino devono essere superati nel minor tempo possibile. Chi ha giocato a pallacanestro sa bene che nel momento in cui mi fermo a pensare all’ultimo tiro che ho sbagliato anche solo due secondi dopo che il ferro me l’ha buttato fuori, farò un altro errore. Un tennista se pensa un attimo di troppo al dritto che ha appena messo in rete, sbaglierà anche il successivo, magari tirandolo alle stelle. Lo sport è sbagliare e ricominciare, una, dieci, mille volte dentro una partita; e una, dieci, mille volte nell’arco di una stagione e nella vita di un atleta. Non ricordo quale calciatore di livello mondiale abbia dichiarato di non voler tirare i rigori, perché quando aveva 12 anni ne aveva sbagliato uno decisivo. Non importa se  dilettante o  professionista da nazionale di calcio, lo sportivo sa quanto sia importante avere la mente libera quando si scende in campo: se a proposito di rigori, c’è ancora dentro di te un ragazzino che piange per il suo errore di secoli prima, meglio lasciare ad altri.

La mente libera prima, le emozioni che via via riempiono un palazzetto in un allenamento, in una partita e poi devono necessariamente resettarsi al momento di tornarci. Quando giocavo, non sopportavo tornare sul parquet nel primo allenamento dopo una sconfitta: ogni striscia di legno era piena dei miei errori, dei canestri presi dalla mia avversaria, dei falli stupidi, dei tiri sbagliati. Poi l’allenamento cominciava, e tutto svaniva: nuovi errori e nuovi canestri su quelle strisce di parquet, nuove emozioni e la concentrazione che tornava e cancellava tutto. Come persona, non riesco tanto a ricucire le mie ferite, forse accetto meglio gli errori e tante cose, con gli anni, sono state superate. Mi ha fatto piacere vedere come, in questi anni, tornare in luoghi che erano stati importanti nella mia vita precedente non mi abbia dato fastidio: sono riuscita a guardarli con occhi nuovi e a viverli per la persona che sono adesso. In un certo senso ne vado fiera.

Ma quel palazzetto, no. Appena ci sono entrata, ho capito che era un’altra cosa. C’è qualcosa del mio passato ancora vivo e sono le tante partite su quel parquet. L’ora della partita è rimasta la stessa, quindi c’erano gli stessi tempi e la stessa luce. Mentre seguivo la mia squadra nel riscaldamento, nella metà campo degli ospiti, mi ricordavo i mille riscaldamenti che avevo fatto dall’altra parte, sperando che il sole si abbassasse, perché, allora come adesso, in ottobre c’è una luce molto fastidiosa prima del tramonto. Ricordavo le compagne, le tante persone con cui ho condiviso quegli anni; ogni striscia di parquet conserva ancora tutte le emozioni che ho provato e che ho seppellito lì, e che ora possono di nuovo uscire perché non ho un’altra partita da giocare.

Sogno spesso di uccidere, in questi giorni. Sogno la morte degli altri, sogno di essere io a provocarla. Ma fortunatamente la realtà è che voglio uccidere qualcosa, piuttosto che qualcuno, è la mia testa che mi interpreta come una serial killer… che si occupa di errori, di rabbia, di pensieri che vorrei che non mi toccassero più. Vorrei che fossero come i canestri sbagliati e i dritti in rete, da dimenticare, per guardare con la testa libera all’azione successiva. Eppure ogni sportivo sa, che bisogna dimenticare anche le belle azioni, perché è vero che danno fiducia, ma non si può mai pensare che si possano ripetere solo perché sono riuscite bene una volta. E anch’io insieme alle cose brutte, cancello quelle belle, via via, così non mi perdo nella nostalgia e riesco a guardare avanti. O almeno, la mia testa ha deciso di fare così. Ma il palazzetto no. Non sarà mai un luogo come gli altri, come sono diventati tanti luoghi del mio passato. In quel palazzetto c’è una parte della mia vita che non può essere resettata, né cancellata. In quel palazzetto c’è tanto di me, come nella mia casa in montagna, come nel percorso che faccio sempre quando vado a correre nella mia città natale in Emilia. Lì ci sono ancora io, c’è qualcosa di primordiale e così intimamente mio che nemmeno la ferocia della mia memoria può cancellare.

La mia squadra di oggi ha battuto la mia vecchia squadra, fatta ancora di tante ex compagne, di un ex allenatore. Il campo dice anche un’altra cosa. Sono altrove, la maglia delle mie ragazze di oggi ha un colore diverso dalla mia di tanti anni fa. Sono una persona diversa. Sono una persona che mentre vince sul campo perde, e ha perso tantissimo, rispetto alla giovane universitaria che non vedeva l’ora di chiudere i libri e entrare in quel palazzetto. Nel perdere tanto, nel perdere tanto di me stessa, so però anche dove qualcosa di me resta. E sono quelle strisce di parquet, quegli spogliatoi, quelle panchine. Un vecchio palazzetto dello sport.

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