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Archivio Gennaio 2012

Pixel life.

15 Gennaio 2012 Commenti chiusi

Un’innegabile conquista è guardare ogni nuovo giorno, apparentemente, senza passato. Sentire il peso dell’esperienza, della vita vissuta, ma allo stesso tempo sentire che davvero è tutto, meravigliosamente, alle spalle. Così, non si ha davanti altro, che il futuro, un futuro da scrivere, il proprio futuro. Ma è il tempo, questo, di guardare il futuro con un minimo, se non di fiducia, di curiosità? E chi sono io oggi, e con che occhi guardo al mio futuro? E c’è qualcosa che cerco?

Ho la fortuna di avere un’amica cara. La sono andata a trovare per l’ultimo dell’anno. Le ho descritto un po’ le mie ultime cose, quello che ho messo a fuoco di me, quello che la mia dottoressa mi dice. “Pixels” ha detto. “Pixel life”, anzi. La mia è una concezione puntiforme della vita. Ne vedo pochissima, vedo degli elementi minimi, magari riesco a concepirne il tutto, ma ciò che realmente brilla alla mia vista e ai miei occhi sono pochi pixels. Mi sono sempre concentrata su quelli.

Sono entrata nell’anno in cui ne compierò quaranta. E sono una persona forse equilibrata, compensata, autonoma, indipendente fino all’estremo, ma infelice. Sempre a scandagliare le tenebre del fondo del mare, un fondo inesplorato, in cui si sopravvive adattandosi a condizioni impossibili. Non c’è luce? Divento fluorescente io. O mi allargo gli occhi, fino a vederla. Esistono predatori tremendi? E io mi riempio di aculei. Vivo, sopravvivo, mi adatto, ci metto tutta me stessa. Brutti mostri sul fondo del mare, ma vado avanti. Paura, sul fondo del mare, paura, tanta, di un buio indecifrabile, ma nuoto. Lontano dalla luce, dalla riva, dalla superficie, continuamente. Ho fatto di questo habitat assurdo, il mio habitat.

E in questo fondo del mare i miei pixel hanno cominciato a sbiadire. Ho investito tanto su poche cose. Tantissimo. Non ho visto altro e guardato altro. A quarant’anni, sono infelice. Matura, affidabile, principi solidissimi, ma infelice. I sogni che inseguivo non si sono realizzati. Io stessa non mi sono realizzata. E quindi, era davvero giusto ridurre lo schermo della vita a tre o quattro pixel? Non potevo guardare meglio? Quindi non solo devo guardare ad un futuro che a livello personale e, ahimè, globale, non promette niente di buono, ma devo cambiare occhi. Cambiare luce. E se non riesco a vedere un’immagine, ma solo pixel, devo seguire altri pixel.

Non credo più a quello che ho sempre perseguito, per il semplice fatto che non mi ha dato ciò che speravo. E devo sempre adeguare la mia vita al buio, abisso dopo abisso, mostro dopo mostro.

In più, il tempo passa e si capiscono le cose. Non sono mai stata una persona sociale. In altre situazioni avrei detto di no ad un’uscita come questa, ma mi ha invitato una persona carina e volevo vedere facce nuove. Otto ragazze, tre coppie. Carine, simpatiche, niente di più. Un’infinita nostalgia nel vedere le coppie ridere e scherzare, la loro intimità, il modo in cui si parlano e guardano. Allo stesso tempo, e non è la prima volta, sento tutto questo infinitamente lontano. Vedo me stessa e gli altri, vedo che non ho le parole. Vedo tutto l’abisso che mi separa dagli altri e mi pare incolmabile. Inesplorabile.

Se vi saranno solo tenebre, abissi, o magari un po’ di luce, una superficie, una riva, facilmente sarà una riva solitaria. E tutto questo mi spaventa. Avrò paura, ne ho, e ne soffrirò più di ora. Ma andrò avanti. Con un pixel spento. La solitudine del cuore è uno dei mostri più pericolosi degli abissi. Vorrà dire che la mia corazza sarà più spessa, i miei aculei più appuntiti e sarà il mio cuore a battere per due. O per mille. Batterà per tenermi in vita e per tutto l’amore che ho desiderato, non ho avuto e non avrò.

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