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Archivio Marzo 2012

44 minuti. 7km e 45. 513 calorie.

28 Marzo 2012 1 commento

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In un episodio di Cold Case c’è una scena che mi è  rimasta molto impressa. Il detective Lilly Rush affianca un uomo di colore, alto e maturo, mentre corre su una pista di atletica. E gli chiede, perché corri? Da cosa fuggi? Sapendo che è colpevole. E lui corre, continua, fino a che le sue colpe non lo fermano.

Ho sempre amato correre, sin da quando ero piccolina. Preferibilmente al tramonto, quando non di sera. Mi ricordo che da adolescente, nonostante mi allenassi tantissimo con la pallacanestro, appena potevo uscivo e correvo, con un marsupio enorme che conteneva il walkman. Scomodissimo. Correvo per le strade attorno a casa, fino alla mia vecchia scuola media, un percorso urbano, di periferia, con le strade larghe, i parcheggi dove fare gli allunghi, qualche guardinetto pubblico per non stare sempre sull’asfalto. Lo ricordo ancora oggi metro per metro, anche se ormai quella zona in cui c’erano ancora strade non asfaltate è diventata un quartiere residenziale percepito ormai come di centro città. Correvo e correvo.

Ricordo l’unica volta in vita mia in cui ho avuto paura a correre. E’ stata una sera di un anno per me cruciale, il 1991. Avevo 19 anni e di pomeriggio ero andata a vedere Il silenzio degli innocenti. La sera uscii a correre. Ero rimasta impressionata dal film e mi ricordo che avevo paura di passare per gli angoli bui, quasi che ci dovessi trovare Hannibal Lecter. Anche ne Il silenzio degli innocenti, proprio all’inizio, l’agente Clarice Starling corre e si allena, in un bosco nebbioso e desolato. Corre per allenarsi, Clarice, o corre per fuggire dal grido degli agnelli innocenti? Corre per allontanarlo da sé? Corre verso il silenzio e la pace?

A casa mia da molti anni faccio un percorso diverso, in direzione delle colline. Ci torno tutte le volte e tutte le volte ritrovo un po’ di me stessa, i pensieri che lascio attaccati agli alberi, alle case, alle curve e ai segnali stradali. Lascio sempre nuove emozioni e nuove sensazioni. E poi le torno a trovare. E ne restituisco altre.

Ogni luogo importante della mia vita ha una sua corsa. A 19 anni mi sono trasferita qua a Pisa e ho subito cominciato a correre. C’è un bellissimo parco lungo l’Arno, che si chiama Le Piagge, che è perfetto, anche perché prosegue con un sentiero molto lungo, lontano dal traffico, che consente di correre per tanti km. Poi ci sono i Condotti di Asciano, un sentiero che corre lungo lo splendido acquedotto mediceo. Anche lì attorno ci sono molti sentieri secondari: è un percorso molto bello, che ho scoperto da poco. Alle Piagge ho corso innumerevoli volte, le sere in cui non avevo allenamento, o nei periodi di tregua cestistica, come l’estate. Ci sono stata anche lunedi.

Ci sono le corse di Londra, a Regent’s Park, un paradiso. E di Parigi, quando stavo a Fontenay-aux-Roses (c’era un lungo sentiero fino ad Antony, oppure andavo al parco di Sceaux), o al parco di Montsouris quando ho abitato a Boulevard Jourdan, o ancora lungo la Senna, quando stavo in pieno centro, nel quartiere universitario. A Roma, in campagna a Maccarese. All’isola del Giglio, ora purtroppo così famosa, sulla collina che porta a Castello… un panorama incredibile, a picco sul mare e soprattutto nella parte finale è un percorso tutto rivolto a ovest, quindi verso il tramonto. L’estate scorsa l’ho scoperto e da allora l’ho fatto quasi tutti i giorni. E’ massacrante, sono tanti km, salita  e discesa, ma è spettacolare.

E poi c’è la corsa più bella di tutte, quella tra le mie montagne. Un percorso faticosissimo e difficile, che però mi fa quasi commuovere per quanto è bello. In mezzo ai boschi, solo su sentieri, dove non si incontra quasi nessuno…è più facile vedere qualche capriolo, o un cinghialotto che magari ti taglia la strada. C’è una parte sul crinale tra Emilia e Toscana che leva il respiro, in tutti i sensi. Quella corsa è una delle cose più belle della mia vita.

Perché corro, da sempre? Mi piace, si. Sono sportiva, si, ma il basket mi basterebbe. Cos’è davvero la mia corsa? Quando non posso correre all’aperto, vado in palestra, sul tapis (e sullo step e sul vogatore, in quest’ordine). Non è la stessa cosa, ma è un buon surrogato. Proprio qualche giorno fa impostando il mio allenamento sul tapis, ho capito che rappresentavo qualcosa di non rappresentabile. I 44 minuti di durata, i 7 km e sgoccioli che faccio, sono una corsa interiore, che non ha tempo, né spazio. Perché in quel tempo e in quello spazio io copro una distanza che è incommensurabile. E’ la distanza che riporta a me, a quello che mi fa stare bene o male, alle ferite e alle gioie. E’ una corsa verso di me, verso quello che voglio realmente, verso quello che conta. Due anni fa, durante una corsa in montagna, ho capito che una persona di cui probabilmente ero innamorata, non mi avrebbe mai considerato. E l’ho sentito con una chiarezza incredibile, con la chiarezza che solo uno sforzo estremo può dare.

Cosa conta davvero per sopravvivere, per far battere il cuore, nonostante tutto? La mia corsa conduce lì, e attraversa gli anni, gli istanti, passa dalla mia casa natìa, da quella attuale e quando si ferma, è alle soglie della mia casa interiore. Allo spazio della mia casa interiore, che ancora non ho trovato. Ma arriva lì, dove sono io. Corro per questo. Perché è una cosa che posso fare da sola, nonostante tutto e tutti, e arrivo sempre dove voglio arrivare, a dove sono autenticamente, innegabilmente io, dove so che posso resistere.

Qualche anno fa mi diagnosticarono un problema al cuore. Ironicamente pensavo che realtà e metafora di “problemi di cuore” si erano finalmente congiunte. Il terrore più grande era di non poter correre più. Ma non fu così. Le analisi dicevano che, sotto sforzo, il mio cuore si placa. Ritrova il suo battito e il suo ritmo. Non c’era bisogno delle analisi. Lo sapevo che correndo, il mio cuore fisico si sarebbe ricongiunto col mio cuore astratto. Il sangue e l’amore. Realtà e metafora. L’identità del mio cuore è nella corsa, che cancella i “problemi” veri e astratti e lascia solo lui, il cuore. E con lui, io, nient’altro che io.

Il mio viaggio verso di te è finito. Io sono altrove. Torno, anzi corro, senza paura, a me stessa e alla mia vita.

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23 Marzo 2012 Commenti chiusi

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Esistono momenti in cui si è più fragili. Tanto più fragili. Stasera, per me, è uno di quei momenti.

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“Ho un cuore solo…”

20 Marzo 2012 Commenti chiusi

“… ed è già in mille pezzi”, dice un personaggio di un libro che ho amato molto, Vita, di Melania Mazzucco. Come dire, basta così, fai attenzione. Tu, fai attenzione. Ho compiuto quarant’anni, mi sono costruita una vita da single, la solitudine profonda mi spaventa, è vero, ma non mi spaventa stare da sola. E poi so anche che c’è qualcosa in me che non può più essere violato, né colpito. Per quanto possa risultare complicato, anormale, magari sgradevole, anche questo universo di mancanze, come diresti tu, deve essere, se non amato, almeno compreso. Perché se “manco” in qualcosa, forse c’è una ragione. Ora sono più forte e non ho paura dei distacchi. Nel libro “Il danno” si dice che chi ha subito un danno è pericoloso, sa di poter sopravvivere. Ecco. Sono pericolosa. So di poter sopravvivere senza luce, senza amore, senza nessuno, senza ossigeno, sul fondo del mare. Sopravvivo. Anche col cuore a pezzi. Hai colpito, ciecamente, dove non dovevi. Senza sapere, senza pensare. Non potrai sferrare un altro colpo, non te lo lascerò fare.

 

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Gioca bene i tuoi supplementari.

16 Marzo 2012 Commenti chiusi

La capo-coach mi dice: giovedi non ci alleniamo, ma ho bisogno di fare riunione. Vieni con O. che poi si mangia una pizza. Quindi stasera facciamo la riunione in palestra, poi via in pizzeria. Entriamo e la capo-coach dice al cameriere: voglio andare nella saletta di là. Il cameriere dice: non si può. E lei: perché? E lui: guarda tu perché… Apriamo la saletta e…. festa a sorpresa per il mio 40°!!! Con tutte le ragazze che alleno, piccole e grandi. Non mi era mai successo. Sono stata sconvolta per tutta la serata. C’era uno  striscione alle pareti: una partita di basket dura 40 minuti + eventuali supplementari e lo striscione diceva:

11.3.2012. La partita non finisce al 40′

e il biglietto di auguri lo completava:

gioca bene i tuoi supplementari.

L’ha pensato una ragazzina di 16 anni. Ha pensato di scrivermi: La partita non finisce al 40°, gioca bene i tuoi supplementari. Poi chiedetemi perché corro a destra e a manca pur di allenare. Perché non faccio una vita normale. Perché sopporto che chiunque frequenterò sbufferà davanti ai miei tempi impossibili e ai miei orari militari, magari pensando beh, non fa per me. Perché forse la mia produzione accademica è un po’ rallentata. Lo faccio per questo. Perché sono riuscita a far arrivare a una ragazzina di 16 anni qualcosa dello sport e di me, qualc osa che le ha fatto pensare una frase bellissima, che mi ha toccato il cuore.

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La casa che non c’è.

13 Marzo 2012 Commenti chiusi

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Succede sempre così. Sono tornata a casa per il mio compleanno, aspettandomi chissà cosa. Aspettandomi che il valore che davo a questo ritorno a casa fosse lo stesso che avrei riscontrato nelle persone che andavo a trovare. Ma la realtà, come sempre, è ben diversa. Ogni persona si è costruita una vita senza l’altra, questa è la storia di quella che è stata la mia famiglia. Dispersi tra tre città diverse, indipendenti e con più o meno nostalgia di quello che è stato. Io volevo andare a pranzo con mio babbo e mia mamma in un luogo che amo. Ma non si poteva, perché ci sono da gestire nuovi compagni e nuove mogli. Ma che c’è un vuoto da colmare, in tutto questo, lo sapevano entrambi i miei genitori e quindi il mio pranzo di compleanno sono diventati un pranzo e una cena, da famiglia allargata, con gli amici di famiglia di sempre da un lato, con parenti vecchi e nuovi dall’altro. Poi ognuno per conto suo. Anch’io, che in perenne ricerca di casa da vent’anni faccio la Cisa avanti e indietro e non la trovo né al di qua, né al di là di quel passo di montagna. Vado in Emilia pensando: torno a casa. Poi mi accorgo che quella non è casa, allora torno in Toscana pensando: torno a casa. Ma non è casa nemmeno questa, quella da cui sto scrivendo. E allora ci si chiede dove sia la propria casa, quella fatta di mattoni e cemento che è anche quella interiore, quella dove ci sentiamo amati per quello che siamo, o magari anche per il solo fatto di essere venuti al mondo, dove l’affetto e la cura escono dalle pareti e abitano i mobili, le porte, le entrate e le uscite. L’unica casa che ho è quella del cuore, che corrisponde a qualche decina di metri quadri in montagna. Ma è una seconda casa, di fatto e significativamente non è la casa che abito. Cerco una casa dove abitare, cerco qualcuno o qualcosa che renda questa casa la mia, o che mi faccia vedere un luogo dove io possa abitare. Forse chiedo troppo, forse ti chiedo troppo.

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Verso il quarantesimo.

8 Marzo 2012 Commenti chiusi

Martedi ho firmato un contratto a tempo indeterminato. Non so se lo userò mai, per ora posso sospenderlo e continuare a fare ricerca, ma questo lavoro di insegnante di italiano in un istituto della provincia di Lucca, istituto che conoscerò solo a luglio, ha cambiato qualcosa. Ho messo un punto. Qualsiasi cosa succeda, ho un lavoro. Non è il lavoro che vorrei, vorrei fare altro, ma è un lavoro. E se mai lo farò, sarà una sfida, una vita nuova da crearsi e immaginarsi. Rientrando alla macchina, martedi, ho allungato la strada. Sono salita sulle mura, ho fatto due passi. C’era una giornata tiepida, la luce calda del primo pomeriggio di una giornata di tardo inverno.

Mi sto inventando la mia maturità. Dall’alto delle mura, guardavo la città, ma in realtà guardavo me stessa, in un momento di pienezza. Un momento, rarissimo, di pienezza, regalatomi da una città bellissima e dal sole del primo martedi di marzo. Sto riempiendo quelli che saranno i prossimi anni. Comincio a disegnarli, a immaginarli, comincio ad averne gli strumenti.

Ti avrei voluta accanto, non potevi esserci. Ma forse è meglio così. Questa pienezza è la mia pienezza, quella che sto ritrovando prima di tutto senza nessuno. Quella passeggiata doveva essere fatta solo con i miei passi. Dovevo respirare quel pomeriggio da sola, perché in quel pomeriggio c’è la mia storia, che è ancora una storia senza di te.

Domenica compio 40 anni. Il 2012 mi è sempre sembrata una data remota. Ora ci siamo. E lo so, non è un compleanno come gli altri. E per la prima volta dopo secoli, lo festeggerò nella mia città di nascita, con i miei genitori. A 40 anni, torno a casa.

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