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Archivio Maggio 2012

Acqua, aria, terra, fuoco. Dal mio viaggio/2. Montagna

25 Maggio 2012 Commenti chiusi


Acqua, come quella che ho dovuto attraversare sui sentieri, tanti ruscelli che d’estate sono quasi secchi, ora, dopo le piogge, con la neve sulle cime che si sta sciogliendo sembrano fiumi in piena; aria, come quella tersissima, pura, pulita e già un po’ rarefatta delle mie montagne; terra, come quella dei sentieri su cui ho lasciato le mie impronte correndo; fuoco, quello del mio camino, che serve a cuocere, a illuminare, a scaldarmi anima e corpo.

E’ la pace degli elementi, il ritorno alla semplicità delle cose, alla loro ineluttabile forza, alla loro presenza invincibile… tornare sulle montagne è trovare la certezza di qualcosa che c’è, che non è cambiato, torno dove sono sempre stata e dove sono sempre attesa. Torno agli elementi, ai miei elementi, che invado dei miei pensieri, della mia rabbia, dei miei sogni e dei miei ricordi, torno a quelle quattro essenze che percorro fino a perdere il respiro, da cui non vorrei staccarmi mai.

Quasi alla fine del mio viaggio avevo una cena. Venticinque anni dopo, la mia squadra “cadette”, nate nel 72, 73 e giù di lì. Non c’è niente che tiene unite le persone, come aver condiviso lo sport. Sono bastati pochi minuti ed eravamo di nuovo quella squadra, con il nostro allenatore che si ricordava ogni singola cosa. Tre ragazze sono tuttora inseparabili. Che splendore. E che sensazione, parlare con persone che hanno un’immagine di me che non corrisponde più al vero… non sono più quella ragazzina, così seria, come dicevate, non piangevo mai, solo concentrata sul gioco, sull’allenamento, forte, sicura, matura. Sono sempre il loro capitano, quella più brava, quella che faceva giocare meno le altre perché doveva stare in campo. Non sono più quella persona. Ero molto più solida allora. Era il tempo della pienezza, dell’intero, dell’energia e del talento. Che in 25 anni sono diventati… altro. Ma tornare ad essere guardata così, con quella fiducia e con quella stima, mi ha fatto piacere e per contrasto mi ha fatto riflettere su quanto tutto ciò mi manchi.

Ma alla fine, la serata mi ha detto: si, fare sport ha senso. Giocare ha avuto senso. Mi ha dato una pienezza che non ho mai più ritrovato. Mi ha dato legami sinceri, mi ha dato identità.

E con tutto questo, lungo il mio viaggio ho dovuto prendere una decisione molto dolorosa. Lascio, per quest’anno. Lascio la pallacanestro,non alleno, devo prendermi una pausa. Devo risolvere troppe cose e ho bisogno di energie, di tempo e di testa. Mi mancherà tutto, ma in particolare il mondo del gioco, dei sorrisi, della confusione di 12 ragazze che corrono dietro una palla in una palestra. Vedrò solo il mondo avvelenato, raggrinzito, povero del lavoro, l’accademia, l’università. Non posso presentarmi ancora davanti a una squadra essendo così fragile, preoccupata, così tormentata. Le ragazze ti smascherano, ti leggono nel pensiero, non puoi fingere, sono troppo sveglie, dipendono troppo da un allenatore o un assistente per non percepire le sue variazioni di umore.

“La vita non finisce al quarantesimo. Gioca bene i tuoi supplementari”, mi hanno scritto. Non mi hanno scritto qualcosa come “grande elena sei una forza”. O “coach, come faremmo senza di te”.  Mi hanno scritto un’altra cosa. Mi hanno scritto giocatela, la tua partita. Come dire, sei nella mischia, lavora, muoviti. Gioca e gioca bene, sono i supplementari… al quarantesimo è parità e lì, in quei supplementari, dopo il quarantesimo, si decide la tua vita. Se delle ragazze di 16 anni mi hanno scritto una cosa così, hanno capito tutto. Hanno capito che qualcosa c’è da risolvere, dopo il quarantesimo, una parità da spezzare, un tempo segnato che non si può sprecare.

Un anno senza di loro. Un anno senza pallacanestro, solo lavoro, perché a 40 anni sono ancora precaria e voglio lavorare all’università. Il mio lavoro non deve essere solo l’insegnamento a scuola. Quella è la parità del quarantesimo. Voglio qualcosa di più. E voglio giocarmi le mie chances al meglio. E’ triste dover rinunciare anche solo temporaneamente a qualcosa che fa battere il cuore… è ingiusto che si debba essere costretti a farlo, perché ancora senza un lavoro vero. Ma devo giocare al meglio. Devo aver più tempo per allenarmi, per prepararmi. Gioca bene i tuoi supplementari. Sei arrivata al quarantesimo e non hai vinto. Non hai nemmeno perso. La partita si decide da qui in avanti.

Lo sport ha senso, ha meravigliosamente senso. Lo conosco profondamente, so cosa dà e cosa toglie. L’ho attraversato, l’ho capito, ho trovato quello che cercavo. So cosa lascio, so perché lascio. Ora, davvero è il momento di fermarsi.

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Le palline da tennis.

22 Maggio 2012 Commenti chiusi
“Non è la mia ragazza, credimi” (…) “Andiamo a letto insieme ogni tanto, tutto qui”. Quando la possibilità di una storia fra loro due era sfumata, Emma si era sforzata di fare il callo all’indifferenza di Dexter e ormai una battutaccia come quella non le procurava più dolore di una pallina da tennis contro la nuca. Ormai non batteva quasi ciglio. (…) Dex abbassò la voce fino a farla diventare un rantolo da maniaco. “… e mi bacia, capito?”. “Ti bacia”, fece Emma, e un’altra pallina da tennis colpì il bersaglio. (…) “Mi sbaglio o me l’hai già raccontata questa storia?”. “No, quella era un’altra ragazza”. Adesso le palline da tennis stavano arrivando a raffica, con in mezzo anche qualche sberla. 
 

Un bel libro, “Un giorno” di David Nicholls. Emma e Dexter passano insieme la notte della loro laurea, poi si allontanano, si cercano, restano amici… e si incontrano di tanto in tanto. Lui è un donnaiolo, un presentatore televisivo di successo, pieno di donne, dedito all’alcool e alle droghe, lei una sognatrice, intelligente, dolce e intensa. Mi sono piaciute queste palline da tennis. Il colpetto, piccolo ma fastidioso, del racconto degli amori da parte di chi vorremmo amare, ma non possiamo (più). Più colpetti, qualcuno più forte. Che diventano una pioggia di palline e sberle, nel sentire che una mente, un corpo, un cuore che vorremmo è di altri.

Mi racconto che sono tranquilla. Sono gentile e premurosa con la persona che ho più amato, e faccio cortesie a lei e alla sua ragazza. Ma poi la pallina arriva, precisa, sulla testa. Cerco di essere impassibile ai messaggi d’amore pubblicati sulla bacheca di facebook di una persona che mi piace molto. Ma ogni messaggio è una pallina.

E quando le vedo insieme, sono più palline, e più pesanti. Alle dichiarazioni d’amore eterno, le palline sono poche, le sberle tante.

Mi racconto che sono tranquilla. Ma a volte mi prende un grande struggimento per quello che non ho (più) e con il passare del tempo, questo struggimento si acuisce, perché ogni giorno che passa, quella che è mancanza diventa sempre più un vuoto definitivo. Non ho più avuto l’intero. Ho avuto lei-che-mi-faceva-sentire-come-nessun’altra, lei-con-cui-facevo-tante-belle-cose, lei-che-…wow!, lei-che-è-la-più-dolce-del-mondo, lei-che-oh-quant’era-bellafemminileunaveraconquistacomplimenti, ma non l’intero. Non più la leggerezza di un rapporto in cui due persone si amano e stanno bene insieme, non più la facilità della pienezza.

Senza intero, senza pienezza, avendo solo dei pezzi, o non avendo nemmeno quelli, arrivano le palline da tennis. Gialle, impertinenti, fastidiose, imprevedibili come una volée sbagliata e steccata che colpisce un raccattapalle.

Eccomi, un raccattapalle: a volte raccolgo le palline, a volte le schivo, a volte mi colpiscono e a volte fanno male, a volte no, a volte un po’. Poi comunque mi ricompongo, in attesa della prossima pallina.

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Protetto: Piccoli egoismi quotidiani. Dal mio viaggio/1: Venezia.

12 Maggio 2012 Commenti chiusi

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L’orso ferito.

1 Maggio 2012 Commenti chiusi

Video importato

Oggi sono stata ferita per l’ultima volta. Chi mi ha ferito non esiste già più. Ma restano la ferita, il male, l’abisso che parole dette senza rispetto possono scatenare. Sono un orso e gli orsi feriti in genere si nascondono, furiosi, tra i boschi e le montagne. Ma non ci posso andare. Allora c’è un riparo invisibile e a volte evanescente, è quello degli affetti, di qualcosa che mi faccia sentire me stessa. Con le fragilità, innegabili, che sono parte scomoda di me, ma che proprio per essere parte di me non meritano di essere colpite con tanta violenza. Non potendo vagare per i miei adorati sentieri, non potendo correrci fino a non aver più fiato per la rabbia, sublimo tutto in un sms ad un’amica, mi sciolgo ascoltando la musica degli anni in cui ancora potevo sognare, mi metto a catalogare i miei disegni e scrivo… sperando, un giorno, che tutta questa fragilità diventi una forza e che il dolore che ho provato, il fatto di dover accettare e sopportare il peso di una vita che non è quella che voglio e di essere diventata una persona che fondamentalmente non si riconosce, che tutto questo, un giorno, possa davvero essermi utile. Sono diventata questa, senza neanche accorgermene. Un’altra da me stessa, come dice la canzone. Ma non mi fermo più. Un orso ferito fermo e atterrato è una preda. Un orso ferito che continua a muoversi incute paura. E rispetto.

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