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Archivio Giugno 2012

Citazione. Jeanette Winterson, Scritto sul corpo.

24 Giugno 2012 Commenti chiusi

“Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce: quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì. In certe parti il palinsesto è inciso con forza tale che le lettere si possono sentire al tatto, come fosse stato scritto in braille. Preferisco tenere il mio corpo ripiegato, al riparo da occhi indiscreti. Mai aprirsi troppo, svelare tutta la storia”.

Io sono una persona che non ha mai rispettato il proprio corpo. Non l’ho scritto, l’ho imbrattato a tal punto da non riconoscerlo più, tanto che è diventato qualcosa di alieno da me. Faccio delle cose senza pensare che così macchio il mio corpo, è come se avessi perso il senso di responsabilità verso di lui, ammesso che l’abbia mai avuto. Ecco perché lo nascondo il mio corpo, lo ripiego, perché ho paura di svelare quella che è una storia di maltrattamenti che io prima di tutti gli ho inferto. Non c’è niente di clamoroso, niente di visibile a prima vista. Il mio sembra un corpo normale, anche senza vestiti non c’è niente che si veda di quello che gli ho fatto. Un corpo non si svela nella nudità. Un corpo si svela parlandone, usandolo, nutrendolo, muovendolo, paradossalmente lo si svela più per come lo si copre che per come lo si scopre. Chi capisce davvero perché mi vesto così, sa cos’è successo al mio corpo.

Adesso mi rendo conto di cosa significhi aver perso il proprio corpo, non volerlo più leggere, perché ci sono solo macchie e quelle macchie parlano più di una vera scrittura. Non so se a 40 anni riuscirò a riconquistare il mio corpo. Temo di no. Ma certamente, nel perderlo ho perso molto di me stessa,  ho perso la sicurezza dei miei confini, l’aderenza e il controllo con la parte tangibile di me. Così, non ho confini, non ho controllo e forse tutto quello che vorrei è tornare in quella che prima di tutto è la mia più intima casa, quella di cui conosco ogni angolo, quella di cui so la vera storia.

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London, 2012.

19 Giugno 2012 1 commento

Video importato

Ho suonato al campanello della tua casa di Londra, oggi. Mi hai aperto e ci siamo guardate come due persone che si conoscono da 25 anni e che ogni volta scrutano l’altra per vedere se ci sono cambiamenti evidenti. Come in uno specchio, mi guardi per vedere se sei cambiata tu. Io ti ho vista stanca, oggi. Provata. E dovresti avermi visto allo stesso modo. Poi siamo uscite a prendere un caffè, che è stato un caffè lunghissimo. Perché mi hai chiesto e ti ho chiesto, ti sei sciolta e hai parlato di te, e io mi sono sciolta e un po’ ti ho detto di me.

Non stiamo bene e lo sappiamo, non è un bel momento per tutte e due. Eravamo due persone brillantissime da adolescenti, ora nessuna di noi ha un lavoro vero, anche se continuiamo a perseguire i nostri sogni. Siamo ferite, siamo sole, viviamo, conviviamo con l’idea di non aver costruito niente, a 40 anni, ed è pesantissimo. Stiamo guardando in faccia i nostri errori e le nostre mancanze, stiamo realizzando che credevamo di avere qualcosa di speciale, e invece rispetto a quello che vorremmo ottenere non siamo del tutto “giuste”. Forse la strada che abbiamo scelto non era quella più adatta a noi. Forse siamo sbagliate.

Eppure siamo ancora vicine. Siamo amiche, nel senso più bello, più profondo del termine. Vedere che qualcosa resta, oltre tutto, è come dire che esisto io, che sono legata a qualcuno e a qualcosa. L’amicizia esiste: oggi, dopo tante delusioni, ne ho avuta prova. E’ quella cosa per cui sono felice di stare da te, solo perché ti avrò attorno, ed averti attorno significa anche sentirmi me stessa.

 

 

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Così, sono esattamente così, parola per parola.

4 Giugno 2012 Commenti chiusi

In fondo, faccio tutto quello che fanno gli altri, ma non lo faccio più in modo istintivo. È ciò che una volta ho definito “vivere senza convinzione”. Si provano più o meno gli stessi desideri e le stesse soddisfazioni degli altri, ma qualcosa si è spezzato; e se non c’è rottura c’è distacco; non si è più dentro, è impossibile identificarsi con un qualsiasi atto, eppure li si compie tutti, si fa esteriormente parte della società, anzi della folla. Ma si è visto dentro le cose, se ne è percepita la non realtà, la profonda vacuità. Si apre in continuazione un intervallo fra sé e l’atto, fra l’atto e la cosa. Si cessa per sempre di essere interi. Non si sarà mai più tutt’uno con ciò che si fa. Non vi sarà più saldatura fra il sé e l’essere. Perché non ci sarà mai più essere nell’antico senso

della parola. Tutto è diventato apparenza? No. Ma più niente è, più niente assomiglia a quel che era prima. Non è il reale a essere trasfigurato, è il vuoto.

[Emil Cioran, Quaderni 1957-1972]

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