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Archivio Gennaio 2013

Le mie ore.

6 Gennaio 2013 Commenti chiusi

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Ieri è stata una brutta giornata. Di quelle dove, lentamente, ma inesorabimente, tutto precipita. Comincia con una notte insonne. “Ma a che pensi quando non dormi?” mi chiedi al telefono, e non te lo so dire. Continua con un giorno in cui l’angoscia non fa respirare, spaventa. “Ma che cosa c’è”? Mi chiedi, e io non te lo so spiegare. Ci sono i piatti da lavare, le tazze, semplice, basta aprire l’acqua, usare spugna e detersivo… e invece niente. La valigia ancora da disfare, è anche piccola… resta in un angolo della casa, dove l’ho lasciata quando sono arrivata. C’è un lavoro da fare, basta mettersi al computer e cominciare, ma non ci riesco. Riesco solo a guardare tutto quello che non serve, i siti di notizie, facebook, twitter, ebay, amazon… e poi ricomincio. Di aprire word, nemmeno a parlarne. Di mandare mail, meno che meno. E ancora tutto rotola, la testa vuota, la voglia di piangere, il cuore che batte quando vuole lui, cerco sempre cibo, mi sdraio per recuperare sonno, non voglio più alzarmi, voglio dormire un anno e risvegliarmi nel 2014 per evitare questi 365 giorni che saranno di delusione, lo so, e ce l’ho tutta davanti, mentre già solo queste ore, questi minuti, sono insopportabili.

Invidio chi si sente grasso e, semplicemente, si mette a dieta. Chi vuole mettere ordine in casa e lo fa. Chi si dà dei tempi e li rispetta. Quelli che hanno in testa un romanzo e lo scrivono. Quelli che fanno la vita che vogliono fare. Quelli, insomma, che hanno una testa che non concepisce abissi, abissi in cui precipita ogni possibilità, ogni speranza, ogni movimento. Abissi, in cui precipitano le più normali, semplici, comuni e preziose attività quotidiane. Abissi in cui precipitano tutte le ore.

Poi viene sera e l’unica cosa che ancora riesco a fare è mettermi le scarpe da ginnastica  per andare in palestra. Un’ora in cui corro, faccio step, ancora con il cuore instabile, la testa vuota, ma il tapis è qualcosa a cui devi reagire e lo step, se non ti muovi, si ferma. E’ un appiglio alla realtà. La fatica è reale, i muscoli che si contraggono sono reali, si, c’è sangue che scorre nelle vene… e piano piano tornano ad essere reali anche l’asfalto della strada che mi riporta a casa, il gatto che mi aspetta, tutto riprende consistenza e forma. Tu mi chiami, sento la tua voce, mi calmi, facciamo progetti impossibili di altre vite, come un biglietto di sola andata per Guadalupe, per andare dai tuoi amici… La tua voce è reale, il nostro legame, qualsiasi sia, è reale, ci siamo io e te ad un telefono. Ti saluto, vado a letto, sistemo l’orologio. L’ora era saltata da giorni, non l’avevo mai rimessa a punto. Ricomincio a contare il tempo, il tempo reale, quello che scorre, non più quelle eterne ore vischiose, immobili, non più quel dolore stagnante, senza misura, le lancette ferme del vuoto.

E mi addormento, profondamente. Con un sogno nitidissimo. Mi viene a trovare la persona con cui sono stata peggio, da cui mi sono sentita trattata male, rifiutata, in un momento drammatico della mia vita. Presa e buttata via. E’ proprio lei, bellissima come è, sorridente, felice. E dolcissima, come non lo è mai stata. Mi racconta della sua nuova vita, senza ostentazione, senza rancore, come se la cosa più importante fosse stare con me, in quel momento. Il suo compagno, suo figlio, la sia carriera bellissima, come se non contassero. E mi chiede di me e io timida e impacciata comincio a raccontare, come una bambina che racconta com’è andata a scuola. Non è una vita fallita di fronte al suo successo, sono due vite che si incontrano, nel sogno. Usciamo e camminiamo accanto, andando non so dove. E mi sveglio.

Mi sveglio sconvolta dal sogno. Un sogno di pace, dopo un giorno inconcepibile. E mi chiedo perché quel sogno e penso che l’abisso della mia testa è l’abisso tra me e il passato, tra la persona che sono ora e quella che ero, la persona che ho perso. E che forse tutto ciò che vorrei sarebbe colmare quella voragine dove ho perso me stessa, riappacificandomi con il dolore e con la mia incapacità ad affrontarlo. Sarebbe non provare più rancore verso gli altri e delusione verso me stessa, sarebbe poter parlare senza la paura di sbagliare, sarebbe poter vedere ancora le persone con speranza. Sarebbe poter vedere il peggio della mia vita e il peggio di me stessa come nel sogno, come una donna bellissima, sorridente, affettuosa e comprensiva, che torna da me per parlarmi come non mi ha mai parlato.

Vorrei solo riprendermi la (mia) vita, riprendere me stessa. Scoprire il quotidiano, fare le cose che voglio fare, sistemare i cassetti, mettere a posto gli orologi (alcuni hanno ancora l’ora solare), usare un calendario. So quello che voglio e quello che devo fare, è tutto davanti a me ma non riesco ad afferrarlo. Perché non sono io che devo afferrarlo, ma è la persona che ho perso, che deve risalire l’abisso e riconsegnarmi i miei desideri.

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