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Archivio Maggio 2013

La seconda volta.

26 Maggio 2013 Commenti chiusi

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C’è qualcosa di più bello che vedere una persona felice: è vedere una persona tornare felice. Eri distrutta, l’ultima volta che ti ho visto. Per la prima volta, la fine di una storia aveva aperto una crepa, mi confidavi che stavi facendo fatica a voltare pagina. E tutto il resto a seguire, una tesi di cui non eri convinta, mille domande di borse da fare, una prospettiva di lavoro ottima che però ancora era lontana e che soprattutto in quel momento non ti dava alcun conforto. Un’ombra scura sul tuo futuro, che partiva da quella ferita, quella prima, grande ferita, di una persona dolce, sorridente, scanzonata, un po’ tra le nuvole, che non avevo mai visto in difficoltà. Pensavo che nulla avrebbe potuto scalfire quel meraviglioso sorriso, e invece era successo.

L’ultima volta che ti ho visto ero preoccupata. Non si sa mai dove e quanto forte può colpire la delusione per un amore finito senza preavviso. Un amore che finisce da una parte sola, da un giorno all’altro, senza litigi, senza incomprensioni. Semplicemente, il sentimento scompare. Mentre dall’altra parte è forte, presente, irresistibile, ancora. Dove cade il dolore per una perdita? Dove colpisce la sensazione di sentirsi inadeguati, di non essere abbastanza… di essere mancanti, per l’altro?

Non ti ho sentito più per mesi. Ieri l’altro una voce nel corridoio del mio laboratorio dice, con un accento inconfondibile: “Elena c’è?”, ed eccoti entrare, raggiante. Accanto a te un ragazzo tenero, che non smette mai di guardarti, che completa le tue frasi e che, mentre mille persone ti cercano per vederti, dice semplicemente: “organizzati come meglio credi, mi muovo di conseguenza”. Un compagno, appunto. E soprattutto, nel vedermi, mi indichi la tua pancia, più tonda, più grande del normale.

Ti ho vista felice ed entusiasta. Ma mai con questa luce. La luce della seconda volta, la luce di una possibilità riconquistata e presa al volo, con tutto il bene che può portare. La luce unica di chi ha sofferto e torna a gioire, di chi piangeva nella disperazione e ora ride, ride senza pensare, ride con il cuore. Hai voltato pagina e non solo, hai fatto un passo in avanti. Hai qualcuno che ti tiene la mano, hai una nuova vita davanti.

Non si ha la consapevolezza del primo innamoramento, della prima occasione, non c’è esperienza per una sensazione mai provata. La si acquista quando la si perde e da quel momento si fa una cosa che prima non si faceva: la si cerca di nuovo. Non cerchiamo il primo amore, accade. Ma se lo perdiamo, ci mettiamo su una strada, qualsiasi, sperando di ritrovarlo. Cercandolo tra le persone, tra le conoscenze, cercandolo nelle parole di qualcuno incontrato per caso, negli sguardi di chi abbiamo intorno. Ci immaginiamo come potrebbe essere, cercando di nascondere la paura di restare soli, soli con il desiderio di innamorarci ancora.

Non c’è niente di più bello di quando succede per la seconda volta. Perché sai cosa hai perso, sai quanto è raro, difficile, sai che hai sofferto, hai paura della solitudine. Invece no, hai attraversato la notte, ma ecco la luce. Non c’è motore più forte di una vita che riparte. Stare in piedi non è difficile, è la nostra posizione, quello che ci distingue da tanti animali. Diventa qualcosa di veramente nostro quando è una conquista, quando siamo caduti e ci dobbiamo rialzare. La forza è nel sentirsi di nuovo in piedi, in movimento, ritrovare i passi dopo la paralisi. Tornare a correre, una volta che si è provato cosa significhi sentirsi immobili.

Nasciamo tutti. Ma il vero miracolo è la rinascita. Lasciare vuota la tomba del dolore e splendere di luce nuova.

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Valigie.

19 Maggio 2013 Commenti chiusi

Vedo prima le tue valigie di te. Due trolley enormi, che occupano tre dei quattro posti del treno che hai colonizzato, sul quarto ci sei tu, rannicchiata, quasi la terza borsa, stropicciata dal viaggio, abbandonata al tuo peso. Mi siedo nel quartetto di sedili accanto, il mio zainetto scompare facilmente sotto il sedile, la giacca si appende al suo gancio, panino e bottiglia d’acqua si appoggiano sul coperchio del cestino di fronte alla finestra. Godo dello spazio comodo, del tempo sospeso di un viaggio in treno, del senso di libertà profonda che mi offre un pranzo da boy scout.

«Che servizio… Meglio di così…», la tua voce che accoglie un uomo alto, un po’ stempiato, atletico e con un fondamentale caffè in mano, con tanto di bustina di zucchero e cucchiaio di plastica.  Lui ti porge il caffè e mette uno dei trolley in alto, sedendosi al suo posto. Non sei più una borsa stropicciata, il tuo viso prende forma, gli occhi si accendono, il caffè ti scalda. È arrivato il tuo compagno, penso.

«Grazie. Non ce l’avrei mai fatta a salire su questo treno senza il tuo aiuto. Allora: hai detto che sei di Pesaro?», chiedi. E la situazione cambia. Si sono appena conosciuti e lui ti ha aiutato a salire sul treno, sistemarti, ti ha preso il caffè e ora ti accompagna. Cominciate a parlare, io mi immergo nel mio libro e vi tengo in sottofondo.

Lui vende macchine e gira l’Italia. Tu sei appena stata esclusa da un importante master di moda, hai dovuto fare le valigie, disdire l’affitto, sigillare i tuoi sogni e tornare a casa. “Magari ti è passato davanti il solito paraculato”, dice lui, difendendoti con un luogo comune, rassicurante. “Ci ho pensato anch’io sai?” rispondi, conciliante, ma sai che non è vero. Tant’è che analizzi quello che ti hanno detto, punti di forza e punti deboli, questi ultimi però decisivi. Vanno avanti gli altri.

Parlate di treni e di viaggi, e poi, quasi subito, di relazioni. Vi piacete, forse. Lui è single, un rapporto naufragato con una persona lontana. “Mai più relazioni a distanza”. E lei “No?”. Lui: no, troppo difficile. “E ora?” chiede lei. “Sono solo, non riesco a trovare nessuna. E poi alla mia età è difficile. E le donne sono tremende, a volte, peggio degli uomini”.

La tua risposta mi sbalordisce: “Vero!”. Non difendi la categoria, ti piace. E parli di una tua relazione fallita, con una persona lontana, poi squilla il telefono. “Mamma!”. Riparli di questa persona, al passato, risquilla il telefono “Mamma!” e si parla di un bambino. E gli spieghi qualcosa di un suocero, non nomini mai nessun altro, ma pronunci parole come “stabilità”.

Però insisti a chiedere di lui, e lui, non appena finisce, aspetta un tuo commento e prima di ribattere, chiedi di lei. Continuate e continuate, a dire banalità per paura di non mostrarvi in contrasto su niente, potrei cronometrare le pause, brevissime, il numero di parole, forse potrei completare io stessa i vostri discorsi, tutto è perfettamente atteso, tutto condivisibile: tutto modellato sulle aspettative altrui. Avete appena dichiarato che le relazioni a distanza sono difficili, però eccovi qua, che temete forse ancora più di dire qualcosa di sbagliato, che questa conversazione finisca, senza regalarvi una speranza, una luce. Un brivido che non provate più, da chissà quanto tempo.

Ma uno strano silenzio cala. Mancano dieci minuti alla fine del suo viaggio, tu prosegui. Tutti e due guardate fuori, il vostro tempo sta finendo. Quei cinquanta minuti di pausa dalle vostre vite, dalle delusioni, dalle relazioni finite, quel discorso che vorrebbe così tanto parlare di un’emozione nuova ha una scadenza. La scadenza della realtà. Tra poco vi separerete. Due destinazioni diverse, appennini e chilometri che vi dividono. La distanza. Silenzio, teso, come quello che precede una scelta. Il treno rallenta e nessuno osa parlare. È lui a dover scendere, non ha nemmeno una seconda occasione per rendersi utile, per appendersi alla tua realtà. Si alza, recupera il suo piccolo bagaglio. Il treno sta per fermarsi. Alla fine ti alzi quasi di scatto, lo saluti, lo ringrazi, due baci sulla guancia. Fischio delle porte che si aprono. «Posso lasciarti la mia mail?» chiede. E lei «si, dimmi». Di fretta prendi il telefono, scrivi qualcosa, impacciata, la fila per scendere si forma dietro di voi. C’è tempo per un saluto frettoloso, non c’è tempo per un ultimo sguardo, ma non serve più.

Ha afferrato l’illusione, appena prima che svanisse, travolta dalla massa di persone che deve scendere, dagli orari, dalle destinazioni e cancellata da una porta automatica che si chiude. Ha voluto darsi una possibilità. Perché davanti all’illusione di un brivido nuovo, svaniscono le impossibili relazioni a distanza, le donne difficili, gli anni che passano. E tu, che hai rimesso in valigia i tuoi sogni e stai tornando a casa, non volevi chiedere. Non volevi un secondo rifiuto. Non ti hanno voluto al lavoro, volevi qualcuno che avesse il coraggio di volerti. Su quel telefono, c’è il modo di svuotare una valigia di delusione per rifarla, andando incontro a una nuova speranza.

Scendo appena in tempo, poco dietro di lui, mi sistemo e mi avvio, lo cerco tra la gente. Il treno riparte, lui lo guarda, ti cerca? Ti vede? Ti rivedrà? In bocca al lupo, per questa ipotesi di emozione.

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