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Valigie.

19 Maggio 2013

Vedo prima le tue valigie di te. Due trolley enormi, che occupano tre dei quattro posti del treno che hai colonizzato, sul quarto ci sei tu, rannicchiata, quasi la terza borsa, stropicciata dal viaggio, abbandonata al tuo peso. Mi siedo nel quartetto di sedili accanto, il mio zainetto scompare facilmente sotto il sedile, la giacca si appende al suo gancio, panino e bottiglia d’acqua si appoggiano sul coperchio del cestino di fronte alla finestra. Godo dello spazio comodo, del tempo sospeso di un viaggio in treno, del senso di libertà profonda che mi offre un pranzo da boy scout.

«Che servizio… Meglio di così…», la tua voce che accoglie un uomo alto, un po’ stempiato, atletico e con un fondamentale caffè in mano, con tanto di bustina di zucchero e cucchiaio di plastica.  Lui ti porge il caffè e mette uno dei trolley in alto, sedendosi al suo posto. Non sei più una borsa stropicciata, il tuo viso prende forma, gli occhi si accendono, il caffè ti scalda. È arrivato il tuo compagno, penso.

«Grazie. Non ce l’avrei mai fatta a salire su questo treno senza il tuo aiuto. Allora: hai detto che sei di Pesaro?», chiedi. E la situazione cambia. Si sono appena conosciuti e lui ti ha aiutato a salire sul treno, sistemarti, ti ha preso il caffè e ora ti accompagna. Cominciate a parlare, io mi immergo nel mio libro e vi tengo in sottofondo.

Lui vende macchine e gira l’Italia. Tu sei appena stata esclusa da un importante master di moda, hai dovuto fare le valigie, disdire l’affitto, sigillare i tuoi sogni e tornare a casa. “Magari ti è passato davanti il solito paraculato”, dice lui, difendendoti con un luogo comune, rassicurante. “Ci ho pensato anch’io sai?” rispondi, conciliante, ma sai che non è vero. Tant’è che analizzi quello che ti hanno detto, punti di forza e punti deboli, questi ultimi però decisivi. Vanno avanti gli altri.

Parlate di treni e di viaggi, e poi, quasi subito, di relazioni. Vi piacete, forse. Lui è single, un rapporto naufragato con una persona lontana. “Mai più relazioni a distanza”. E lei “No?”. Lui: no, troppo difficile. “E ora?” chiede lei. “Sono solo, non riesco a trovare nessuna. E poi alla mia età è difficile. E le donne sono tremende, a volte, peggio degli uomini”.

La tua risposta mi sbalordisce: “Vero!”. Non difendi la categoria, ti piace. E parli di una tua relazione fallita, con una persona lontana, poi squilla il telefono. “Mamma!”. Riparli di questa persona, al passato, risquilla il telefono “Mamma!” e si parla di un bambino. E gli spieghi qualcosa di un suocero, non nomini mai nessun altro, ma pronunci parole come “stabilità”.

Però insisti a chiedere di lui, e lui, non appena finisce, aspetta un tuo commento e prima di ribattere, chiedi di lei. Continuate e continuate, a dire banalità per paura di non mostrarvi in contrasto su niente, potrei cronometrare le pause, brevissime, il numero di parole, forse potrei completare io stessa i vostri discorsi, tutto è perfettamente atteso, tutto condivisibile: tutto modellato sulle aspettative altrui. Avete appena dichiarato che le relazioni a distanza sono difficili, però eccovi qua, che temete forse ancora più di dire qualcosa di sbagliato, che questa conversazione finisca, senza regalarvi una speranza, una luce. Un brivido che non provate più, da chissà quanto tempo.

Ma uno strano silenzio cala. Mancano dieci minuti alla fine del suo viaggio, tu prosegui. Tutti e due guardate fuori, il vostro tempo sta finendo. Quei cinquanta minuti di pausa dalle vostre vite, dalle delusioni, dalle relazioni finite, quel discorso che vorrebbe così tanto parlare di un’emozione nuova ha una scadenza. La scadenza della realtà. Tra poco vi separerete. Due destinazioni diverse, appennini e chilometri che vi dividono. La distanza. Silenzio, teso, come quello che precede una scelta. Il treno rallenta e nessuno osa parlare. È lui a dover scendere, non ha nemmeno una seconda occasione per rendersi utile, per appendersi alla tua realtà. Si alza, recupera il suo piccolo bagaglio. Il treno sta per fermarsi. Alla fine ti alzi quasi di scatto, lo saluti, lo ringrazi, due baci sulla guancia. Fischio delle porte che si aprono. «Posso lasciarti la mia mail?» chiede. E lei «si, dimmi». Di fretta prendi il telefono, scrivi qualcosa, impacciata, la fila per scendere si forma dietro di voi. C’è tempo per un saluto frettoloso, non c’è tempo per un ultimo sguardo, ma non serve più.

Ha afferrato l’illusione, appena prima che svanisse, travolta dalla massa di persone che deve scendere, dagli orari, dalle destinazioni e cancellata da una porta automatica che si chiude. Ha voluto darsi una possibilità. Perché davanti all’illusione di un brivido nuovo, svaniscono le impossibili relazioni a distanza, le donne difficili, gli anni che passano. E tu, che hai rimesso in valigia i tuoi sogni e stai tornando a casa, non volevi chiedere. Non volevi un secondo rifiuto. Non ti hanno voluto al lavoro, volevi qualcuno che avesse il coraggio di volerti. Su quel telefono, c’è il modo di svuotare una valigia di delusione per rifarla, andando incontro a una nuova speranza.

Scendo appena in tempo, poco dietro di lui, mi sistemo e mi avvio, lo cerco tra la gente. Il treno riparte, lui lo guarda, ti cerca? Ti vede? Ti rivedrà? In bocca al lupo, per questa ipotesi di emozione.

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