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Archivio Maggio 2015

Venti volte madre. Contro natura.

27 Maggio 2015 Commenti chiusi

C’è stato un momento nella mia vita in cui avrei davvero voluto un figlio. Me lo chiedeva il mio corpo, mi mandava segnali. Circa quindici anni fa, ma la mia compagna non ne voleva sapere e io non misi davanti a tutto la maternità e continuai la mia vita di sempre. Non ci ho più pensato fino a molti anni dopo, quando, come spesso capitava, una sera mi trovai ad accompagnare a casa una ragazza che allenavo. Stava in zona pedonale, quella volta suo padre non poteva venire alla macchina e così l’ho seguita a piedi fin sotto casa sua, perché non mi fidavo a mollare una ragazzina di 17 anni in giro la sera tardi.
Fu in un momento di quella passeggiata, una accanto all’altra sul marciapiede, in cui si chiacchierò del più e del meno, che realizzai che tra me e quella adorabile bimba, brava a scuola, nello sport, simpatica e brillante, c’era la stessa differenza di età che c’è tra me e mia mamma. E che Irene sarebbe potuta essere mia figlia. E che forse a non avere una figlia come Irene, lei 17 anni, io 40, mi ero persa qualcosa.
Sono passati tre anni da quella sera. Adesso sono responsabile di un gruppo di ragazze nate tra il 2001 e il 1998. I loro genitori sono sostanzialmente miei coetanei, una mamma, più giovane di me di un anno, è addirittura già nonna.
Questo gruppo, specie le più giovani, è stato il primo da quando alleno con cui si è creata un’empatia molto forte. Soprattutto, le ragazze sono cresciute sotto i miei occhi, e pensando a quelle bimbette che avevo preso in settembre, non le riconosco più. Sono diventate adulte, delle giocatrici, delle donne. E ho vissuto per la prima volta la meraviglia di vedere delle atlete crescere, cambiare aspetto, acquistare sicurezza, appropriarsi della propria vita e della propria passione. E ancora confrontarsi, aprirsi, vedere difficoltà, superarle o forse no, ma con una consapevolezza sempre crescente, un dialogo nuovo e parole nuove. Sono diventate grandi, sono diventate forti, nel fisico, nella testa, nell’identità, nella morale.
Da allenatrice tutto questo ha significato un anno difficile all’inizio (un gruppo con delle potenzialità, ma senza una fisionomia precisa), entusiasmante alla fine. Chi a novembre arrivava sul nostro campo a dettare legge, ad aprile ha perso senza appello. Chi ci pareva irraggiungibile, adesso ci sembra semplicemente bravo. A volte chiudo gli occhi e mi tornano le immagini di alcuni spezzoni di partite. Il momento in cui una squadra fa esattamente ciò che chiedo, e al meglio, anzi, quello in cui vedo che le mie ragazze sono talmente disciplinate, intelligenti, forti da andare quasi oltre le richieste, ecco quel momento trasmette un’emozione difficile da spiegare, lascia un ricordo a cui tornare per scaldarsi il cuore.
Sul campo, il risultato ultimo è stato un terzo posto difficile da pronosticare all’inizio. Ma so già che non è questo terzo posto che ricorderò fra sei mesi e che mi rimarrà per sempre, e nemmeno la bella sensazione, provata per la prima volta quest’anno, di essere davvero stata una coach, qualcuno che a queste ragazze, quantomeno, ha indicato una strada e ha dato degli strumenti.
Ciò che ricorderò, oltre alle azioni più belle, ha a che fare con qualcosa di insopprimibile, per me che sono una donna di 43 anni di fronte a delle adolescenti, ovvero la gioia tutta materna di vedere crescere delle giovani vite. Anche se non sono figlie mie. Anche se sono gay e potrebbe sembrare innaturale. Anche se resterò senza figli e alla fine no, non ho messo la maternità davanti a tutto e fatti due conti, va benissimo così, pur ricordando sempre con un po’ di struggimento quella passeggiata con Irene.
Un anno fa erano poco più che bimbe, nane come amo chiamarle, ora sono giovani donne. Sono più alte, hanno più muscoli, usano di più il loro corpo. E sono bellissime, nel senso colto dalla fotografa Kate Parker, che ha intitolato un suo progetto Strong is the new pretty, la forza è la nuova bellezza, da cui è tratta la foto di questo post. Le mie ragazze sono fortissime e dunque bellissime. Qualcuna ha cambiato modo di vestire, altre il taglio di capelli, altre non parlavano mai e ora chiacchierano senza sosta. Qualcuna si è innamorata. Qualcuna ha capito cosa vuol dire non essere abbastanza brava per una selezione, un’altra si è resa conto del suo, immenso, talento. E io vedo la difficoltà ma anche la bellezza di tutto questo. Vedo i pericoli che correranno, vedo i successi, ragiono sul loro futuro, lo provo ad immaginare. Vorrei vedere i loro sogni realizzati, oltre lo sport. Perché le guardo come la madre che non sono, ma pur sempre come una madre, una madre contro natura, gay, e con venti figlie.
Irene oggi va all’università e guida la macchina. Gioca sempre da noi. Un giorno so che sarà lei a darmi un passaggio dalla palestra, prima o poi accadrà. E penserò di nuovo che a non essere madre mi sono persa qualcosa, il momento in cui per la prima volta sei tu, genitore, ad appoggiarti alla forza di tuo figlio, e a farti portare a casa.

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Il paesaggio più bello

6 Maggio 2015 3 commenti

Ieri correvo tra le mie montagne, in Appennino. Beh non ho corso proprio sempre: oltre i mille metri c’è ancora un po’ di neve, il percorso che faccio sale fino a 1500, quindi a volte corro, a volte cammino, a volte gattono fra la neve e a volte, semplicemente, il paesaggio è talmente bello che mi fermo a fare una foto. Sono 15 km e due ore circa d’estate, quando posso correre su buona parte del percorso, due e mezza, o forse tre in questi giorni di primavera, in cui la neve si sta sciogliendo, i prati sono viola di crochi e tra i boschi cominciano a vedersi le prime, verdissime foglie.

A correre con me porto sempre tante persone, ma vado da sola. Porto ricordi, frustrazioni, gioie, ansie, ferite e appunto, compagni e compagne immaginarie. Con cui dialogo, a cui penso, che mentre il respiro si fa un po’ più affannoso e l’aria diventa leggermente più rarefatta del normale, si distillano in un’immagine spesso lontana dai loro veri contorni. Eppure spesso questi dialoghi immaginari, a volte carichi di rancore, a volte di dolcezza, a volte semplicemente confidenze che vorrei fare e non posso, mi sembrano tra le cose più sincere che possa dire a questi inconsapevoli runners.

Ieri con me c’erano tutte le persone che mi sono piaciute, che avrei voluto avvicinare, con cui magari avrei voluto avere una relazione, quelle pochissime persone che, quando le ho incontrate, avevano un che di diverso, che erano circondate da un’aria particolare, una luce speciale nel loro volto, parole mai sentite. Ma anche, persone che, una volta passata quella che Marguerite Yourcenar chiamerebbe la ‘nube del desiderio’, sono uscite, improvvisamente, da me e dai miei pensieri.

Correvo e (ri)pensavo a come le relazioni non vissute e quelle vissute abbiano in fondo una storia simile. Viviamo un innamoramento, il nostro pensiero è spesso all’oggetto dei nostri desideri, forse tremiamo quando incrociamo il suo sguardo, forse addirittura siamo amici, ma non abbiamo il coraggio di dichiararci e viviamo l’amicizia in uno stato di perenne controllo dei sentimenti e dei gesti… ciò che l’amicizia non è, il controllo. Ma travestiamo il nostro amore da amicizia, lo ripensiamo, lo costringiamo in limiti che noi stessi, le nostre paure, o la realtà ci impongono. Ma appunto tutto questo ha una storia… Di un amore non vissuto ci si libera. Ci si lascia anche se non si è mai stati insieme. Arriva un nuovo amore, vero o desiderato, arriva la vita, arriva quel momento in cui ti svegli la mattina e ops.. non c’è più quel primo pensiero. Arriva la distanza. L’amore finisce anche quando non inizia mai, si arriva persino a quel momento in cui rivedendo la persona a cui abbiamo dedicato tanti pensieri, ci si dice: come ho potuto? esattamente come nel caso del più fastidioso degli ex.

Ieri ho portato a correre con me tutte le persone che ho amato… non posso dire amato senza essere corrisposta, piuttosto amato senza nemmeno dirglielo. Era una storia tutta mia, in solitaria come la mia corsa. Non sapevano di essere amati, come non sapevano di correre con me; ho amato, come mi piace correre, da sola. Poi, all’improvviso sul crinale mi si è aperto il panorama sul tramonto: il sole stava scendendo dietro la montagna sull’altro versante, davanti a me il sentiero innevato, a destra la pianura. Correvo verso ovest, il sole davanti a me, seguivo la sua luce e improvvisamente mi sono accorta che i miei immaginari compagni di viaggio non c’erano più. Erano rimasti indietro, fermi sulla soglia di un paesaggio selvaggio e bellissimo. Il mio paesaggio e la mia luce. Non potevano venire con me, io non mi sono fermata e loro non hanno teso un braccio per trattenermi. E quindi restate dove siete, dietro il limite del mio paesaggio più bello, io seguo il mio sentiero, gli ultimi raggi di sole, la discesa che porta alla mia casa, lo sguardo avanti, il passo veloce, la testa vigile e il cuore che batte forte. Ma solo per un fiore viola che spunta dalla neve.

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