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La panchina e la riva

30 Giugno 2015

Circa otto anni fa ho cominciato a venire a correre a Regent’s Park. Come tutti coloro che corrono sanno benissimo, ogni corsa in un posto nuovo è una scoperta, una tensione continua verso il percorso migliore, il paesaggio più bello, la distanza perfetta. Regent’s è molto grande e ci ho messo diversi anni prima di trovare il percorso che mi soddisfa davvero: sono circa 7,5-8 km.
Un giorno di molti anni fa costeggiai il boating lake, una delle scoperte fondamentali della mia corsa e quasi per caso mi girai a destra. In corrispondenza di un ponticello c’è una piccola piazzola che si affaccia sulla riva del laghetto. Sulla piazzola, una panchina. Ricordo benissimo che era il tramonto e, cosa molto rara per me, istintivamente fermai la corsa e andai verso quella panchina. Non c’era nessuno, tendo a correre la sera, quando la gente comincia ad andarsene.
Quella panchina appartata, che sembrava un posto al cinema, mi sembrava incantata e non ebbi il coraggio di sedermi. Il tramonto, la calma dell’acqua, i sensi esaltati dalla corsa, quel semplice pezzo di legno che guardava il verde e il lago, mi commossero. Non era la bellezza in sé, non solo: sentii prima di ogni altra cosa che quella panchina andava condivisa. Era una dei pochi posti al mondo dove avrei voluto portare qualcuno di speciale.
Allora non avevo nessuno con cui condividerla. Ed ancora oggi, non mi ci sono seduta.
Sai, è una delle prime cose a cui ho pensato, quando ci scrivevamo, tre anni fa. Passavo davanti a quella panchina e immaginavo di starci con te. Perché ti ho conosciuta a Londra, ti ho amata in Italia, e tu sei francese. E sognavo di portartici, un giorno. Poi i giorni, i mesi, gli anni sono passati, il mio cuore vecchio è crudele e si è spento, la mia vita si è allontanata, la mia testa, lentamente, delicatamente, è andata altrove. Ti ho spezzato il cuore, invece che portarti su quella panchina, e ho condannato il mio ad essere solo. Ma su quella panchina, su ogni panchina, bisogna vedersi in due, bisogna vedersi in viaggio accanto, mano nella mano, ci vogliono parole, gesti, energia, ci vuole forza… E non c’erano più.
Così sono di nuovo a Londra e oggi sono ripassata davanti a quella panchina, la panchina più bella del mondo. Perché è la panchina del mio cuore, dove vorrei portare una persona con cui sedermi e guardare la riva. È la panchina dove siedono i miei desideri più profondi, è l’immagine da completare, il vuoto che prende la forma di due persone sedute che guardano giocare gli scoiattoli e i gabbiani.
Ho passato i 40 ormai e so bene che non è l’età degli incontri, forse non è l’età dei sogni, ma mi piace comunque averli, mi piace dar loro forma, mi piace tradurli in un’immagine. Sono verso la seconda metà della mia vita, so cosa voglio, sono brava a stare da sola, a lottare, a resistere. Ho fatto questo fino ad ora, le cose in cui speravo non sono mai arrivate. Ma resisto, tengo duro, mi ripenso, mi ricolloco, ricomincio. Pensando però sempre a quella panchina, correndo, lavorando, scrivendo, piangendo, urlando, sapendo che da qualche parte c’è un luogo incantato, da scoprire e da raggiungere, in cui, lasciatisi tutto alle spalle, ci si può sedere, con qualcuno accanto, nel silenzio del parco, nella pace del verde, guardando le minuscole onde del lago, e ammirando quella riva dove tutti i nostri desideri sono approdati.

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