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Le papere e il gender.

12 Luglio 2015

Ho fatto una lunga passeggiata, venerdì. Uscita da Victoria and Albert Museum, volevo rivedere Hyde Park, che non è lontanissimo. Quindi sono passata dallo splendore di un museo eccezionale (da Bernini all’oreficeria medievale, da Turner ad Alexander McQueen), allo shopping di alto rango di Knighstbridge, con puntata d’obbligo da Harrods, all’improvvisa pace di un parco sterminato, in cui il traffico di Londra scompare, la gente si disperde libera sui prati, c’è un silenzio sorprendente e si deve fare attenzione solo a qualche runner o ciclista, e a paperelle e scoiattoli impertinenti.
Volevo rivedere il Serpentine Lake e così mi sono presa un gelato del mio gusto preferito e mi sono messa in riva al lago, ad ammirare questo luogo bellissimo, questa città che adoro e la meraviglia di un popolo intelligente, aperto, rispettoso dei propri doveri, orgoglioso della propria grande libertà, prima di tutto mentale e dei propri diritti. E poi piano piano mi sono allontanata da me stessa, e mi sono guardata, a 43 anni, col mio gelatino, circondata dalle paperelle e seduta col mio zaino e il sacchetto di Harrods in riva al laghetto di Hyde Park.
Com’è bello e com’è difficile, mi sono detta. Com’è bello essere qui, avere l’occasione di lavorare qui ogni tanto… No, non è vero. Mi sono detta com’è bella questa indipendenza, il tempo fra le mie mani, tante radici ma in fondo nessuna, tanti legami ma in fondo un cuore solitario. Un’estate da vivere in solitaria, le proprie ferite da guarire, i pensieri da rimettere in ordine e si, per la prima volta davvero, un futuro da scrivere, o meglio da scrivere diversamente da come è già scritto. Sta tutto a me, e in parte alle persone che ho attorno, o alle persone cui chiederò aiuto.
Com’è difficile, però. Com’è difficile sentirsi sempre un passo a lato, un passo fuori, non realmente in sintonia nel mondo del lavoro in cui sono ora, l’accademia e le sue parole vuote, nella vita perché sono una categoria a parte, donna, gay, single, over 40, ovvero il manifesto dell’invisibilità; perché non ho certezze, ed è bellissimo da un lato, ma comporta una fragilità enorme dall’altro, un continuo attentato all’identità. Ho un lavoro bellissimo ma liquido e soprattutto a scadenza quindi non sarà verosimilmente il mio lavoro, ho un’indipendenza assoluta ma non ho nemmeno confini. Non c’è un’altra persona, non c’è un ruolo nel lavoro, forse non c’è un ruolo chiaro nel mondo. Fluttuo, faccio surf su ogni categoria e su ogni ruolo, la ricercatrice che non sono, la mamma che non sono, la moglie che non sono, la compagna che non sono, la figlia che non sono come mi avrebbero voluto. Alla faccia del gender, è come se avessi tradito ogni ruolo.
Guardo da lontano questa persona in riva al laghetto, e questa persona c’è. Ha la faccia rilassata, pare godersi il panorama e il momento. E mi riavvicino, e torno in me stessa. So che sarebbe bellissimo essere qui tenendo qualcuno per mano. O portare un figlio a vedere le paperelle o mia mamma a fare una passeggiata. Eppure, consapevole di ogni tradimento e di ogni cosa, enorme, che manca, non riesco a non godere questo momento, esclusivamente mio. Mi mancano tantissime cose che vorrei, eppure è un momento di pienezza. Ho delle voragini nel cuore eppure basta questo specchio d’acqua a riempirle. Mi sento fragile, fragilissima, eppure questa calma, questa pienezza sono energia.
Energia e forza, di quando siamo soli con noi stessi e non avvertiamo al cui senso di mancanza, di perdita, di desiderio. Quando tutto ci basta, anche solo per un attimo. Davanti a questo laghetto ci sono io, nei miei confini, nella mia pienezza e nella mia forza. C’è questo attimo che svanirà presto, perché purtroppo i giorni non sono pieni di laghetti e paperelle, ma di eventi, persone, cose, che intaccano e a volte esauriscono questa forza.
Però, sono anche i momenti in cui sono, più autenticamente, io. Un momento di identità. La mia, così bella, perché mia, e così, terribilmente, difficile da accettare.

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