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Archivio Agosto 2015

Cuori cadenti

12 Agosto 2015 Commenti chiusi

cuori cadentiNelle ultime due settimane ho incontrato molte persone che non vedevo o sentivo da tempo, è stato un caso. Mi hanno raccontato della loro vita e soprattutto del loro cuore.

Così, ho visto una persona che mi è sempre apparsa sicura di sé, quasi spavalda nelle relazioni, forse per la prima volta ferita, insicura, con un velo di tristezza negli occhi e poca voglia di reagire. E sola, lei che passa sempre da una persona all’altra. Un’immagine inconsueta di lei, un’immagine distante. Ha giocato col fuoco e si è bruciata, credeva di aver cambiato per il meglio e invece… E ora la vita sembra scivolare via, sembra tardi per tutto, per una donna sveglia e intelligente di 36 anni, un bel lavoro, un po’ di soldi da spendere e la passione per i viaggi.

Un’altra si è sposata, ma senza una festa, presenti i genitori e basta: solo una firma, poi da buoni livornesi tutti al mare, un pranzo fuori ed ecco fatta la cerimonia. In pratica, un compleanno. Esistono persone così, ai miei occhi brave in tutto, che non sbagliano un colpo. Capaci di scegliere sempre per il proprio bene, di tenere in mano la vita, di dire si e soprattutto no quando serve, di evitare cerimonie inutili, visto che si convive da tanto tempo, ci sono due figlie splendide, e ciò che conta, a questo punto, sono le garanzie e i diritti. Di essermi vicino, anche se a volte non mi sento di meritarlo.

Ho rivisto un mio amico dell’università, dopo quindici anni. L’ho guardato, l’ho toccato, ho voluto capacitarmi che fosse davvero lui, non mi sembrava vero dopo tante comunicazioni immateriali, via internet e telefono. Un cuore abbandonato, il suo, dopo sei anni di relazione. Come me si è messo a vagabondare, a fare km, a pensare a viaggi. Evita i posti che gli ricordano il suo perduto amore. Sa come sta, è già stato ferito, lui, non è spavaldo, è solo un dolce omone maremmano di quasi due metri, che è riuscito a tenere in testa i pochi capelli (‘i tre peli’, come li chiamavamo) che aveva a vent’anni, che non è cambiato in niente, se non in una vaga cadenza francese nel parlare.

Ho incontrato anche il cuore felice di una persona di cui sono stata innamorata e ovviamente non le ho mai detto niente. Bellissima e serena accanto al suo compagno, premuroso e gentile, rispettoso e simpatico. Non avrebbe funzionato tra noi, lo so. Ed un giorno, non ho pensato più a te, né ci penso più. Ci piace però ricordare le cose che abbiamo fatto insieme e a volte sono contenta se dici che un po’ ti mancano. Non so se mancano a me, ma è bello averle fatte, i cinema, i concerti, le gite. Combattevamo la nostra solitudine e nel farlo, in fondo, è rimasta un’amicizia vera.

La vita, con i suoi alti e bassi, con i momenti felici e tristi, le pause e le ripartenze, lo splendore e l’oscurità, la scia luminosa che infiamma il cielo, il buio che segue subito dopo.

Non ho potuto fare a meno di parlare a tutti del mio, di cuore, di quello che ho spezzato, e ancora del mio, cadente come le stelle di questo periodo, solitario, triste, un po’ vecchiotto. Ho raccontato loro della mia storia finita, mi sono mostrata equilibrata, consapevole, ho detto loro che ho cercato di essere onesta, sincera, ho spiegato com’è brutta la sensazione di avere in mano una verità che non è la stessa che ha in mano la persona che si ha accanto, e come questa verità sia l’arma che prima o poi farà del male. A tutti ho detto che ho imparato a stare da sola già da tempo, che in fondo sto bene. Triste, sola, con tante cose che mi mancano, ma bene. Adulta, matura. Forte rispetto a chi è ferito e solo, capace di essere felice, senza sentire di mancare in qualcosa, davanti a chi ha il cuore pieno e in salute.

Ciò che non ho raccontato è la sensazione che il tempo degli incontri sia finito. Che «quel desiderio di tenerezza, quel disperato bisogno di amore» che scopre Jean-Luc, il protagonista dello splendido La preda di Irène Némirovski, rimanga inappagato e allo stesso tempo insopprimibile, nonostante le dichiarazioni di indipendenza e autonomia. La sensazione fastidiosa che la mia vita diventi davvero, e per sempre, ciò che è più probabile che mi accada di qui a qualche mese: un lavoro che non voglio, una vita non condivisa, il rancore, più che il rammarico, per ciò che non ho ottenuto. Non ho detto dell’incapacità o l’impossibilità di cambiare ciò che è scritto.

Non ho detto della paura che la scia del mio cuore si sia dissolta, che la scia della mia vita si sia dissolta contro una realtà inviolabile quanto l’atmosfera, e che il momento della luce, della fiamma e della meraviglia sia passato per sempre.

 

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