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La sera dei miracoli

17 Marzo 2016

Video importato

Non pensare ad altro. Cominciare a fare qualcosa e non riuscire ad andare avanti perché un ricordo ti blocca. Svegliarti la mattina prestissimo, dall’emozione. Rivedere ogni attimo. Come nell’incontro del primo bacio, della prima notte. Come l’ora in cui hai sentito su di te i suoi occhi, e sulla pelle il suo desiderio.
A volte il ricordo di una partita può essere intenso come quello dell’ora perfetta che hai passato per la prima volta tra le sue braccia. Occupa come la nostalgia di un amore. Rivedi ogni attimo mille volte. Vorresti tornare in quel campo, in quel momento. Non importa se per riprovare il brivido del canestro decisivo, o per cambiare quello che è stato. E’ la testa che torna li’, sulle strisce di parquet consumate dall’emozione, dalla tensione, da cuori forti che spingono gambe veloci, bimbe veloci.

Le rivedo davanti a me, che sono la loro coach. La partita migliore, nell’occasione più importante.

Tre giorni prima della partita dentro-o-fuori le mie ragazze, 16 anni, mi avevano convocata per una riunione. Chiusa in uno stanzino, circondata. Mi avevano espresso tutta la loro frustrazione per come stavano andando le cose. Un gruppo forte, solidale, con talento, che all’improvviso non si trova più. Qualche partita persa, qualche difficoltà interna, ragazze che crescono e scoprono via via la vita, l’amore, le ferite, le delusioni, e il campo da basket diventa piccino piccino. E nei primi venti minuti della riunione mi dicono tutto questo, mi chiedono cose tecniche e organizzative, mi dicono cosa non va sul campo. E io rispondo, le tranquillizzo, do ragione dove l’hanno.

Poi, il capitano mi guarda e mi dice: il problema fondamentale è di atteggiamento. Anche il tuo. Non so cosa tu abbia, non so cosa ti sia successo, ma sei cambiata. Poco tranquilla, distratta, rinunciataria. E io dico: hai ragione.

Alleno venti ragazze. Mi vedono quasi tutti i giorni, leggono i miei messaggi, Facebook, sentono tutto, registrano ogni vibrazione. Sono il loro riferimento. E non sfugge niente. Ho mentito, o meglio, non ho risposto. Non potevo dir loro che si avvicina un momento che avverto come fallimento lavorativo, non potevo dir loro che sono preoccupata per tante cose, non potevo dir loro che una persona ha frantumato il mio cuore, e il cuore è anche la sede della passione per lo sport. Sono delusa, sono ferita, sono preoccupata. E porto tutto questo con me, inevitabilmente, e inevitabilmente arriva alle ragazze. Che mi guardano e cercano risposte, sempre. E io sono altrove.

Sono uscita dalla riunione fiera delle ragazze, scontenta di me. Risposte vaghe, poca empatia con un gruppo di ragazze adorabili che si stavano aprendo a me. L’unica cosa che ho detto è stata di portare tutto quello che ci eravamo dette in quella stanza, sul campo, e dare il massimo in quella partita fondamentale.
Il giorno della partita ancora una volta non sono all’altezza. Faccio un discorso vago prima dell’inizio, le metto in campo con la testa che mi dice: per la squadra che siamo ora, è quasi impossible vincere. Otto mesi fa non ci sarebbe stata partita. Quest’anno ci abbiamo già perso in casa, ora siamo da loro, difficilissimo. Metto il quintetto migliore, anche loro: pronti – via 3-0 per loro. Poi succede qualcosa. Poi le facce cambiano, al primo canestro. Poi io cambio e comincio a urlare, ad incitarle. Sento i genitori sugli spalti che ci spingono. Quel 3-0 resterà l’unico vantaggio delle nostre avversarie. Nel primo quarto le sommergiamo di canestri, non riescono a starci dietro. Con la faccia cattiva. Con la faccia di chi vuole quella vittoria. Con la faccia di chi lotta, nonostante tutto.

Vinciamo. Siamo nelle prime quattro della nostra regione e adesso abbiamo un sogno. La fase interregionale, quell’interzona che è come un attestato di nobiltà per le squadre giovanili.

La sera dei miracoli. In cui per una volta sono state le mie ragazze ad insegnarmi cosa significhi tenere a qualcosa, io che da un po’ sembro non tenere più a niente, né a loro, né al mio lavoro, né alla mia vita e nemmeno a me stessa. Sono state loro a darmi energia, almeno per una sera, e a indicarmi una strada. Siamo qui, noi ci teniamo. E tu dove sei? Sei con noi? Andiamo insieme all’interzona?

Chiudo gli occhi e vedo le loro facce. Vedo quei canestri, vedo la loro voglia. Per qualcosa che lascerò loro, a fine anno, quando non le allenerò più, avrò ricevuto mille volte tanto.

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  1. 18 Marzo 2016 a 13:25 | #1

    Ciao ragazza, non so il tuo nome, peccato!
    Ho letto questo post e anche un altro..sulle single invisibili, scrivi molto bene anche se quel che scrivi è un po’ triste ed amaro!
    Però dato che in te ritrovo un po’ del mio modo d’essere (solo un po’ perché penso che tu rispetto a me abbia energia da vendere) scommetto anche che solitamente sei una persona solare, splendida, forte. Purtroppo i giorni “nuvolosi” capitano…ma arriva sempre il momento della riscossa e della gratitudine.
    Ecco…io ti sono grata per quel che hai scritto e che ho letto. Mi ha arricchita in qualche modo.
    Buon fine settimana
    Gemma

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