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Archivio Settembre 2016

Appennino

3 Settembre 2016 Commenti chiusi

C’è un luogo in mezzo alle montagne, tra la Toscana e l’Emilia, tra Reggio e Lucca, terra di pellegrini, di viandanti e di partigiani, terra di centrali elettriche e di cantanti, di sentieri e di cime levigate, dove si appoggiano Ligonchio, Ospitaletto, il Passo di Pradarena, e, verso la Toscana, ancora Ospitaletto e Sillano. Sopra la valle del Serchio, non lontano dalle sorgenti del Secchia, sorvegliati dalla sagoma del Gigante, il grande monte Cusna, c’è il mio giardino, c’è la mia casa, e l’unico posto dove mi sento me stessa. Qui veniva mio nonno a fare le foto, qui, con mia nonna, passava le estati e qui mi portavano da piccola, da una signora affittacamere, morta ben oltre i novant’anni, nella sua casa di pietra che sapeva di galatine e cioccolato bianco, sempre offerto ai bambini che bazzicavano la sua porta. Fino a che mio zio e un suo socio decisero di costruire un gruppo di case, una diventò dei miei genitori, una dei nonni, una della prozia. Poi la vita ha fatto il suo corso. Prima ci ha salutato la prozia, poi i miei genitori si sono separati, poi ho dovuto dire addio al nonno. E le case da tre sono diventate una, dove mia nonna ha continuato a passare le estati, dieci, anche senza il nonno. L’ultima con la badante. Aveva 91 anni, a 92 ci ha lasciato, ma non ha voluto lasciare questi luoghi. E’ ancora qui, sotto il suo adorato nocciolo, dove faceva l’uncinetto.

Sono rimasta io. C’è un momento che ricordo nitidamente: era la fine di maggio del 2008, credo, ed ero venuta quassù ad aprire la casa. Triste, ferita. Due mie amiche erano venute a trovarmi dandomi appuntamento al Passo, tre quarti d’ora a piedi da casa. Mi incamminai per tempo e risalendo la vecchia strada sterrata aperta dagli operai dell’enel alzai lo sguardo al cielo, mi sembrava di farlo per la prima volta dopo un anno bruttissimo. Era blu, con le nuvole che passavano veloci; respiravo forte, la salita mi stava stancando, e sentivo un’aria fredda e pulitissima; il sole illuminava la neve ai lati della strada e piano piano gli alberi, gli arbusti, le piante di lamponi cominciavano a cambiare aspetto e a vestirsi di primavera. In sottofondo, solo il rumore dei ruscelli, pieni per il disgelo. Un incanto di bellezza, la vita che ricomincia, la forza degli elementi; un incantesimo: c’era un sorriso sul mio volto, incontrollabile. Puoi respirare, sorridere, puoi camminare, sudare e andare avanti, qualsiasi cosa accada: me lo stavano dicendo quelle montagne. E da quel momento, di cui sarò per sempre loro grata, sono diventate le mie montagne.

Ho passato questo anno senza trovare pace. Una persona che non sa amare mi ha spezzato il cuore e ho cambiato lavoro. L’avevo portata anche quassù, illusa. E sono stati i pochi momenti felici, o meglio, di finta felicità. Perché sono qui, ora, e ho imparato che quello che ho vissuto era finto. Un falso amore. Non mi ha mai amato e forse non ama. Adesso ho capito, finalmente.

Ma una cosa mi ha insegnato questa casa: ci sto bene anche senza le persone che ho amato e che ci sono state. Anche se queste persone mi mancano. E’ più forte della nostalgia. Niente può rovinare il piacere di stare qui, perché è qualcosa di profondamente mio, esattamente come non posso concedere a nessuno di compromettere quanto di più profondo compone la mia vita. E non butto niente di quello che queste persone hanno lasciato qui, perché non fa più male e non può far male qui. Qui, ho integrato gli errori. Così, quest’anno ho aperto la casa il 28 febbraio, non l’avevo mai fatto con tanto anticipo, non ne avevo mai sentito così tanto il bisogno. La neve fuori, non c’era nessuno. Solo un velo di bianco su tutto. Da calpestare, da giocarci, da celebrare perché le stagioni cambiano, vanno avanti, perché c’è il freddo e ci sarà il caldo. Perché di per sé, questo luogo è una coperta morbidissima. E ci sono tornata e ritornata. Ogni volta che potevo, perché sapevo che ero a pezzi e solo qui potevo rimettere in fila i miei cocci e ricostruire, con calma e condiscendenza verso me stessa, una nuova me, con le ferite evidenti, i rattoppi ben in vista, ma con un’idea più chiara del passato, di ciò che è stato, di chi sono. Conosco i miei confini, adesso.

Passeggiavo per Ligonchio. Era Comune fino a poco tempo fa, ma, contando meno di mille abitanti, è stato accorpato ad altri tre per dare vita al nuovo Comune di Ventasso. Ligonchio. Le case ordinate, con i giardini in fiore. Balconi e finestre grandi, che guardano i monti, sotto tetti spioventi. Le pietre a vista e le persiane in legno, come piacciono a me, accanto a tante case in cemento armato. Il terremoto del 1920 ha distrutto tutto. Ci sono anche negozi: un rivenditore di bici e moto usate, la macelleria che forse chiude, la posta, la parrucchiera, la farmacia, e altre attività che nascono e muiono nel giro di poche stagioni. L’arredatore e il supermercato. Il nuovo resort e i due bar storici, che tutti ancora preferiamo. Un paese immobile, una vita sospesa in cui nessuno pare invecchiare, in cui tutto è com’era. Un paese che ha accolto l’opera che forse oggi sarebbe apparsa distruttiva, fatta invece quasi cento anni fa, la centrale idroelettrica che ha tagliato i fianchi delle montagne, facendo del suo grande bacino il lago del paese, in cui si può pescare, con la passeggiata attorno, e dei suoi luoghi (le ‘prese’, il ‘lago’) i nomi di riferimento dei sentieri e delle montagne. Tutto ha un confine e un ruolo. Tutto è in ordine, non ci sono più persone del necessario, le macchine sono poche. C’è silenzio, c’è la centrale, le vecchie case con l’abbeveratoio, le ville con le stradine di proprietà, la scuola elementare. Un’altra velocità rispetto al mondo. Questi sono i miei confini. La mia anima va a questa velocità.

La stessa delle passeggiate nei boschi. La calma della ricerca dei funghi, la pazienza della raccolta dei lamponi. Faccio la marmellata con le pentole di mia nonna, uso le sue posate e i suoi grembiuli con gli anni sopra, 1978, 1979, 1980… Quello del 1981 era ancora nuovo. Prima doveva “finire” gli altri, che sono sgualciti e sbiaditi, ma che non oso buttare. L’anno prossimo, forse. Ma passeggio, cammino, un passo dopo l’altro, nei sentieri che conosco a memoria, e che rifaccio ogni anno, felice di ritrovarli, felice di rivedere i compagni di sempre, il lago glaciale, i rifugi storici, le distese di mirtilli. Un rito, un passaggio obbligato, ogni anno un nuovo battesimo; ogni anno un’emozione nuova. Ogni anno sono diversa, ogni anno, qui, torno me stessa. Ci porto, quando arrivano, le persone care, gli amici, le persone che ho amato e che sono rimaste affezionate a me e quindi a queste montagne. Io sono qui. Le persone che mi amano lo sanno.

Diventerò come mia nonna. Appena arriverà la bella stagione, mi trasferirò qui. E tornerò proprio quando non potrò più farne a meno. Ma per ora, devo lavorare. Sto per cominciare il lavoro che ho sempre temuto di dover fare. Non so se sarò capace e non so se sarò pronta. Nel frattempo, mi preparo qui. Vedo me stessa e vedo la vita che ho davanti. Ancora non riesco ad immaginare come sarà, non riesco bene a capire. So solo che non vorrei andarmene da qui, ma il calendario è impetoso e mi dice che questa estate importante, lunghissima, tutta per me, sta per finire. E che sono un’altra persona rispetto a giugno: a forza di andare per sentieri, di nuotare nel mare, probabilmente mi sono rimessa sulla mia strada. Probabilmente non bella, ma lontana dalle meduse e dalle vipere. Domani partirò presto, devo salutare molti luoghi. Il rifugio Rio Re, il monte Sillano, la Lama di Mezzo, le Porraie, il Passo di Romecchio, il Rifugio Bargetana e il Battisti. E poi indietro, il lago Bargetana, il sentiero 0-0, il passo della Comunella, la strada dell’Enel, Ospitaletto. E casa. Saluterò e ringrazierò. Prometto, torno presto.

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