Pixel life.

15 Gennaio 2012 Nessun commento

Un’innegabile conquista è guardare ogni nuovo giorno, apparentemente, senza passato. Sentire il peso dell’esperienza, della vita vissuta, ma allo stesso tempo sentire che davvero è tutto, meravigliosamente, alle spalle. Così, non si ha davanti altro, che il futuro, un futuro da scrivere, il proprio futuro. Ma è il tempo, questo, di guardare il futuro con un minimo, se non di fiducia, di curiosità? E chi sono io oggi, e con che occhi guardo al mio futuro? E c’è qualcosa che cerco?

Ho la fortuna di avere un’amica cara. La sono andata a trovare per l’ultimo dell’anno. Le ho descritto un po’ le mie ultime cose, quello che ho messo a fuoco di me, quello che la mia dottoressa mi dice. “Pixels” ha detto. “Pixel life”, anzi. La mia è una concezione puntiforme della vita. Ne vedo pochissima, vedo degli elementi minimi, magari riesco a concepirne il tutto, ma ciò che realmente brilla alla mia vista e ai miei occhi sono pochi pixels. Mi sono sempre concentrata su quelli.

Sono entrata nell’anno in cui ne compierò quaranta. E sono una persona forse equilibrata, compensata, autonoma, indipendente fino all’estremo, ma infelice. Sempre a scandagliare le tenebre del fondo del mare, un fondo inesplorato, in cui si sopravvive adattandosi a condizioni impossibili. Non c’è luce? Divento fluorescente io. O mi allargo gli occhi, fino a vederla. Esistono predatori tremendi? E io mi riempio di aculei. Vivo, sopravvivo, mi adatto, ci metto tutta me stessa. Brutti mostri sul fondo del mare, ma vado avanti. Paura, sul fondo del mare, paura, tanta, di un buio indecifrabile, ma nuoto. Lontano dalla luce, dalla riva, dalla superficie, continuamente. Ho fatto di questo habitat assurdo, il mio habitat.

E in questo fondo del mare i miei pixel hanno cominciato a sbiadire. Ho investito tanto su poche cose. Tantissimo. Non ho visto altro e guardato altro. A quarant’anni, sono infelice. Matura, affidabile, principi solidissimi, ma infelice. I sogni che inseguivo non si sono realizzati. Io stessa non mi sono realizzata. E quindi, era davvero giusto ridurre lo schermo della vita a tre o quattro pixel? Non potevo guardare meglio? Quindi non solo devo guardare ad un futuro che a livello personale e, ahimè, globale, non promette niente di buono, ma devo cambiare occhi. Cambiare luce. E se non riesco a vedere un’immagine, ma solo pixel, devo seguire altri pixel.

Non credo più a quello che ho sempre perseguito, per il semplice fatto che non mi ha dato ciò che speravo. E devo sempre adeguare la mia vita al buio, abisso dopo abisso, mostro dopo mostro.

In più, il tempo passa e si capiscono le cose. Non sono mai stata una persona sociale. In altre situazioni avrei detto di no ad un’uscita come questa, ma mi ha invitato una persona carina e volevo vedere facce nuove. Otto ragazze, tre coppie. Carine, simpatiche, niente di più. Un’infinita nostalgia nel vedere le coppie ridere e scherzare, la loro intimità, il modo in cui si parlano e guardano. Allo stesso tempo, e non è la prima volta, sento tutto questo infinitamente lontano. Vedo me stessa e gli altri, vedo che non ho le parole. Vedo tutto l’abisso che mi separa dagli altri e mi pare incolmabile. Inesplorabile.

Se vi saranno solo tenebre, abissi, o magari un po’ di luce, una superficie, una riva, facilmente sarà una riva solitaria. E tutto questo mi spaventa. Avrò paura, ne ho, e ne soffrirò più di ora. Ma andrò avanti. Con un pixel spento. La solitudine del cuore è uno dei mostri più pericolosi degli abissi. Vorrà dire che la mia corazza sarà più spessa, i miei aculei più appuntiti e sarà il mio cuore a battere per due. O per mille. Batterà per tenermi in vita e per tutto l’amore che ho desiderato, non ho avuto e non avrò.

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2012.

29 Dicembre 2011 1 commento

Un anno fa avevo scritto un post in cui … descrivevo cosa sarebbe successo l’anno successivo. Un post al contrario, racconto quello che succede prima che sia successo. Un po’ come quel vecchio telefilm che cominciava con un gatto che portava al suo padrone il giornale del giorno dopo. Mi è venuto in mente e ho riguardato quello che avevo scritto. Cosa è successo e cosa no, in questo 2011? Vediamo.

 

Gennaio. Finisco un lavoro importante. E non vorrò mai più lavorare per il professore che me l’ha commissionato. Sono a dieta.

Non l’ho finito, il lavoro. Ma confermo di non volere più lavorare per il prof.

Febbraio. Lo passo quasi tutto a Londra, dove lavoro, vado in palestra, passeggio in gelide domeniche per regent’s park e mi godo primrose hill innevata. Sono a dieta.

Non c’era la neve su primrose hill. Per il resto, è andata esattamente così.

Marzo. Compio 39 anni. Con la mia squadra ci qualifichiamo ai playoff. Sono a dieta.

Esatto.

Aprile. Usciamo dai playoff. Apro la mia casa in montagna, finalmente. Recensioni dolciamare sul lavoro importante finito a gennaio. Sono a dieta.

Esatto, ma non avendo finito il lavoro, non sono uscite recensioni.

Maggio. Finisco il secondo lavoro importante. Inizia la stagione delle corse all’aperto, sono a dieta ma mi ritengo soddisfatta perché ho perso 5 kg.

Di kg ne ho persi 3. Non ho finito nemmeno il secondo lavoro. Ma corro.

Giugno. A giugno faccio una vacanza al mare da sola, all’isola del Giglio, mi riposo, sogno e scrivo.

Esatto

Luglio. Lavoro come una pazza e corro all’aperto. Nient’altro.

Esatto

Agosto. Non sto a Pisa: una settimana a Reggio e poi montagna, a lavorare sulle mie idee. Raccolgo funghi e mirtilli.

Esatto. Ma non lavoro sulle mie idee, piuttosto ho preso un lavoro impegnativo e anche lucroso.

Settembre. Alleno solo una squadra di ragazzine. Inizia una nuova stagione sportiva. Voglio cambiare lavoro.

No, faccio l’assistente allenatore a due gruppi, invece che il capo allenatore di uno.

Ottobre. Il mio mese preferito. Mi innamoro, follemente, dopo tanti anni. Ma non è una storia facile.

No. Ho incontrato una persona ma 1. non mi sono innamorata follemente 2. è fidanzata e non mi fila nemmeno di striscio

Novembre. Chiudo la casa in montagna salutando come sempre la mia nonna, che è sepolta lassù. Angoscia per la fine del mio contratto.

Esatto

Dicembre. Voglia di casa e di affetti. Finisce il mio contratto.

Forse non sarò ancora felice nel 2011.

Chiudevo così, e avevo ragione. Non sono stata felice nel 2011. Sono esistita, ho vissuto poco. Si, ho cambiato la macchina, ho fatto un concorso (perso), ho lavorato tanto, sono riuscita ad affittare bene la mia vecchia casa. Ma non sono accadute le cose importanti: lavoro e affetti. Niente è cambiato. In molte cose, però, ci ho preso, quindi riprovo: ecco il mio 2012:

Gennaio. Inizio dell’anno a Londra. Finisco il lavoro che dovevo finire un anno fa. Decisione solenne: il mio corpo cambierà per sempre. Lascio quello vecchio nel 2011. E prendo iphone.

Febbraio. Comincia il nuovo contratto. Lavoro. Alleno. Vado in palestra. Nient’altro. 

Marzo. Compio 40 anni. E non è una festa, mi segnano come non dovrebbero. Con la squadra di grandi, arriviamo prime nel nostro girone. Con le under, quinte.

Aprile. Arriviamo a un passo dalla promozione in a2. Finisce il campionato, apro la casa in montagna.

Maggio. Convegno in Slovenia. Una settimana a Roma. Mese bello e ricco. 

Giugno. Torno a sognare, da sola, all’isola del Giglio. Forse anche una decina di giorni.

Luglio.  Lavoro, tanto. E soffro per l’incertezza sul futuro. Un altro incontro senza seguito. 

Agosto. Salgo tra le mie montagne. Mi assegnano il posto a scuola, che sospendo fino a febbraio 2013. Ci sono le olimpiadi a Londra.

Settembre. Esce lavoro importante. Alleno una squadra da sola. Capisco che voglio cambiare le persone accanto a me.

Ottobre. Un concorso, che non cambia niente nell’immediato.

Novembre. Saluto le mie montagne. Vado in Inghilterra per lavoro.

Dicembre. Tante ansie per l’anno nuovo. Ma anche un corpo diverso.

 

Nel 2012 qualcosa di sostanziale cambierà. Non so cosa. Forse il mio corpo, forse me stessa. Posso cambiare le cose che dipendono da me. Rubo la citazione a Michela Marzano: ”Nell’attesa un rimedio: non aspettarti nulla, se non da te stessa” (Simone Weil). Non c’è proposito migliore, per questo 2012.

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Buon Natale

24 Dicembre 2011 1 commento

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La mia canzone di Natale preferita… è di Joni Mitchell, dall’album Blue. Questa è forse la miglior cover che abbia mai sentito, di Sarah McLachlan; è diventata una canzone ‘natalizia’ perché i primi accordi ricordano Jingle Bells e io l’adoro per il testo, malinconico e intimo, come sono per me questi giorni. Tanti auguri a tutti!

 

It’s coming on christmas
They’re cutting down trees
They’re putting up reindeer
And singing songs of joy and peace
Oh I wish I had a river
I could skate away on
But it don’t snow here
It stays pretty green
I’m going to make a lot of money
Then I’m going to quit this crazy scene
I wish I had a river
I could skate away on
I wish I had a river so long
I would teach my feet to fly
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I made my baby cry

He tried hard to help me
You know, he put me at ease
And he loved me so naughty
Made me weak in the knees
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I’m so hard to handle
I’m selfish and I’m sad
Now I’ve gone and lost the best baby
That I ever had
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I wish I had a river so long
I would teach my feet to fly
Oh I wish I had a river
I made my baby say goodbye

It’s coming on christmas
They’re cutting down trees
They’re putting up reindeer
And singing songs of joy and peace
I wish I had a river
I could skate away on

 

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…when you’re sure you’ve had enough with this life, to hang on.

22 Dicembre 2011 Nessun commento

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… poi arrivano queste giornate, in cui fa male tutto. Basta partecipare ad un concorso che sai di perdere. Bisognerebbe andarci con la faccia di bronzo e il cuore di pietra, parlare, dare il meglio di sé e poi tornare a casa comunque contenti. Invece fa male. Perché è come vedere una riva, si, ma una riva che si allontana. Una riva dove approdano altri, la riva dei propri sogni, terra di conquista altrui. Vorresti delle parole amiche. Bastano anche via internet. Ma un’amica è in viaggio, un’altra non è collegata e la ex-con-cui-sono-rimasta-in-buoni-rapporti è con la sua nuova fiamma. Una fiamma dell’incendio che c’è stato prima, durante e dopo di me. Pensi ai colleghi che ce l’hanno fatta e fa male. Cosa ho in meno? Pensi a una vita diversa. Pensi alle persone che ti sono piaciute e sai che una non ti fila e l’altra, ora, è via con la fidanzata. Un’altra è tra le braccia del marito. E la riva si allontana. Manca infinitamente la carezza della mano di mia nonna. E fa freddo, il freddo dell’acqua che mi circonda, che mi fa paura e che combatto con tutte le mie energie perché non mi risucchi nel suo vortice. Nuoto per restare a galla e per combattere la corrente. Ma in serate come questa è tutto inutile e la riva del gabbiano si allontana.

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Dov’è la tua riva?

18 Dicembre 2011 3 commenti

“E tu? Cerchi il tuo posto nel mondo perché la tua casa natale è crollata in seguito a un sisma scatenato dalle armi dell’uomo? Che cosa speri? Dov’è la tua riva?” (Sandor Marai, Il Gabbiano).

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Fascino 2.0.

1 Dicembre 2011 Nessun commento

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Quando entro nel bar spero che ci sia tu a farmi il solito caffè. Ti ho notata subito, un viso particolarissimo, poco convenzionale, mascolino ma non troppo, su un corpo perfetto, da atleta. Per quasi due anni, non una parola, forse qualche sguardo, niente di più. Anche perché hai un anello al dito ed è probabile che il signore che serve al bar con te sia tuo marito. Poi un giorno di qualche settimana fa, cominci a parlarmi. Noti il mio taglio di capelli, mi dici che sto bene così, perché ho il viso in un certo modo..mi parli di te, mi dici che hai due figli. E mi sorridi e mi guardi negli occhi. E tutte le volte che sono tornata da te da allora, hai continuato a sorridermi e a guardarmi negli occhi. E io fuggo. Fuggo e basta, perché non c’è altro da fare. Ma penso a te, perché non posso non pensare a te e mi metto su internet. Nell’era di facebook, di google, dei database, non è difficile sapere qualcosa di te. Ed è proprio così: sei sposata con lui, hai due figlie, e si, sei anche bellissima. E mi guardi negli occhi. Tutte le volte, anche oggi, mentre mi davi il resto. Senza dirmi niente, un secondo in più del dovuto, io paralizzata.

Due clic e so qualcosa di te che ho immaginato e non mi hai detto. Potrei dire che tutto il mistero si è infranto davanti alla realtà di pagine personali in cui non si vede tutto ma abbastanza. Invece è al contrario. Perché la domanda non è più come ti chiami, quanti anni hai, in che “situazione sentimentale” sei, che fai, cosa ti piace… il mistero non è lì, oggi difficilmente è lì, per chi sa cercare e per chi fa della ricerca il suo mestiere: se metti qualcosa di te in rete, si trova. Il mistero è più profondo. Cosa c’è in quello sguardo? C’è curiosità, c’è desiderio, c’è.. c’è forse qualcosa che vorresti dirmi? Cosa ti spinge verso di me? Una possibilità immaginata, che vive solo nella tua fantasia? L’idea di un’altra vita, che hai semplicemente accantonato a causa di una sliding door?

Tornerò a prendere il caffè da te tutte le settimane, stesso giorno, stessa ora, come sempre, precisa. Dieci minuti. Sapendo alcune cose di te, che forse tu non immagini che sappia e che abbia cercato. E che tu non sai di me, primo fra tutti come mi chiamo. Ma nell’era digitale, non è quello che so di te che conta… non è quello che hai messo in rete di te, che fa la differenza. Il tuo fascino sta nel tuo sguardo. Dietro cui c’è tutto quello che non hai scritto, che non hai detto, c’è tutto ciò a cui non posso arrivare. Un mondo non detto e che traspare da quegli occhi e da quel sorriso furtivo. Un mondo che non conoscerò mai e che immaginerò io, aggiungendo tutti i dettagli che mi concederai. Non c’è alcun facebook, alcun sito di dating, alcun twitter, alcun blog, che possa dirmi quello che pensi quando mi vedi. E nemmeno tu me lo dirai mai. E il bello sta proprio qui, nel non poterlo sapere e allo stesso tempo, cercare di immaginarselo.

 

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Meditando sulla nebbia e sulla vittoria.

28 Novembre 2011 Nessun commento

 

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Alla fine abbiamo vinto noi. Siamo più forti. Da stasera siamo la squadra da battere ed è una sensazione bellissima. Dopo la partita mi è arrivato un sms della head-coach che diceva: “Lucca ha battuto Faenza 80-37. Forse avremmo fatto meglio anche noi”. Mi ha fatto sorridere, per un attimo ha immaginato la nostra squadra su un parquet di serie A/1, a fare meglio di Faenza, noi che giochiamo due categorie più sotto. Potere dell’entusiasmo.

Dopo la partita, ho preso la macchina, da sola. Sono tornata nella mia Emilia, 200 km di strada da fare, ripensando alle tante emozioni della partita. Poi come sempre, mentre si viaggia i pensieri si rincorrono e cambiano, risento la coach che è al pronto soccorso con una ragazza che si è fatta male, sento i miei, sento la fame e mi fermo in autogrill, vicino a Bologna. Il basket non mi molla, stasera. Entro e vedo delle ragazze alte sopra la media. Guardo le loro giacche: è la squadra di Cervia, di A2, che torna da Borgotaro, dove ha vinto. Poi vado a mangiare e le ragazze del self service mi parlano con il mio accento e immediatamente mi sento a casa. Ma non è solo l’accento. “Non buttare via lo scontrino, serve per il caffè”, mi dice premurosa la cassiera. E’ la gentilezza della mia terra, la premura, la simpatia, la cordialità. Un sorriso mentre si prepara uno dei mille caffè della serata.

Mi rimetto in macchina, Modena, nebbia. Sempre più fitta. In Toscana per un velo di nebbia si va nel panico. A me piace. fitta, densa, stretta, per me è come un abbraccio. E’ come sentire l’accento di casa. E fuori fa freddo, il freddo nostro, umido, che penetra fino alle ossa, impertinente. Viaggio nella nebbia, torno nella mia città per due giorni. Non penso più alla partita, penso a quanto ancora mi è restato della mia terra d’origine. Entro nel centro città e vedo le luci di Natale. Perché si monta tutto per la festa del patrono, san Prospero, il 24 novembre e non si leva più fino a Befana. Quando ero piccola, adoravo questo mese. Il freddo, la nebbia, i giorni di vacanza, Santa Lucia il 13 dicembre, che in Toscana non si festeggia, ma da noi invece si fanno i regali..

Domani ho un sacco da fare. Vado alla stessa assicurazione dove andava mio nonno; vado alla stessa banca di sempre, al circolo dove giocavo da bambina, nei negozi che preferisco, aprirò alla signora delle pulizie che è la figlia di quella che venne per la prima volta a casa nostra 39 anni fa. Sentirò il mio accento, mi chiederanno della mia famiglia…

200 km e tutto è cambiato. Ho lasciato una vita, sono tornata in un’altra. Ho lasciato il lavoro e la squadra, torno per due giorni a me stessa.

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Il significato dell’attesa.

27 Novembre 2011 Nessun commento

Domani giochiamo una partita importante. Ultima del girone di andata, noi non abbiamo mai perso, le nostre avversarie nemmeno, uniche due squadre a punteggio pieno. Domenica scorsa tre delle nostre giocatrici sono andate a spiare la squadra che incontreremo domani, mentre io e il capo-coach eravamo impegnate in una partita con la squadra under. Volevano guardare in faccia la realtà, volevano capire quanto sono forti, cosa possiamo fare per batterle. L’attesa per la partita di domani è cominciata una settimana fa. Obiettivo: loro. Non conta nulla arrivare prime al girone di andata in realtà, conterà essere prime alla fine di marzo, ma vincere domani serve per una questione di identità: loro sono un gruppo consolidato, esperto, moralmente forte, tutte ragazze originarie del luogo. Noi, siamo una squadra più giovane e con gente da fuori (Livorno, Arezzo, Napoli, Torino, io di Reggio Emilia), con meno identità, meno coesione, ma abbiamo più tecnica, più pedigreei. Loro sono l’etica, noi l’estetica. Loro sono i nervi, noi la classe.

La sento, questa attesa. Come quando giocavo. Posso lavorare, parlare al telefono, allenare (come oggi) la squadra under, scrivere email, ma la testa è a domani. Con l’altra coach oggi ci siamo salutate pensando solo a domani. Sono trent’anni esatti che mi dedico alla pallacanestro. Ho giocato per 26, alleno, imparo ad allenare, da 4. Sento ogni giorno di più i miei 40, la stanchezza, il retropensiero ma-chi-me-lo-fa-fare, la voglia di più tempo. Seguire due squadre, significa otto mesi l’anno impegnati, sei dei quali senza respiro, da incastrare in un lavoro pesante. Resta davvero poco.

 

Poi mi sento come oggi. Tesa, l’adrenalina alta, curiosa di vedere come andrà, impaziente. Poi una ragazza che alleno mi manda un messaggio trionfante, in cui dice a me, la coach-letterata, che ha preso 9 1/2 al tema di italiano. Poi in allenamento sento che le ragazze mi ascoltano, anche se sono l’assistente di una coach con un’esperienza infinita e un carisma che non avrò mai. Poi penso che qualcosa, di quello che lo sport mi ha dato, lo sto restituendo alle più giovani. C’è una possibilità che riesca a lasciare qualcosa a queste ragazze, non so se nel basket, nell’atteggiamento, non so in cosa, nonostante sia agli inizi, nonostante le incertezze. E a ricompensarle per l’energia che mi danno, energia che si è spenta altrove. E’ per questa possibilità che ancora riesco a tenere per sei mesi l’anno dei ritmi massacranti. E’ nel dare prima di tutto a me stessa questa possibilità, che risiede il senso di tanto impegno. E’ ancora qualcosa che mi appartiene, è parte della mia identità. Ho ancora bisogno di sentire i nervi così tesi.

Domani tocca a noi. Alla palla a due, capiremo quanto valiamo. E non vediamo l’ora di saperlo.

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Quelle come me (Alda Merini)

21 Novembre 2011 5 commenti

Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive…

Quelle come me donano l’Anima, perché un’anima da sola è come una goccia d’acqua nel deserto…

Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio di cadere a loro volta…

Quelle come me guardano avanti, anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro…

Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano, tentano  di insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo…

Quelle come me quando amano, amano per sempre…e quando smettono d’amare è solo perché piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita…

Quelle come me inseguono un sogno…quello di essere amate per ciò che sono e non per ciò che si vorrebbe fossero…

Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai, sono caduti nel dimenticatoio dell’anima…

Quelle come me vorrebbero cambiare, ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo…

Quelle come me urlano in silenzio, perché la loro voce non si confonda con le lacrime…

Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore, perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla…

Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio, non riceveranno altro che briciole…

Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso, purtroppo, fondano la loro esistenza…

Quelle come me passano innosservate, ma sono le uniche che ti ameranno davvero…

Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto…

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Le domande di D di Repubblica. Se vi diverte, fate copia/incolla.

15 Novembre 2011 2 commenti

Un furto dal blog http://menhyrblog.splinder.com.

Di cosa hai una scorta? Di candele.

Cosa ti serve per essere felice? Le montagne.

Se non qui, dove vorresti essere? Londra.

Se dovessi raccontare la tua vita da dove partiresti? Da ora. E andrei all’indietro.

Il mondo visto da qui, assomiglia a…? Qualcosa di incomprensibile e meraviglioso.

Cosa hai da dire al mondo di urgente in poche parole? Di ritornare a se stesso, alla natura, terra aria acqua fuoco.

Hai un motto, una frase che ti protegge? Perfer et obdura. Dolor hic tibi proderit olim. (Resisti, tieni duro. Un giorno questo dolore ti sarà utile)

Hai un mito, una persona che ammiri più di altre? Giulia Bongiorno e Michela Marzano.

Che cosa capisci delle donne? Niente.A partire da me stessa.

Da uno a dieci, quanto conta l’amore? L’amore vero, 9 ovvero tantissimo ma non tutto.

Il tuo oggetto più prezioso? Nessuno in particolare.

La prima cosa a cui pensi quando ti svegli la mattina? Devo dare da mangiare al micio sennò non mi si leva dalla pancia.

Il mondo si divide in…? Non si divide. E’ complesso, ma non si deve dividere mai.

Di cosa sei particolarmente fiero? Non è il momento della fierezza, in ogni caso.. della mia indipendenza e irriducibilità.

Cosa volevi fare a 13 anni? L’astrofisica e la cestista.

Se la tua vita fosse in film, chi sarebbe il regista? Ang Lee.

Una cosa che non hai mai capito delle gente? L’intolleranza.

Cos’è un tabù oggi? La solitudine.

La più grande differenza tra un adulto e un bambino? Non l’età, ma l’integrità del mondo che vivono. Quando quell’integrità si spezza, si è adulti.

Il tuo più grande errore? Infiniti.

Un posto dove non sei mai stata e vorresti andare? L’Islanda e le Far Öer.

La tua idea di perfetta felicità? Un camino acceso.

Cosa hai imparato dall’amore? Che sono senza difese.

Cosa faresti se avessi 12 ore di vita? Direi le parole che non ho mai detto a chi le ho sempre taciute.

La tua casa brucia: cosa salvi? Il micione!

Chi inviteresti alla cena dei tuoi sogni? I miei nonni, che non ci sono più.

Qualcosa che volevi e non hai avuto? La convivenza e un figlio.

Di cosa hai paura? Intolleranza e violenza.

Tre cose che ami e tre cose che odi? Sport, montagna, viaggiare. Intolleranza, infradito, esibizionismo

Il libro che vorresti abitare? Le ore (M. Cunningham).

Parole o espressioni che odi? ”Comunque”, “sicuramente” e “c’è sempre una soluzione”

L’ultima cosa che fai prima di dormire? Leggere

Il tuo rapporto con droga alcool e fumo? non fumo, non bevo, non ho mai provato nemmeno uno spinello.

Quanto conta il sesso nella vita? E’ una cosa bellissima ma non riesco a vederla separata da una relazione sentimentale. Non ha valore di per sé, almeno non per me.

Sei mai andato da uno psicanalista? Si

Il senso più importante? La vista

Come ti rilassi? Correndo, scrivendo, leggendo.

Se non facesse male con cosa ti consoleresti? Con tanto gelato! :)

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Fine di un’era.

12 Novembre 2011 Nessun commento

E’ finita un’era. Berlusconi di è dimesso. Ho 39 anni, sono elettrice da 21, la carriera di Berlusconi ne è durata 17. Non mi ricordo cosa fosse la politica prima di Berlusconi. Non so cosa accadrà domani. So che si respira aria di un nuovo inizio e che non ci si può permettere di dissiparla. In un editoriale sull’11 settembre, Gabriele Romagnoli aveva scritto:

“Quasi tutti abbiamo due vite, la seconda comincia il 12, quando rinasciamo dalle nostre macerie e facciamo della  vulnerabilità una forza”.

Berlusconi si è dimesso il 12.11.11. Simbolicamente, non poteva esserci data migliore. Quanto a me, sono nata di 11 e sono ancora nella mia prima vita. Aspetto che si chiuda, aspetto le sue dimissioni.
Aspetto il mio 12.

 

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Volevo essere una farfalla.

11 Novembre 2011 Nessun commento

Ho letto un libro sconvolgente: “Volevo essere una farfalla” di Michela Marzano, un racconto biografico di una donna, oggi 41enne, che ha vinto una lunga lotta contro l’anoressia. O meglio, contro quello che era la causa dell’anoressia: la costante negazione dei propri desideri, la vergogna di volere qualcosa, la necessità di essere perfetti per compiacere le aspettative altrui. L’anoressia è un sintomo, la manifestazione visibile di una negazione di sé, del desiderio di non “pesare” sulle aspettative altrui. Il libro è un percorso nel lato oscuro di una persona, delle persone, e ha il merito straordinario di mettere in parole l’indicibile, il vuoto, l’assenza, il buio, tutte quelle ore, quelle giornate che scorrono via nell’immobilità e nella sofferenza interiore. Per me, è stato come sentire una voce amica e, forse per la prima volta, non mi sono sentita sola in quella che è, ed è stata, la mia vicenda, che per certi versi è assolutamente identica a quella raccontata dall’autrice. Qualcuno l’ha scritto, quindi è raccontabile, è comprensibile.

Michela Marzano, in realtà, l’ho avuta vicina. L’ho incontrata qualche volta per i corridoi della Scuola Normale, ha fatto il mio stesso percorso di studi, ha due anni più di me. E’ come se, raccontandosi, avesse raccontato me, da una stanza di collegio accanto alla mia; abbiamo condiviso per qualche anno spazi, luoghi, oggetti, ma non ci siamo forse nemmeno mai salutate. E non sapevo quanto fossimo vicine. Magari nel vederla non mi ispirava nemmeno fiducia, che ne so. Quindici anni dopo, le sue parole mi hanno toccato il cuore. E ho sentito il bisogno di scriverle io, per ringraziarla di aver scritto questo libro e aver dato voce a qualcosa che si compie nel silenzio e nella solitudine, indicibile e incomunicabile.

E’ un libro che parla della vita, dal punto di vista di una persona che per anni si è negata quello che rende viva l’esistenza, i desideri, le passioni, il cibo…Per questo non importa essere o essere stati anoressici e anoressiche per ritrovarsi in queste parole. Importa avvertire la drammaticità che è insita nella bellezza di vivere, importa aver sperimentato anche la delusione, la paura, la perdita, l’assenza ed averle riconosciute come parte di sé e della propria vita, come aspetti che portiamo con noi anche quando amiamo, quando siamo felici, quando abbiamo la sensazione di volare, finalmente, come una farfalla. E’ un libro che consiglio a tutti: certe parole non vi lasceranno più.

“Imparare a vivere significa accettare l’attesa, la sospensione, l’incertezza. Integrare lentamente l’idea che, nonostante tutto, il vuoto che ci portiamo dentro non potrà mai essere del tutto colmato. Che ci sarà sempre qualcosa che ci manca. E che è proprio questa assenza che caratterizza il nostro rapporto con il tempo, con lo spazio, con l’amore” (Michela Marzano).

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Il binario vivo e quello morto.

8 Novembre 2011 1 commento

Oggi in stazione a Firenze percorrevo il binario per salire sul mio treno. Sono passata accanto a due persone che si baciavano. Teneramente, salutandosi senza fretta. Vicine. Le sorpasso e quel gesto di dolcezza, semplice, puro, mi scalda il cuore. Qualche passo dopo, realizzo che sono due donne. Nel salire sul mio vagone, mi volto a guardarle, solo per un attimo. Poi mi giro, tre gradini, scelgo un posto dove non c’è nessuno attorno. E mi prende una nostalgia senza fine.

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Homecoming

26 Ottobre 2011 Nessun commento

Questi per me sono i giorni più belli dell’anno, quelli che preparano al cambio d’orario, quando la luce si abbassa, le foglie delgi alberi cominciano a cadere e finalmente bisogna smettere i vestiti estivi per coprirsi di più. Mi piace sentire il peso degli abiti addosso, mi piace sentire che qualcosa di familiare si appoggia sulla mia pelle. Prima, ottobre era il mese della fine degli esami all’università e dell’inizio del campionato; gli ultimi weekend liberi ma anche l’adrenalina che sale. Prima. Prima che tutto cambiasse. Eppure, nonostante non ci siano più esami, partite giocate, weekend da impegnare, gite da fare, amo questi giorni, come sempre. E’ qualcosa in cui mi riconosco. Come una specie di ritorno a casa.

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Il palazzetto.

11 Ottobre 2011 Nessun commento

CSM002210“Avevo uno zio palazzetto dello sport” dice in una striscia di Peanuts la Scuola, che parla con Sally, la sorella di Charlie Brown. Ci ho pensato sabato. Sabato sono rientrata, da allenatrice, nel palazzetto dove ho giocato per dieci anni. E’ sempre nella mia città, ci giocano a pallacanestro, ma non ci tornavo almeno da cinque anni. Cinque anni in cui la mia vita è cambiata, cinque anni di sconfitte, di perdite, di tutto quello che nello sport devi dimenticare in fretta per guardare al prossimo match, ma che nella vita di tutti i giorni, in realtà, a volte lasciano un segno profondo, che per un atleta sarebbe inaccettabile. Fuori dallo sport invece, soffriamo delle nostre ferite, ma abbiamo anche più tempo per vederle riemarginarsi; nella vita di un atleta una caduta, una sconfitta, un errore seppur minino devono essere superati nel minor tempo possibile. Chi ha giocato a pallacanestro sa bene che nel momento in cui mi fermo a pensare all’ultimo tiro che ho sbagliato anche solo due secondi dopo che il ferro me l’ha buttato fuori, farò un altro errore. Un tennista se pensa un attimo di troppo al dritto che ha appena messo in rete, sbaglierà anche il successivo, magari tirandolo alle stelle. Lo sport è sbagliare e ricominciare, una, dieci, mille volte dentro una partita; e una, dieci, mille volte nell’arco di una stagione e nella vita di un atleta. Non ricordo quale calciatore di livello mondiale abbia dichiarato di non voler tirare i rigori, perché quando aveva 12 anni ne aveva sbagliato uno decisivo. Non importa se  dilettante o  professionista da nazionale di calcio, lo sportivo sa quanto sia importante avere la mente libera quando si scende in campo: se a proposito di rigori, c’è ancora dentro di te un ragazzino che piange per il suo errore di secoli prima, meglio lasciare ad altri.

La mente libera prima, le emozioni che via via riempiono un palazzetto in un allenamento, in una partita e poi devono necessariamente resettarsi al momento di tornarci. Quando giocavo, non sopportavo tornare sul parquet nel primo allenamento dopo una sconfitta: ogni striscia di legno era piena dei miei errori, dei canestri presi dalla mia avversaria, dei falli stupidi, dei tiri sbagliati. Poi l’allenamento cominciava, e tutto svaniva: nuovi errori e nuovi canestri su quelle strisce di parquet, nuove emozioni e la concentrazione che tornava e cancellava tutto. Come persona, non riesco tanto a ricucire le mie ferite, forse accetto meglio gli errori e tante cose, con gli anni, sono state superate. Mi ha fatto piacere vedere come, in questi anni, tornare in luoghi che erano stati importanti nella mia vita precedente non mi abbia dato fastidio: sono riuscita a guardarli con occhi nuovi e a viverli per la persona che sono adesso. In un certo senso ne vado fiera.

Ma quel palazzetto, no. Appena ci sono entrata, ho capito che era un’altra cosa. C’è qualcosa del mio passato ancora vivo e sono le tante partite su quel parquet. L’ora della partita è rimasta la stessa, quindi c’erano gli stessi tempi e la stessa luce. Mentre seguivo la mia squadra nel riscaldamento, nella metà campo degli ospiti, mi ricordavo i mille riscaldamenti che avevo fatto dall’altra parte, sperando che il sole si abbassasse, perché, allora come adesso, in ottobre c’è una luce molto fastidiosa prima del tramonto. Ricordavo le compagne, le tante persone con cui ho condiviso quegli anni; ogni striscia di parquet conserva ancora tutte le emozioni che ho provato e che ho seppellito lì, e che ora possono di nuovo uscire perché non ho un’altra partita da giocare.

Sogno spesso di uccidere, in questi giorni. Sogno la morte degli altri, sogno di essere io a provocarla. Ma fortunatamente la realtà è che voglio uccidere qualcosa, piuttosto che qualcuno, è la mia testa che mi interpreta come una serial killer… che si occupa di errori, di rabbia, di pensieri che vorrei che non mi toccassero più. Vorrei che fossero come i canestri sbagliati e i dritti in rete, da dimenticare, per guardare con la testa libera all’azione successiva. Eppure ogni sportivo sa, che bisogna dimenticare anche le belle azioni, perché è vero che danno fiducia, ma non si può mai pensare che si possano ripetere solo perché sono riuscite bene una volta. E anch’io insieme alle cose brutte, cancello quelle belle, via via, così non mi perdo nella nostalgia e riesco a guardare avanti. O almeno, la mia testa ha deciso di fare così. Ma il palazzetto no. Non sarà mai un luogo come gli altri, come sono diventati tanti luoghi del mio passato. In quel palazzetto c’è una parte della mia vita che non può essere resettata, né cancellata. In quel palazzetto c’è tanto di me, come nella mia casa in montagna, come nel percorso che faccio sempre quando vado a correre nella mia città natale in Emilia. Lì ci sono ancora io, c’è qualcosa di primordiale e così intimamente mio che nemmeno la ferocia della mia memoria può cancellare.

La mia squadra di oggi ha battuto la mia vecchia squadra, fatta ancora di tante ex compagne, di un ex allenatore. Il campo dice anche un’altra cosa. Sono altrove, la maglia delle mie ragazze di oggi ha un colore diverso dalla mia di tanti anni fa. Sono una persona diversa. Sono una persona che mentre vince sul campo perde, e ha perso tantissimo, rispetto alla giovane universitaria che non vedeva l’ora di chiudere i libri e entrare in quel palazzetto. Nel perdere tanto, nel perdere tanto di me stessa, so però anche dove qualcosa di me resta. E sono quelle strisce di parquet, quegli spogliatoi, quelle panchine. Un vecchio palazzetto dello sport.

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