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Volevo essere una farfalla.

11 Novembre 2011 Commenti chiusi

Ho letto un libro sconvolgente: “Volevo essere una farfalla” di Michela Marzano, un racconto biografico di una donna, oggi 41enne, che ha vinto una lunga lotta contro l’anoressia. O meglio, contro quello che era la causa dell’anoressia: la costante negazione dei propri desideri, la vergogna di volere qualcosa, la necessità di essere perfetti per compiacere le aspettative altrui. L’anoressia è un sintomo, la manifestazione visibile di una negazione di sé, del desiderio di non “pesare” sulle aspettative altrui. Il libro è un percorso nel lato oscuro di una persona, delle persone, e ha il merito straordinario di mettere in parole l’indicibile, il vuoto, l’assenza, il buio, tutte quelle ore, quelle giornate che scorrono via nell’immobilità e nella sofferenza interiore. Per me, è stato come sentire una voce amica e, forse per la prima volta, non mi sono sentita sola in quella che è, ed è stata, la mia vicenda, che per certi versi è assolutamente identica a quella raccontata dall’autrice. Qualcuno l’ha scritto, quindi è raccontabile, è comprensibile.

Michela Marzano, in realtà, l’ho avuta vicina. L’ho incontrata qualche volta per i corridoi della Scuola Normale, ha fatto il mio stesso percorso di studi, ha due anni più di me. E’ come se, raccontandosi, avesse raccontato me, da una stanza di collegio accanto alla mia; abbiamo condiviso per qualche anno spazi, luoghi, oggetti, ma non ci siamo forse nemmeno mai salutate. E non sapevo quanto fossimo vicine. Magari nel vederla non mi ispirava nemmeno fiducia, che ne so. Quindici anni dopo, le sue parole mi hanno toccato il cuore. E ho sentito il bisogno di scriverle io, per ringraziarla di aver scritto questo libro e aver dato voce a qualcosa che si compie nel silenzio e nella solitudine, indicibile e incomunicabile.

E’ un libro che parla della vita, dal punto di vista di una persona che per anni si è negata quello che rende viva l’esistenza, i desideri, le passioni, il cibo…Per questo non importa essere o essere stati anoressici e anoressiche per ritrovarsi in queste parole. Importa avvertire la drammaticità che è insita nella bellezza di vivere, importa aver sperimentato anche la delusione, la paura, la perdita, l’assenza ed averle riconosciute come parte di sé e della propria vita, come aspetti che portiamo con noi anche quando amiamo, quando siamo felici, quando abbiamo la sensazione di volare, finalmente, come una farfalla. E’ un libro che consiglio a tutti: certe parole non vi lasceranno più.

“Imparare a vivere significa accettare l’attesa, la sospensione, l’incertezza. Integrare lentamente l’idea che, nonostante tutto, il vuoto che ci portiamo dentro non potrà mai essere del tutto colmato. Che ci sarà sempre qualcosa che ci manca. E che è proprio questa assenza che caratterizza il nostro rapporto con il tempo, con lo spazio, con l’amore” (Michela Marzano).

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