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Archivio per la categoria ‘Musica’

Buon Natale

24 Dicembre 2011 1 commento

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La mia canzone di Natale preferita… è di Joni Mitchell, dall’album Blue. Questa è forse la miglior cover che abbia mai sentito, di Sarah McLachlan; è diventata una canzone ‘natalizia’ perché i primi accordi ricordano Jingle Bells e io l’adoro per il testo, malinconico e intimo, come sono per me questi giorni. Tanti auguri a tutti!

 

It’s coming on christmas
They’re cutting down trees
They’re putting up reindeer
And singing songs of joy and peace
Oh I wish I had a river
I could skate away on
But it don’t snow here
It stays pretty green
I’m going to make a lot of money
Then I’m going to quit this crazy scene
I wish I had a river
I could skate away on
I wish I had a river so long
I would teach my feet to fly
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I made my baby cry

He tried hard to help me
You know, he put me at ease
And he loved me so naughty
Made me weak in the knees
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I’m so hard to handle
I’m selfish and I’m sad
Now I’ve gone and lost the best baby
That I ever had
Oh I wish I had a river
I could skate away on
I wish I had a river so long
I would teach my feet to fly
Oh I wish I had a river
I made my baby say goodbye

It’s coming on christmas
They’re cutting down trees
They’re putting up reindeer
And singing songs of joy and peace
I wish I had a river
I could skate away on

 

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Per il giorno della memoria: il passo dei Tauri

27 Gennaio 2007 12 commenti


Questa estate sono stata in Valle Aurina. Ricordare quei giorni in questo momento mi è difficile, penso a come possano cambiare le cose in poco tempo, a quanto siano labili i nostri legami, nonostante si faccia di tutto per renderli forti e invincibili. E invece si allentano, si spezzano, si ingarbugliano. Ma quella domenica era un giorno felice, che ricorderò come uno dei più belli che ho avuto la fortuna di passare. Era anche il giorno della finale dei mondiali. Di buon mattino, siamo partite dalla casa che avevamo in affitto a Casere, ultimo paesino della Valle: poi si alzano i monti, al di là dei quali c’è l’Austria. Avevamo in mente un lunghissimo itinerario: passo dei Tauri con sguardo all’Austria, poi passeggaita sull’Alta Via, fino alle pendici della Vetta d’Italia; da lì di nuovo per l’Alta Via tappa ad un rifugio, e rientro, totale circa 8 ore, in tempo per la doccia e per la partita. L’unico contrattempo è stato sotto la Vetta d’Italia: non siamo salite, c’era nebbia, neve e non potevamo raggiungere un gruppo di escursionisti, troppo avanti a noi per fare la strada insieme. Per il resto, giro bellissimo, l’Italia ha vinto i mondiali, tutto perfetto.

Non posso dimenticare quel giorno d’amore.

La salita per il sentiero dei Tauri (Taurenweg) fino al passo è bellissima. Forse eravamo allenate, essendo l’ultimo giorno, ma ci pareva alla fine facile, non ripidissima e regolare. E’ un sentiero antichissimo, usato da secoli da pastori, minatori, soldati. Ci volevano, da Casere, circa un paio d’ore. Senza troppa fatica siamo arrivate in cima. Un grande crocifisso, un panorama difficile da decifrare per la nebbia, poi, via via che le nuvole passavano, ecco in Austria, un lago alpino splendido, uno specchio d’acqua in mezzo alle vette che rifletteva le nubi, il sentiero che scende verso valle, colori decisi, un freddo pungente, siamo oltre i 2500 metri. Su una roccia, c’erano delle lapidi. Persone che avevano perso la vita proprio su quel passo. Per un’improvvisa bufera di neve, in agosto di cento anni prima, per incidenti diversi. E poi c’era la lapide che vedete. Da lì erano passati tanti ebrei nel 1947. Quello che per noi adesso è un magnifico sentiero per un’escursione, per tanti uomini significava speranza. Ho pensato per un attimo a cosa ne sia stato, di loro, uno per uno. Mi pareva di calpestare le loro orme. Cercavano salvezza, cercavano una patria. Non dobbiamo dimenticare mai cosa è successo, non dobbiamo mai pensare che la cosa non ci abbia riguardato, che l’orrore sia stato solo tedesco. C’eravamo anche noi. Marzabotto ha avuto finalmente giustizia. Tutte le altre stragi che non hanno nome né luogo non resteranno impunite solo se noi non dimentichiamo.

Non bisogna mai dimenticare quegli anni di odio.

Sul velo

25 Ottobre 2006 33 commenti


Non ci salto fuori. Continuo a pensarci. Ebbene sì, continuo a pensare alla questione della proposta di vietare alle donne islamiche di portare il velo. Dovremmo vietarlo o no? Spero di chiarirmi un po’ le idee scrivendone e leggendo i vostri commenti.
La parola “velo” in italiano corrisponde a diverse realtà, prima di tutto. Forse una distinzione potrebbe essere fatta tra il velo che copre tutto il corpo e soprattutto il viso (come per esempio il burqa afgano e il niqab dell’arabia saudita – quello più diffuso, credo), e quello che invece copre i capelli e lascia scoperto il volto.
Nel primo caso, mi pare di aver capito che una legge in Italia ci sia già: non si può andare in giro a volto coperto e a questo proposito io sarei semplicemente per far rispettare la legge, esattamente come la rispettiamo noi quando, andando in Iran, dobbiamo indossare il chador. E’ una legge dello stato, uguale per tutti.
E’ il secondo caso che mi tormenta. Istintivamente sarei per non vietarlo. Che ogni donna sia libera di indossare il simbolo della religione cui appartiene. Il velo ha a che fare con un’identità che non deve essere stravolta. In secondo luogo, non mi fido. Non credo che una proposta del genere abbia come fine ultimo di facilitare l’integrazione (cosa sulla quale tornerò), ma temo che celi nient’altro che un fastidio nei confronti delle diversità. Vedere una donna col velo, per molti è qualcosa che disturba. Non siamo un popolo tollerante, siamo un popolo che teme le differenze; i politici che ci rappresentano non sono diversi da noi. Il velo è quasi un’indecenza, evoca una cultura diversa, una religione (aiuto! aiuto!) diversa, evoca il terrorismo, evoca Bin Laden e l’11/9. Vietarlo scarnifica una cultura, allontana le paure. Oppure aiuta a non percepire gli islamici come diversi?

E se la proposta fosse fatta in buona fede? In fondo, anche in Inghilterra, paese orgogliosissimo del suo multiculturalismo, c’è stata una proposta analoga. Molti giornali hanno riportato che ad una hostess della British Airways è stato fatto togliere un crocifisso che aveva al collo. Par condicio. Infatti, c’è una sola proposta che mi vedrebbe d’accordo, non tanto nel merito quanto nel principio: vietare tutti i simboli religiosi. Via i crocifissi dal collo, via il velo alle donne islamiche. Improponibile, e forse ingiusto (ma perché ci devono essere i crocifissi nelle aule delle scuole, in effetti?).

Il punto è che il velo non è solo un simbolo religioso, lo sanno tutti. E’ il simbolo della sottomissione della donna, è simbolo di diritti che non ci sono. Vietarlo darebbe un duplice messaggio: non ci sarebbero segni evidenti di diversità (e questo purtroppo conta molto), ‘costringerebbe’ gli uomini della famiglie islamiche ad accettare che le donne escano senza il velo. Forse aiuterebbe l’integrazione non solo delle famiglie straniere nel nostro Paese, ma anche delle donne all’interno del loro nucleo familiare. Sarebbe come far valere quella che è una delle nostre innegabili forze, un maggior riconoscimento dei diritti delle donne. Faremmo valere un modello sociale più avanzato. Abbiamo il diritto di imporlo? O semmai, abbiamo il dovere di imporlo, in questa forma, senza esercito, senza bombe, solo con le nostre leggi?

Non lo so. In un mondo perfetto, una donna islamica sceglierebbe autonomamente se mettere il velo o no e, se vivesse in un paese straniero, nessuno farebbe caso a come è vestita. Vivessi in questo mondo perfetto, potrei liberamente dire quello che penso, ovvero che una donna velata non perde nulla del suo fascino, anzi. Ma questo mondo non esiste. Non posso dire che una donna velata è bellissima, perché forse porta addosso un’ingiustizia enorme. Non posso sperare che l’abbia scelto, il suo velo. Non posso sperare che non faccia differenza, per noi, se lo porta o no.

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La notte dei ricercatori

28 Settembre 2006 11 commenti


Cosa accomuna un ricercatore universitario ad un bracciante agricolo? Non siete mal capitati/e in un programma televisivo a quiz che va tanto di moda al giorno d’oggi. Pensateci. Intanto, mentre voi pensate, scrivo due righe sul lavoro precario.
Quando pensiamo al lavoro precario, spesso pensiamo ai lavoratori che svolgono lavori manuali: ai braccianti agricoli sfruttati dai padroni che lavorano ore e ore nei campi per percepire uno stipendio da fame. Oppure pensiamo ai giovani apprendisti impiegati in imprese edili che per portare a casa la cosiddetta pagnotta devono versare tanto sudore per un pugno di euro.
Chissà perché quando si pensa al lavoro precario troppo poco spesso si pensa al lavoro intellettuale. Chi non ha mai sentito parlare di fuga di cervelli all’estero alzi la mano!
Dopo le varie notti bianche e la notte della civetta, la notte della taranta è approda la notte dei ricercatori. Perché nel mare del precariato sono approdati anche loro. I cosiddetti ricercatori, i quali, oltre a svolgere ricerche nel campo del loro sapere, spesso e volentieri sono affidati veri e propri corsi di laurea nelle varie facoltà. Bando alle ciancie, tutto questo per dire che lo scorso venerdì, venerdì notte, in alcune città italiane, non è stata una notte come tante. Non è stata una notte con lezioni boriose in piazza, ma una notte ripiena di tutto e di più. E chi ha avuto il piacere di partecipare ne avrà viste di certo delle belle. Non mi credete? Visitate questo sito:http://www.nottedellaricerca.eu/

E buona notte!

Dimenticavo: la notte dei ricercatori è stata promossa e co-finanziata dalla Commissione europea e si è svolta in contemporanea, il 22 settembre 2006 in 20 Paesi dell’Unione europea.

Riferimenti: La notte della ricerca

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Giaguara a chi? Momento di autocritica.

21 Maggio 2006 35 commenti


Ieri sera ho imparato una cosa: sono giaguara. Diciamo meglio, che ieri sera mi è toccato fare una rassegna di tutte le giaguare che io e il mio occasionale interlocutore potevamo conoscere. Che peccato. Il ragazzo, piuttosto sveglio e intelligente, mi è caduto sulle giaguare. “Lei è giaguara?”. “E lui?”. E io e la mia metà, imbarazzate abbastanza, a rispondere “Si”, “No”, “Non si sa” cercando di fare mente locale su tante persone che conoscevamo solo per nome, di cui immancabilmente ci venivano chieste le preferenze sessuali. Il fidanzato del tipo in questione non sembrava gradire molto quando il discorso si spostava sui maschietti, naturalmente. Noi due giaguare invece eravamo un po’ infastidite dal fatto di avere, davanti a noi, non una coppia di ragazzi gay, ma qualcosa di più e di peggio: lo stereotipo esatto dei gay, in questo caso maschi, che sconfina nella caricatura. Tutto ciò che io, nella mia piccola esistenza di giaguara, cerco di combattere.
Ostentazione. Effeminatezza studiata. Due Platinette senza trucco. Un’identità insomma costruita secondo il luogo comune di come un omosessuale dovrebbe gesticolare, parlare, muoversi. Tant’è che, quando con lo stesso interlocutore, mi sono trovata per un nanosecondo a parlare di cose serie, tutto è cambiato: voce ferma, atteggiamento argomentativo, gesticolazione controllata, e soprattutto un’intelligenza vivace, una certa maturità, che poco o nulla si adattava al suo comportamento per come l’avevo visto fin lì.

La mia giaguara sostiene, a ragione, che si tratta di una reazione ad un disagio. I due ragazzi (uno 28 anni, l’altro più giovane) si comportavano così perché fuori da “aree protette” come quella di ieri sera – ahimè si, una seratona con 10 persone di cui purtroppo solo due non erano giaguare – c’è Ruini, c’è il lavoro, c’è la società, ci sono insomma ancora un sacco di situazioni da cui ci si deve proteggere. E ci si sfoga quando si può, quindi ogni parola, ogni gesto tende a sottolineare con forza una condizione che in molte altre situazioni non è vissuta con serenità. E’ comprensibile. In una recente puntata delle Iene, se non erro, c’erano delle interviste a dei gigolò. Uno di essi, diceva che la sua clientela era quasi esclusivamente maschile. In Italia, si trattava di uomini in genere sposati. In Inghilterra, omosessuali “dichiarati”. Non bisogna essere grandi sociologi per capire che in Italia ancora si avverte il bisogno di una facciata accettabile (per poi cercare i gigolò), mentre in Inghilterra evidentemente no.

Tutto questo è verissimo. Eppure mi chiedo a quale grado di maturità siamo per chiedere diritti, quando vedo dei ragazzi giovani guardare ancora ad un modello di comportamento stereotipato, piuttosto che alla realtà dei rapporti interpersonali. Non credo che si possa generalizzare: ho conosciuto tanti ragazzi e ragazze che vivono la propria relazione senza bisogno di atteggiarsi nel primo caso a checche isteriche, nel secondo a camionisti navigati. Per carità. E poi, fondamentalmente, ognuno deve comportarsi come meglio crede, non voglio fare la bacchettona al contrario. Però ieri sera per un attimo mi sono vista dal di fuori. Ed ho visto una serata in cui erano presenti quasi esclusivamente dei gay, in cui si parlava quasi esclusivamente di gay, in cui ci si comportava quasi esclusivamente da gay che più gay non si può e mi sono detta: vogliamo diritti perché, pur nella diversità, la società ci riconosca. Bene. Ma continuare a chiudersi nella propria nicchia, facendo una vita che procede per luoghi “dedicati” (per le giaguare nell’ordine: la serata tra gay, il locale per gay, il calcetto – notoriamente uno sport particolarmente gradito a noi feline – e via di seguito), non è andare in direzione opposta? Ostentare la diversità, quasi in opposizione a una “normalità”, conoscere una persona e chiedersi prima di tutto se è gay o etero, non è alzare delle barriere invece di toglierle?
A “Porta a porta” qualche sera fa Bertinotti diceva delle cose di straordinaria profondità, in merito al rifiuto cattolico dei pacs. Diceva che il Papa teme in una secolarizzazione della società e dei suoi valori. Una società retta dai valori del consumismo è una società che non piace nemmeno a Bertinotti. Ma nel caso dei pacs, diceva, non si tratta di consumismo. Si tratta di sentimenti, legami, valori umani, ai quali la Chiesa stessa non dovrebbe restare insensibile. L’avrei sposato, ‘fanculo la giaguara. Credo che non siano solo i cattolici a dovergli dare retta, ma anche noi guiaguarotti e giaguarotte. Chiediamo alla società e anche alla Chiesa di riflettere sull’essenza e sul significato profondo dei nostri legami perché si arrivi a non distinguerne le manifestazioni. Prima di tutto, abbiamo noi riflettuto su quel valore? Essere la caricatura di noi stessi non è piuttosto chiudere la porta che ci conduce alla società, mentre tutto ciò che vorremmo è spalancarla?

In tutto questo non sapevo di essere giaguara. Sapevo di essere (cu)gina. Esistono i gini e le gine. Qualcuno dice anche le “lelle”, più o meno sorelle. Ci sono anche dei gradi. Si può essere anche solo “un po’ gina”. Se lo si diventerà davvero, solo il tempo lo dirà.

Donatella

5 Gennaio 2006 12 commenti

Il volto di Donatella matura dovrebbe rimanere impresso nelle coscienze di tutti. Una donna che a diciassette anni viene torturata per una notte con calci, pugni, sprangate, mentre deve vedere la sua amica Rosaria sanguinante venire trascinata da tre bestie, mentre implora pietà, e sentire le sue urla terribili soffocare nell’acqua, e nonostante tutto ha la lucidità di capire come fare a salvarsi, ovvero fingersi morta, ma l’orrore non finisce mai e quindi rimane chiusa in un bagagliaio avvolta in un sacco accanto al cadavere dell’amica, prima di venire ritrovata in condizioni raccapriccianti. Una donna che non si sa come riesce a ritrovare una specie di vita, una dignità fortissima, una tenacia senza fine, e chiede sempre giustizia, ma ancora deve vedere che uno dei suoi torturatori riesce ad evadere più volte dal carcere prima di essere definitivamente preso, e non basta, perché un altro non si riesce mai a trovare, ed il terzo, oh, il terzo non si sa come addirittura lavora in una comunità di recupero, lui…
Chiedeva giustizia, Donatella, ma quel terzo uomo, che lavora in una comunità di recupero, lui, riesce ancora ad uccidere due donne, ancora, perché poteva muoversi quasi liberamente, quella bestia, e l’altro, quello che non si trova, quello che è scappato subito, che nessuno ha mai cercato davvero, visto che riceveva soldi da casa, è morto, semplicemente morto sotto falso nome. Lei si ribella, dice che non è vero, lo urla anche davanti all’evidenza, forse sperando che sia vivo, e che qualcuno lo catturi, perché una morte così non è giustizia. Donatella forse voleva oltre che la giustizia anche un’altra cosa, una sola parola di rimorso da parte di quei tre, e non l’ha avuta. Anzi, ha avuto da parte di fin troppi organi di stampa una sorta di revisionismo della violenza: la sua storia tremenda viene inquadrata in un periodo di violenze, comunisti e fascisti, rosso contro nero, come se fosse un episodio appartenente ad un periodo storico dove cose come queste in fondo erano all’ordine del giorno, quindi un po’ più lontane da ora, un po’ meno vere, un po’ meno dolorose. Lei chiede giustizia, chiede rimorso e comprensione, continua a parlare perché sa che non è così, sa che i comunisti e i fascisti non c’entrano, c’è solo la violenza, senza tempo, senza storia, senza luoghi privilegiati, sa che tentare di inquadrare quello che è successo in un momento storico, o attribuirlo solo alla follia di tre persone, significa isolarlo, significa non capire, significa, anche quando episodi di abusi sulle donne si ripetono quotidianamente, piano piano dimenticarlo, giorno dopo giorno, anno dopo anno…
Donatella ora non c’è più. Il destino ha voluto che una vita già straziata da tre uomini, e da una giustizia che questa volta davvero non è stata giusta, fosse spazzata via come tante altre, dalla malattia. Nella sua grande dignità, forse l’avrà interpretato come un segno di normalità. Lo spero. Come spero che, ora che non c’è più la sua voce, la memoria di questa donna rimanga viva, per ricordare a tutti che non bisogna mai smettere di chiedere giustizia, di cercare la verità, di lottare per la propria dignità: è forse l’unico modo per combattere i tanti circei che purtroppo ancora ci saranno, senza spiegazioni politiche, senza elucubrazioni storiche, senza neoqualcosa, senza un perché.
Riferimenti: La notizia

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Figli "di fatto", genitori "di fatto"

16 Dicembre 2005 2 commenti

Non credevo che i dati fossero di queste dimensioni. In Italia, è notizia di oggi, ci sono centomila bambini che hanno genitori gay. Il 20,5% delle lesbiche, e il 17,7% dei gay over 40 ha almeno un figlio. La percentuale scende considerando il totale degli intervistati, circa diecimila persone, al 4,9% (di cui 4,7 madre biologica) e al 5% (4,7 padre biologico) rispettivamente. Un gay su venti. I risultati della ricerca saranno esposti domani a Firenze nel convegno “Essere lesbiche, gay e bisessuali oggi in Italia”, organizzato da MODI DI (ore 8.30, Palazzo dei Congressi, Piazza Adua 1). Si tratta della più ampia indagine mai condotta sulla popolazione omo e bisessuale in Italia.
La ricerca mette in evidenza altre situazioni, tra cui forse la più significativa è questa: solo il 15% degli intervistati ha fatto coming out, che secondo me è una percentuale ancora molto bassa (ancora il 5% non ne ha mai parlato con nessuno), rivelatrice di una tendenza a vivere la propria condizione in segretezza, o semisegretezza. Nell’ordine, è più difficile parlarne al lavoro e in famiglia, meno invece tra amici. Allo stesso tempo, è evidente che è diffusa la percezione di una società ostile o comunque non pronta ad accettare la propria condizione, tanto che sono temute conseguenze nell’ambiente di lavoro.
A questo punto mi chiedo, tornando ai genitori: è possibile ignorare ancora a lungo queste situazioni? Probabilmente l’alta percentuale di persone over 40 con figli può essere risultato più di un passato etero, che non di un figlio avuto per inseminazione (naturalmente fuori dal nostro Paese), ma in ogni caso una qualche garanzia questi giovani ed i loro genitori, biologici e non, la dovranno pur avere, o no? Mi sarebbe piaciuto, per potermi fare un’idea migliore, che ci fosse stata anche un’indagine proprio sui figli: non sappiamo appunto se i figli di cui si parla sono nati da relazioni etero, o da inseminazione, e in che percentuale; nel primo caso, a chi dei due genitori biologici è stato affidato il figlio; e, soprattutto, come stanno questi ragazzi, e quale percezione hanno della propria famiglia etc. Non so se queste ricerche esistano per l’Italia, forse no, e spero che intanto questa indagine sui genitori possa aprire la strada anche ad altri approfondimenti di questo tipo. I dati però sono davvero impressionanti.
Forse lo sono ancora di più, perché mi pare che in pochissimi dibattiti sull’argomento dei diritti per i gay si sia affrontato questo tema. Ed ho paura che il motivo sia che aprire una discussione sui diritti dei figli “di fatto”, ovvero nati da relazioni eterosessuali, e dei genitori “di fatto” significhi dare il via ad una riflessione più ampia sulle possibilità per i gay di essere anche genitori. Lo sono già, in molti casi, genitori, e non smettono di esserlo nel momento in cui hanno una relazione omosessuale: partendo da questo presupposto, il passo per ammettere la possibilità di inseminazione artificiale o di adozione, se ci pensiamo, è molto breve. Intanto però, ci sono molti ragazzi a cui sono negati dei diritti, per non parlare dei genitori. Se sono figli di genitori divorziati, lo dico per esperienza, hanno già subito un trauma e sicuramente il fatto che uno dei due genitori sia gay è qualcosa che deve essere accettato, e può lasciare anche degli strascichi. Psicologicamente, è una situazione difficile, molto più in questo caso, secondo me, che per i figli cresciuti interamente in una famiglia omoparentale: che almeno a livello sociale la loro vita, specie nei momenti difficili (cure mediche, morte di un genitore etc.), sia tutelata.

La notizia da repubblica:
http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/cronaca/genigay/genigay/genigay.html
Riferimenti: Per ulteriori notizie sull’indagine e sul convegno

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Il fuoco sacro, Olimpia, il mito

9 Dicembre 2005 3 commenti


“Mythos” in greco significa racconto. Come tale, un mito spesso non ha una sola versione, ma diverse, a seconda del modo, del momento, del contesto in cui appunto è “raccontato”. Il mito di Prometeo è uno di questi: tante sono le versioni, una delle più celebri è quella raccontata da Platone nel suo Protagora. Tante sono le versioni, ma il ruolo di Prometeo, il più intelligente dei Titani, è uno solo: è una forza civilizzatrice, ha insegnato agli uomini la tecnica, le arti. Ha loro donato il fuoco, rubandolo, pare, al dio Vulcano, dopo averlo addormentato. Per questo subì una terribile punizione: Zeus incaricò lo stesso Vulcano di fabbricare le catene per imprigionarlo su una rupe. Incatenato, Prometeo veniva anche torturato da un’aquila, che gli mangiava le viscere, durante il giorno. Di notte, le ferite si riemarginavano, cosicché il giorno dopo l’aquila di nuovo lo straziava. Prometeo fu poi liberato da Ercole, che uccise l’aquila e spezzò le catene.
Questo fuoco di Prometeo, portatore di ragione, inventiva, e simbolo quasi dell’attività umana, ha a sua volta una sua mitologia. In Grecia, in ogni tempio ardeva un fuoco eterno, in onore degli dei: su quegli altari, a loro si sacrificava per propiziarseli. Aveva quindi una fortissima valenza religiosa, quasi un tramite simbolico tra l’uomo e la divinità. Anche nel tempio di Zeus ad Olimpia, dove si svolgevano le gare, c’era un fuoco perennemente acceso. Non aveva a che fare tanto con le Olimpiadi, quanto col tempio. Ma è proprio guardando ad Olimpia, al fuoco acceso nel tempio, alle gare dell’antichità (che si svolsero per secoli, dal 776 a.C al 394 d.C.) e all’eccezionalità della civiltà greca antica, che è stato creato il mito della fiamma olimpica.
Berlino, 1936. Nelle Olimpiadi che dovevano celebrare la purezza della razza ariana, gli organizzatori erano in cerca di simboli. E fu Carl Deim a proporre di introdurre una specie di staffetta con una torcia, che evocasse lo spirito delle più nobili gare della storia. La fiaccola portata dai tedofori a Berlino, doveva essere proprio quel fuoco, il fuoco della purezza e della nobiltà di un popolo, quello greco antico come quello tedesco. In questo modo, il fuoco si è inscindibilmente legato alle Olimpiadi. E non è più un fuoco religioso. E’ diventato un mito moderno ed anch’esso ha cambiato negli anni il suo significato.
La fiamma olimpica ora non è più la fiamma della purezza di una stirpe. La fiamma che viene accesa nella piana di Olimpia per giungere alla sede delle gare, è tornata forse ad essere quella di Prometeo: un elemento costitutivo dell’essere umano, un simbolo di ragione, di creatività, di valore e di valori. Resuscitato dal passato, ci ricorda le nostre origini, le radici della nostra civiltà e la ricchezza delle nostre capacità. Negli anni, ha acquisito una carica simbolica ancora più forte, che culmina al momento dell’accensione del grande braciere da parte dell’ultimo tedoforo, non a caso sempre un personaggio fortemente evocativo. Non dimenticherò mai Cathy Freeman, aborigena, che porta la fiamma dentro stadio per dare inizio a Sydney 2000.

Andrò al passaggio della fiamma olimpica nella mia città. E’ il mito stesso a chiamarmi, perché è un mito che mi appartiene, e che voglio poter ancora raccontare.
Riferimenti: Il percorso della fiamma olimpica in Italia

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La vita di Haleigh

4 Dicembre 2005 11 commenti

Questi sono gli undici anni della vita di una bambina, Haleigh Poutre da Westfield, Massachussets.

A quattro anni, la sua mamma, Allison, viene ritenuta inadatta a prendersi cura di lei, per motivi che nessun giornale che io abbia letto ha riportato. I servizi sociali affidano dunque Haleigh alla persona che meglio sembrerebbe potersene occupare, la zia Holli, sorella di Allison, che può vantare una laurea in pedagogia e un’attività nel campo dell’educazione dei bambini. A sette anni, Haleigh viene legalmente adottata dalla zia, e diventa quindi Haleigh Poutre, dal nome del primo marito di Holli, da cui è divorziata ed ha un figlio. Dopo l’adozione di Haleigh, Holli si risposa con Jason Strickland, meccanico, dal quale ha un secondo figlio.
Holli nota presto che la bambina ha un carattere instabile, decide di ritirarla dalla scuola pubblica e di farla studiare a casa. Non sapremo mai cosa è successo nei sei anni in cui Haleigh ha vissuto con i genitori adottivi. Pare che nessuno se ne sia mai preoccupato, nemmeno quando, nel 2004, Haleigh finisce in ospedale, a dieci anni: i medici riscontrano sul suo corpo di bambina numerose ferite, lividi e quant’altro. Dopo un’indagine chissà quanto approfondita e naturalmente con il supporto della mamma adottiva laureata in pedagogia, i servizi sociali concludono che si trattava di ferite autoinflitte. Fosse anche vero, dovrebbe essere un campanello d’allarme: la bambina evidentemente ha dei problemi, non deve stare bene, c’è qualcosa che non va, magari in quella famiglia… o forse è solo un po’ strana e autolesionista, a 10 anni, ed è meglio che stia presso i suoi genitori adottivi. Questo devono aver pensato i servizi sociali dato che Haleigh torna a casa, fino all’11 settembre di quest’anno, una data sinistra, purtroppo.
L’11 settembre 2005 Haleigh arriva in fin di vita all’ospedale. Bruciature, ferite, ecchimosi vecchie e nuove ovunque, sul corpo, sulla testa, da tutte le parti. “Strati su strati di ferite” dichiara un’infermiera. Finalmente qualcuno si rende conto che forse la bambina non si è fatta male da sola, e le accuse cadono su Jason e Holli, che vengono incriminati e incarcerati il 20 settembre. Ma qualche familiare mette mano al portafoglio e paga la cauzione per Holli, che va a vivere dalla nonna. Il 22 settembre, le due donne vengono trovate uccise: omicidio-suicidio, si dice, ma non si capisce chi abbia fatto cosa. Finisce così la vita di Holli Strickland, madre adottiva di Haleigh, laureata in pedagogia.
Haleigh è in ospedale, in coma, viva solo perché alimentata artificialmente dalle macchine. Pare che la sua tutela sia affidata ai servizi sociali, però sembra anche che giuridicamente il padre adottivo Jason abbia ancora voce in capitolo su di lei, nonostante sia accusato di terribili violenze sulla piccola. Violenze confermate anche dalla baby sitter della famiglia, Alicia Weiss, che ha dichiarato di aver visto i genitori adottivi di Haleigh picchiarla con inaudita violenza. Un ceffone gliel’ha inferto lei stessa, confessa. Non aveva mai parlato a nessuno di cosa succedeva in casa Strickland prima dell’11 settembre, dice.

Ora, il dilemma, unica cosa di cui parlano tutti, dedicando mezzo pensiero alla vita di questa bambina fino al suo undicesimo anno, ed al suo undici settembre: staccare la spina, come chiedono i servizi sociali, la madre naturale, o no, come chiede il padre adottivo (che si eviterebbe una condanna per omicidio)? Il padre si è rivolto alla corte suprema perché riveda una sentenza, che accorda l’interruzione dell’alimentazione artificiale. Il padre, lui, tira fuori motivazioni etiche e poi dice che bisogna “rispettare” la religione della bambina, cattolica, che impedisce l’eutanasia. Dice anche che i medici non sono concordi. Deciderà la corte suprema.

Se alla fine i medici diranno che non c’è davvero più speranza, allora che sia fatta finalmente qualcosa per Haleigh. Sia liberata da questo mondo, dalla sua famiglia adottiva, forse anche dalla vera madre, dai servizi sociali, dalla baby sitter. E se è cattolica, che incontri finalmente tutti gli angeli che nella sua povera vita non ha mai potuto conoscere. Danzerà con loro, Haleigh, 11 anni, che voleva fare la ballerina.

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Parigi, 12.11.2005

13 Novembre 2005 4 commenti

Sono stata quattro giorni a Parigi per lavoro. Potevo probabilmente scegliere un momento migliore per andarci, ma il fatto è che scelta, in realtà non l’avevo. Ebbene, fino a stamattina alle 12 in città non c’era alcun segno di quello che succedeva nelle banlieues, fortunatamente per me, ma sfortunatamente per Parigi.
E’ assolutamente vero: ci sono zone di Parigi dove l’integrazione esiste, ed è profonda. Nel X arrondissement è pieno di parrucchieri afro, di negozi di cose esotiche e tutto il quartiere è abitato da persone immigrate, che lavorano, sono integrate ma allo stesso tempo costituiscono una comunità ben identificabile. Ci sono altre zone di Parigi, dove c’è, semplicemente, da aver paura. A St. Denis, c’è la chiesa, bellissima; c’è lo stadio, avveniristico; e poi? Emarginazione.
La città vive di una vita sua, chi è dentro è dentro, chi è fuori, è fuori da Parigi e da tutto. La periferia è attaccata alla città solo a pezzi: la zona più vicina all’aeroporto di Orly per esempio è più residenziale: sobborghi come Sceaux, Bourg la Reine, Fontenay aux Roses (dove ho vissuto per sei mesi) accolgono studenti, o cittadini parigini che invece di un appartamento di due stanze sui grands boulevards preferiscono una casina su due piani ed un giardinetto. Sei a mezzora da Parigi, ma sei in città.
Altre zone, tra cui quelle “insorte”, sono altrettanto distanti dal centro, ma ne sono lontanissime.
Ebbene tutto questo è vero, ma non facciamo confusione. La Francia in generale resta un Paese di diritti. Un Paese dove la partecipazione alla vita pubblica è altissima, dove lo Stato, dal centro fino alle amministrazioni locali, cerca di essere il più vicino possibile alla gente. Ed è anche un Paese in cui gli immigrati riescono ad integrarsi molto più che altrove. Certo, l’emarginazione è un problema della Francia come di altri Paesi, ma non è che lì si lavori peggio, anzi. Una manifestazione così clamorosa di disagio deve sicuramente far riflettere, ma attenzione, non guardiamo mai la Francia dall’alto in basso a proposito di diritti e di civiltà, perché non possiamo permettercelo. Andare in Francia significa respirare un’aria diversa, c’è una maturità a livello civile che noi possiamo solo immaginare, c’è una consapevolezza della propria identità nazionale e culturale che, miracolosamente, non ha mai portato ad una chiusura verso le diversità, ma piuttosto al suo contrario.
Ero là per il referendum sulla costituzione europea. La gente aveva ricevuto il testo a casa e giuro che ne parlava ovunque: in metro, per strada, ed i dibattiti in tv erano veramente un confronto aperto e costruttivo sui singoli punti. Per strada, manifesti fatti dalle amministrazioni che dicevano: scrivete una pagina di storia, andate a votare. Punto. Di astensione, nessuno parlava.
Tra parentesi: chi può vedere la tv francese in Italia avrà notato che i programmi sono esattamente gli stessi: i reality, le scatole, Chi vuol esser milionario, i telefilm etc., ma sfido chiunque a trovarmi una pubblicità con un culo in primo piano, o le quattro stelline, quattro paperelle…
Potrò sembrare provinciale, o filofrancese. Non importa: bisogna ricordare sempre, anche in un momento come questo, che si tratta di uno Stato molto più evoluto del nostro sotto ogni punto di vista, integrazione compresa ed anzi, per molti versi, da prendere a modello.

Un consiglio: se qualcuno ha occasione di andare a Parigi, non si perda la mostra fotografica di Salgado alla Bibliothèque Nationale nella sede di Rue de Richelieu. E’ l’anno del Brasile, in Francia: ci sono poesie brasiliane nei metro, manifesti con foto e storie dalle favelas, mostre di artisti di quel Paese. L’Italia, che ha la più alta cultura del mondo, che non teme confronti con nessuno, Francia inclusa, faticherebbe a concepire una cosa del genere, sia come iniziativa, sia come modi di comunicarla. Con questo, non cambierei mai la mia cultura con quella francese. Farei solo cambio, se potessi, col modo di pensarla.

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Gay in America, oggi

6 Novembre 2005 Commenti chiusi

Sintetizzo due articoli apparsi a distanza di pochissime ore su Repubblica.it di oggi. Visto che è qualche giorno che i luoghi comuni mi sembrano grandi verità (davvero “non c’è più la mezza stagione”: la settimana scorsa ho visto gente in spiaggia col costume da bagno), non mi resta che commentare: “L’America è una terra dalle grandi contraddizioni”. C’è chi fa la guerra alle “bambole filo-gay”, c’è un Paese sudamericano in cui in una telenovela ci sarà un bacio tra due uomini. Attesissimo.

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Usa, la guerra della destra religiosa
contro le bambole patriottiche filo-gay
Centomila mail all’azienda in pochi giorni, ma l’esito
della battaglia si deciderà con i regali di Natale
di CRISTINA NADOTTI

NON C’E’ solo il boicottaggio di matrice no-global, quello per cui non si comprano i prodotti delle multinazionali o delle aziende che sfruttano i lavoratori, c’è anche il boicottaggio conservatore, contro tutti coloro che diffondono idee progressiste. Come le bambole dell’azienda American Girl, per esempio… Il problema è che la casa che le produce, secondo quanto denunciano le associazioni conservatrici statunitensi “American Family Association” e “Pro Life Action League”, ha finanziato movimenti a favore dell’aborto.
I siti delle associazioni anti-abortiste sono partiti alla carica. Chiedono di non fare regali di Natale con le bambole “American Girl”, che negli Stati Uniti stanno eguagliando il successo delle Barbie (la casa produttrice è stata recentemente acquisita proprio dalla Mattel), e invitano i simpatizzanti a scrivere alla presidente dell’azienda per manifestare il loro sdegno. C’è già l’alternativa alle bambole-scandalo: Elsie Dinsmore, Miellie Keith, Violet Travilla, sono le bambole prodotte dalla Mission City Press che “aiutano le bambine a immaginare e sperimentare una vita di fede”. Non a caso le bambole hanno una miniatura della bibbia tra le mani.
L’American Family Association non è nuova a questi boicottaggi su ampia scala ed è infaticabile. Al momento in apertura del sito insieme alle “American Girls” è presa di mira la società “Walgreens”, un’azienda che vende prodotti farmaceutici online, rea di aver dato una cospicua sovvenzione (100 mila dollari) per l’organizzazione dei “Giochi Gay”.
L’American Girls di dollari ne ha elargiti 50 mila, alla Girls Inc., un’associazione che da oltre 140 anni, attraverso 1500 centri in tutto il paese, finanzia iniziative per educare e orientare le adolescenti e assegna borse di studio per formare donne che si impegnino nell’affermazione dei diritti femminili. La Girls Inc. non diffonde idee abortiste, ma non fa censura sulle informazioni o le idee diffuse dalle partecipanti ai suoi programmi. Soprattutto, non discrimina l’orientamento sessuale.
(5 novembre 2005)

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Nella telenovela “America” la storia di due uomini innamorati
Gli autori: “Ci aspettavamo proteste, arrivano solo richieste”

Il Brasile in ansia per una soap
e per il bacio fra protagonisti gay

RIUSCIRANNO i nostri eroi a coronare il loro sogno d’amore scambiandosi un bacio di quelli che fanno epoca nella storia della tv? L’interrogativo attanaglia milioni di telespettatori brasiliani di Globo Tv, ma l’epilogo di questa vicenda è tutto da vedere. Perché i protagonisti della storia (d’amore, s’intende) si chiamano Junior (Bruno Gagliasso) e Zeca (Erom Cordeiro) e pure il secondo nome, se non fosse chiaro, appartiene a un uomo. Insomma, sono i due personaggi principali di America, una soap opera seguita in media dall’ottanta per cento del pubblico televisivo del Paese.
Non è la prima volta che l’omosessualità fa il suo ingresso in una soap opera in Brasile, dove il genere è seguito con devozione religiosa da decine di milioni di spettatori. Nel 1981, due uomini furono protagonisti di una storia d’amore, ma… nessun contatto fisico. Dopo 14 anni, un’altra coppia gay fu protagonista di una telenovela: in quell’occasione… andarono anche a vivere sotto lo stesso tetto. Ma tenersi vicendevolmente la mano fu l’unico approccio che venne mostrato dal piccolo schermo.
Alcuni sondaggi condotti al termine della serie mostrarono che il pubblico non aveva disapprovato quella relazione. Tuttavia, nel 1998, il legame, stabile, fra due donne, nella soap Torre de Babel, fu giudicato eccessivo dal pubblico. Per risolvere il problema, gli autori pensarono di far morire la coppia in un’esplosione [!!!!!!!!!!!!!]. Dopo quell’episodio, l’omosessualità femminile entrò solo altre due volte in una serie tv. E ci scappò anche un bacio, ma assai casto, nella puntata in cui le due protagoniste si producevano in una messa in scena di Giulietta e Romeo.
“Credo che il Paese stia cambiando – dice Gloria Perez, una delle sceneggiatrici di America – mi aspettavo un sacco di proteste rispetto al rischio di un bacio, invece mi arrivano solo richieste”.
Nella vita reale, il Brasile sta facendo lenti progressi sui temi legati all’omosessualità. Secondo una ricerca condotta nel 2004, sempre più persone ammettono di essere gay prima dei 18 anni. Ma gli autori della ricerca hanno rilevato anche che alcune compagnie, che mostrano di rispettare i diritti dei gay negli Stati Uniti e in Europa, non fanno lo stesso in Brasile. “Non capiamo perché… ma è probabile che si temano ripercussioni in un Paese così cattolico come il nostro”.

(5 novembre 2005)

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L’abbé Pierre: un religioso illuminato.

28 Ottobre 2005 2 commenti

Le parole di questo straordinario signore di 93 anni dimostrano come siano presenti anche nel mondo cattolico delle correnti di pensiero capaci di comprendere a fondo le relazioni umane. Non a caso, l’abbé Pierre parte da problemi legati ai diritti umani, che la religione cattolica in certi casi semplicemente ignora, in particolar modo riguardo ai rapporti personali. La chiesa ed il sacerdozio così come le immagina il buon abate apparirebbero molto più vicine alla società civile di quanto non lo siano oggi: ricordo che ad un divorziato è ancora negata la comunione. Pensiamo a quanto più ricca e più “vera” potrebbe essere un’omelia se detta da un prete sposato e magari con figli, o ancora da una donna, e a quanto sarebbe più ricca una religione che affrontasse i problemi della famiglia considerando “famiglia” ogni tipo di legame, matrimoniale e non, etero o omosessuale.
Peccato che delle parole dell’abate francese siano state messe in evidenza solo le dichiarazioni sulle sue relazioni sessuali, perché le cose più importanti e a loro modo rivoluzionarie sono davvero altre: matrimonio per i sacerdoti, ordinazione delle donne, riconoscimento delle coppie omosessuali, in una piena considerazione della dignità e dei diritti delle persone, che per una volta viene da un uomo dalla fede incrollabile.

Da Repubblica.it:

A 93 anni l’Abbé Pierre si confessa
“Ho avuto relazioni sessuali con donne”

L’Abbé Pierre, 93 anni, sacerdote francese fervente difensore dei diritti umani, fondatore del movimento Emmaus, confessa di aver avuto delle relazioni sessuali con delle donne. In un libro, uscito oggi in Francia, Dio mio… perché?, parla della “forza del desiderio. Mi è accaduto di cedervi in modo passeggero. Ma non ho avuto mai un legame regolare, perché non ho lasciato che il desiderio sessuale prendesse radici… Ho sentito che per essere pienamente soddisfatto il desiderio sessuale ha bisogno di esprimersi in una relazione amorosa, tenera, fiduciosa. Una tale relazione mi è stata impedita dalla mia scelta di vita. Non potevo rendere delle donne infelici, ed essere me stesso conteso tra due scelte di vita inconciliabili”.
Estratti del libro dell’Abbé Pierre vengono pubblicati oggi da due settimanali, L’Express e Le Point. L’Express parla del libro come di “una bomba nel paese calmo del pensiero cristiano. L’Abbé Pierre dichiara che non è ostile al matrimonio dei sacerdoti, e suggerisce che lui stesso ha avuto relazioni sessuali con delle donne”… Il religioso afferma inoltre di essere favorevole all’ordinazione al sacerdozio delle donne e al riconoscimento delle coppie omosessuali…
Per quanto riguarda l’ordinazione delle donne al sacerdozio, Henri Antoine Grouès, vero nome dell’Abbé Pierre, critica Giovanni Paolo II e papa Benedetto XVI. “Non ho mai capito perché hanno affermato che la chiesa non ordinerà mai le donne. Una tale affermazione presuppone che questa pratica non sarebbe conforme alla sostanza stessa della fede cristiana. Il principale argomento portato a spiegazione di questo divieto è che Gesù non ha scelto delle donne tra i suoi apostoli. Un argomento che per me non ha nulla di teologico, piuttosto è di natura sociologica”.
Il fondatore della comunità di Emmaus, a ruota libera, quindi ha preso in esame la questione delle unioni omosessuali, preferendo parlare di “alleanza” piuttosto che di “matrimonio”, “troppo radicato nella coscienza collettiva come unione tra una donna e un uomo”.