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Archivio per la categoria ‘Sport’

Euro 2012. Vigilia.

1 Luglio 2012 Commenti chiusi

Difficilmente un campionato europeo ha avuto un valore simbolico più forte di questo euro 2012. Ogni partita è diventata una riflessione sullo stato di salute economica dei singoli stati, con il risultato, scontato, che la crisi presente non determina in alcun modo il risultato sportivo. Perché la crisi c’è oggi, il valore di una squadra nazionale si determina grazie al lavoro di molti anni. Quindi giustamente a casa Francia, Inghilterra e la fortissima Germania, fortissima non perché abbia un PIL stratosferico, ma perché ha avuto tecnici intelligenti e vivai che hanno sfruttato al meglio una delle più grandi risorse di questo nostro tempo, ovvero l’immigrazione, che ha portato forze fresche, nuovi talenti, nuove doti. Ma a casa anche la Germania, in finale ecco il derby dello spread, Spagna e Italia.

Italia che mi pare sia seguita con un affetto che non ricordavo da anni. Perché forse tutti ci immedesimiamo in un gruppo di persone guidate da un tecnico dall’umanità straordinaria, come Prandelli, ma che è ben lontano dall’essere un esempio. E’ un gruppo imperfetto. E’ un gruppo che lotta anche contro se stesso. Ci sono ben pochi atleti esemplari in questa nazionale, ci sono i giovani sbandati, quelli dal passato difficile, ci sono i vecchietti con le loro debolezze e le loro manie, c’è il ragazzo di Bari vecchia omofobo senza sapere cosa vuol dire. C’è anche qualche bravo ragazzo.

Prandelli è un tecnico straordinario. Ha dato un cuore a questa nazionale, ha dato un cuore a chi non sapeva di averlo. Ha dato valori dove non ci sono, umanità, rispetto. Ha visto il talento oltre ogni cosa, ha visto le qualità e le ha sfruttate al massimo.

Balotelli è l’icona della nostra nazionale. Un’icona d’ebano. E’ fantastico, tutti ci riconosciamo in questo ragazzo impossibile, capace di ogni follia, ma che segna i due gol più importanti della sua carriera e corre ad abbracciare la mamma. Balotelli l’abbandonato, ora ha milioni di babbi, mamme, fratelli e cugini. Balotelli è la nostra favola, così reale, così bella. Il bambino rifiutato, nero, arrabbiato, che segna e stringe la sua maglia azzurra, stringe la sua appartenenza all’Italia e a una famiglia ebrea che gli ha dato una seconda vita. Nero ed ebreo. Un concentrato di diversità che ora nessuno sembra più vedere.

La bellezza di questa Italia è nel riscatto. Quello di Balotelli, di Buffon, dello stesso Prandelli, dell’Italia tutta. Esiste un rettangolo verde nel mondo in cui l’Italia sprecona, immorale, intollerante, rifiutata, si riscatta e vince. Amiamo questa Italia perché fa quello che vorremmo fare tutti: vincere, nonostante le nostre clamorose mancanze. Riscattare una crisi. Essere ancora capaci di pensare ad un sogno e riuscire a renderlo realtà. Comunque vada domani, contro la squadra più forte del mondo, abbiamo già vinto.

A un passo dai sogni.

10 Maggio 2010 Commenti chiusi

ball-four-basketballMi ricordo, circa un anno fa di questi tempi, che scrivevo dei nostri playoff. I primi playoff per la promozione in serie A2 nella storia della nostra piccola società. Ma allora la serie A appariva qualcosa di irraggiungibile: tra noi e la promozione, una, due, forse tre squadre fortissime da battere. E’ bastata la prima, a mandarci fuori. Qualificate come ottave, cioè ultime, la legge dei playoff impone che si trovi la prima classificata. 2-0 per loro, stagione finita.

E’ passato un anno, anzi un po’ di più. Direi che niente di significativo è successo nella mia vita, ma qualcosa è cambiato per la squadra che alleno. Ci siamo rinforzate, sono arrivate giocatrici di buon livello, abbiamo fatto una prima fase molto tormentata, una seconda difficile, ma tra mille problemi, finanziari, comportamentali e quant’altro, siamo arrivate seconde. Il che significa playoff promozione con in teoria la settima classificata, la terza e poi in finale, la prima. Sono stata una giocatrice anch’io, per quasi trent’anni e so cosa signifca il sacrificio di uno sport agonistico, fatto a livello nazionale, ma senza professionismo: studiare, lavorare, allenarsi. Ma vederlo, adesso, da allenatrice nelle altre ragazze, dà ancora più la misura della loro dedizione e passione. Che sono senza fine: da agosto a giugno, 4-6 volte in palestra, tutte le settimane. Trasferte, allenamenti, atletica, partite, senza sosta. Vorrei non perdessero mai, per la grinta e il cuore che ci mettono. E per la voglia di lottare, sportivamente, per vincere il più possibile.

Abbiamo liquidato le malcapitate settime con un netto 2-0. Contro le terze, un po’ più di fatica, ma 2-0 e la vendetta sportiva per un’inopinata sconfitta della prima fase che ci ha fatto tanto male. Ci aspettavamo la prima classificata, che non avevamo mai battuto. Invece, la quarta squadra classificata  l’ha eliminata. Per l’A2 quindi  lotteranno la seconda, noi, e la quarta. La quarta non è una squadra come tutte le altre, è una nazionale giovanile che fa il campionato di B. 14 ragazze selezionate in tutta Italia passano insieme un anno per studiare e perfezionarsi nel basket. Nessuna delle loro atlete arriva ai 18 anni di età. In campionato, due partite opposte: una brutta sconfitta e forse la vittoria più bella dell’anno.

Stasera, gara1 di finale. Abbiamo vinto. Mercoledi gara2 a Roma, per vincere, eliminarle evitando una gara3, la “bella” drammatica,  e fare la finalissima a Battipaglia, contro la vincente del derby che decide l’altra candidata per la promozione. Comunque vada, poi ci trasferiremo a Campobasso per le finali di Coppa Italia, prima settimana di giugno. Un mese. Un mese di sogni, sono lì, a un passo. Siamo più forti delle ragazzine della nazionale. Forse, siamo anche più forti di Battipaglia, qualsiasi squadra ci arrivi. Ma il verdetto, come sempre, arriva dal campo e non è mai scritto prima. Poi, sfideremo le altre 7 migliori squadre d’Italia della nostra categoria, che praticamente non abbiamo mai incontrato.

Siamo forti, siamo pronte.  Oggi una mia amica mi ha detto che chi sta male si accontenta anche di una versione ridotta dei propri sogni. Parlava di me e della mia vita, e aveva perfettamente ragione. Ma allo stesso tempo  io stessa,  insieme alle mie ragazze, al mio capo allenatore, allo staff, componiamo un gruppo, una squadra che invece sta bene. E non può pensare di accontentarsi di un piazzamento, ma deve avere in testa solo i sogni più belli e più grandi. A mercoledì, ore 20, gara2.

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Appennino

1 Marzo 2010 Commenti chiusi

giuliano-razzoliIeri sera quando Razzoli ha tagliato il traguardo avevo le lacrime agli occhi. Mi commuovo sempre alle imprese sportive, ma questa medaglia d’oro ha qualcosa in più, perché è la medaglia del mio appennino, quello dove torno sempre per ritrovare me stessa. Penso al paese di Razzoli, Razzolo di Villa Minozzo, che se ci passi che so, in febbraio, non c’è anima viva… come nella ‘capitale’ Villa Minozzo, 4000 abitanti, ieri tutti davanti al maxischermo in piazza per applaudire questo ragazzo dell’appennino reggiano. Chissà se a Villa l’avevano mai montato prima, un maxischermo, penso di no. Penso al babbo di Razzoli, insegnante di sci a Febbio, la principale località sciistica di questo angolo d’Emilia, oggi in declino: il rifugio in cima al monte Cusna, che apre solo d’inverno, questa estate aveva le lettere dell’insegna cadenti e cadute e la seggiovia sembrava in disuso da anni, anche se non era così… le piste di Febbio scendono lungo i pendii del ‘Gigante’, il Cusna appunto, 2121 metri in cima ai quali puoi incontrare le marmotte, godendoti un panorama strepitoso, dominato dalla Pietra di Bismantova. Mi piace pensare di condividere questa terra con Razzoli, il profilo del Cusna negli occhi, profilo che sembra quello di un uomo disteso, un Gigante, come lo chiamano; il torrente Ozola e i Prati di Sara, le poche strade che portano verso Civago o verso il “mio” Ligonchio. Strade lungo le quali in autunno non puoi correre con la macchina, perché ci sono i caprioli ad ogni angolo, che ti si buttano davanti all’improvviso. Razzoli viene da qui ed è per questo che non sarà mai come Alberto Tomba. Sestola, Castel de’ Britti non sono Villa Minozzo. Il nostro appennino, quello reggiano, è un mondo silenzioso, immerso nella natura, fatto di gente abituata a lavorare, ai disagi dell’isolamento, alla meraviglia delle montagne. Non c’è altro, solo il rispetto della fatica, del lavoro e della natura. Se vuoi un cinema, ce n’è uno solo nell’arco di 30 km. La pizza al Faro di Ligonchio e l’unico locale notturno, se così si può chiamare, è la Sapoteca di Cerrè Sologno. Mi sono commossa ieri sera, non posso immaginare dove sia arrivato questo ragazzo, anche se sono una sportiva, o forse proprio per questo, non riesco nemmeno a pensare a quanto grande sia l’impresa di andare a Vancouver, giochi olimpici e vincere un oro. Non posso capire dov’è arrivato, ma so da dove è partito, ho il suo stesso appennino negli occhi e nel cuore.

Sapevo anche da dove era partito Stefano Baldini e infatti quando rivedo l’arrivo della maratona di Atene 2004 piango, ogni volta di più. Baldini è mio coetaneo, lui liceo scientifico, io classico e mi ricordo che girava voce, tra noi studenti, di questo fenomeno dell’atletica. Lo incontravo qualche volta, specialmente a fine agosto, quando facevo la preparazione atletica di mattina con la mia squadra di basket. Dovevamo stare attenti a non intralciare il suo allenamento al Campo Scuola di Reggio Emilia. Tra due imprese immense, forse quella di Baldini è ancora più grande di quella di Razzoli, perché ha un valore simbolico inarrivabile: ha vinto LA maratona, quella per antonomasia, i 40 km o poco più che separano Maratona ad Atene. E’ ancora più difficile da immaginare che cosa significhi tagliare quel traguardo, ma so da dove era cominciata la lunga corsa di Baldini. Dalle corriere prese la mattina presto per andare a scuola dal suo paese di provincia, dal bel liceo di Reggio, dal circuito di atletica della città, che non è certo quello del centro di allenamento di Formia, o dell’impianto CONI di Tirrenia.

Giuliano e Stefano hanno dentro la terra che amo. Stefano i luoghi dove affondano le mie radici, Giuliano quelle montagne che sono la casa della mia anima. Mi commuovo sempre per le imprese sportive, ma ci sono medaglie che brillano più di altre e queste due, per me, hanno una luce tutta particolare.

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L’allenamento

30 Ottobre 2009 2 commenti

Per chi non ha mai fatto sport a livello agonistico è difficile da capire. Arriva un momento della giornata in cui si lascia tutto, si prepara una borsa, e ci si va ad allenare. Con una puntualità, una costanza, una dedizione inspiegabili, se viste da fuori. E’ come un lavoro, richiede concentrazione, rigore, affidabilità; eppure non si guadagna niente o quasi. Ci sono 12 ragazze che ogni sera partono chi da La Spezia, chi da Viareggio, chi da Livorno, si ritrovano a Pisa e si allenano. Per fare un campionato e, quest’anno, possibilmente vincerlo e toccare la serie A. Non è come andare a fare aerobica, kick boxing, non è come fare un’attività ricreativa o ludica. Se non hai voglia, in questi casi, semplicemente non vai. Ma se non vai all’allenamento, metti in difficoltà una squadra. Non esiste saltare un allenamento per una festa di compleanno, un cinema, un’uscita con gli amici. L’allenamento viene prima di tutto e scandisce la giornata ancora più delle ore di lavoro, perché cade nel tempo libero, che libero non diventa più.

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Play-off

29 Marzo 2009 1 commento

Per un attimo prima della partita, stasera, ho provato ad immaginare di essere un qualsiasi coach di basket, che si trovasse per caso in palestra, magari, come spesso accade, perché ha finito il suo allenamento e si ferma curioso a vedere chi c’è dopo. Cos’avrei visto? Mi sarei fermata a guardare il riscaldamento prepartita di due squadre femminili, una in maglia bianca (come sempre per quelle di casa) e una in maglia verde. E avrei pensato: forse sono nello stesso campionato, ma non c’è partita. Le bianche sono tutte più alte e più grosse delle verdi, le bianche, su 20 tiri di riscaldamento, ne segnano 16, le verdi non superano mai i 10. Tutte le bianche sono giocatrici adulte e formate; le verdi sono più giovani e alcune di loro probabilmente non entrano mai in campo. La meno brava delle bianche è incomparabilmente più forte della meno brava delle verdi, anzi, se giocasse con le verdi, toglierebbe il posto a qualcuna delle loro giocatrici più importanti.

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Un mondiale in viaggio

11 Luglio 2006 12 commenti

Solo ieri, in un autogrill dopo Bolzano, ho capito quanta partecipazione ci sia stata per questo Mondiale, quanto entusiasmo, quanto tifo. L’autogrill era pieno di giovani, di padri e di figli, di famiglie in camper, tutti con la maglia azzurra e la parrucca tricolore. Parlavano al telefonino e raccontavano a chi li aspettava, chissà dove in questa strana Penisola, il loro viaggio da Berlino. In effetti l’autostrada del Brennero era così: camper e macchine con un segno tricolore. I giornali italiani nella bacheca dell’autogrill tutti a titoli cubitali; una prima pagina di Repubblica con il titolo “Campioni” di una grandezza che non avevo mai visto e una grande foto della bella faccia raggiante di Cannavaro.
Si, anch’io ero sull’autostrada del Brennero: non tornavo da Berlino, ma dalle vacanze. Ed ero in un luogo sperduto, che si sente più Germania che Austria – nonostante in due ore di camminata in montagna si arrivi proprio in Austria – ma certo non Italia. Torno che siamo Campioni del Mondo, incredibile. Torno e riguardo questo mese vissuto in viaggio, partita dopo partita. E ho una voglia matta di riavvolgere il nastro e riguardarmelo, questo mio personale mondiale, valigia in mano.

Italia-Ghana: 2-0. 12 giugno. Parigi. Si, a Parigi da sola, a lavorare. La cosa positiva è che i Mondiali sono tutti in chiaro e quindi posso vedere un sacco di partite; senza dimenticare il bel weekend del Roland Garros. Ogni sera, vedo bandiere diverse sventolare per le strade del Marais, a seconda che vinca l’una o l’altra nazionale. Gioca l’Italia e rispetto alle altre partite che ho potuto vedere mi fa una bellissima impressione. Convincenti. Mi dispiace un po’ per il Ghana, spero che si rifaccia. La tv francese ha grande rispetto per noi, i commentatori ci elogiano. Il giorno dopo parto, la Francia si sta già fermando, non si parla d’altro. Tocca ai bleus contro la Svizzera. Giocano mentre sono in volo e il pilota aggiorna sul risultato. Sarà 0-0.

Italia-USA: 1-1. 17 giugno. Pisa. E’ la festa di Pisa: San Ranieri, tutto chiuso, si celebra il patrono. Ma, dopo la notte precedente passata a tirare tardi alle luci della Luminara, come sempre, è un San Ranieri diverso. C’è la partita. E mi tocca la serata giaguara, alla fine piacevole. Piacevole la serata, un po’ meno la partita, perché si gioca male, De’ Rossi tira una gomitata in faccia a Mc Bride e si fa espellere. Succede di tutto, ma resta molta delusione. Nulla è perduto. Io ho disfatto da poco le valigie e le devo rifare. Un’altra prova, un’altra verifica.

Italia-Repubblica Ceca: 2-0. 22 giugno. Pisa-Napoli. La partita decisiva. Io devo partire per Napoli. Dopo un quarto d’ora del primo tempo, chiamo un taxi che mi porti in stazione. Al radiotaxi mi dicono che non ce ne sono. Nessun taxi in tutta Pisa, possibile? Devo riprovare. Segna Materazzi. Richiamo. Il taxi arriva dopo moltissimo e mi porta in stazione due minuti prima della partenza del treno. Che non c’è, perché ha un ritardo di 45 minuti. Potevo vedere tutta la partita. Invece no: non c’è una tv in tutta la stazione e quindi mi metto vicino ad un signore che ha una radiolina. Non succede niente. Alla fine il treno arriva, salgo, da uno scompartimento si alzano delle urla: ha segnato Inzaghi: siamo agli ottavi. Arriverò a Napoli con un’ora di ritardo. E una relazione da fare.

Italia-Australia: 1-0. 26 giugno. Pisa. Ci son tutti i presupposti per un bel pomeriggio. A Napoli è andata bene, sono a casa della mia dolce metà. Patatine e Coca Cola, i piedi sul tavolino Lack dell’Ikea (chi di voi non ha un tavolino Lack?), la schiena sul divanone Ektorp, concentrazione al massimo. Tensione che sale all’inverosimile, fino a quel rigore di Totti. Altro che bel pomeriggio. Che brutta partita. Il rigore non c’era, forse. Ma siamo ai quarti, non conta più nulla, ormai. A casa mia, una valigia si svuota di vestiti eleganti, un borsone da basket deformato e defunzionalizzato, ma comodissimo, si riempie di maglie, maglioni, giacche a vento, scarpe da trekking: stiamo per partire per l’Alto Adige. Con una tappa in Emilia.

Italia-Ucraina: 3-0. 30 giugno. Reggio Emilia. Fantastico. Schermone piatto di casa della mamma, pizza di quelle buone, perché tanti emigrati dalla Calabria hanno fatto sì che nella padana Reggio se ne mangino di ottime, una partita finalmente divertente, sulla via delle vacanze.

Italia-Germania: 2-0. 4 luglio. Casere (BZ). Scherzi del destino. In montagna, a 1600 metri, in mezzo a vette bellissime, a profumi intensi, a colori da sogno, non si vede la tv. Tutti hanno il satellite. Ma, come ho imparato a Napoli, la Rai cripta le dirette, sul satellite. E in Alto Adige, la parabola è orientata sui canali tedeschi. Quindi: Italia-Germania, partita dal fascino indicibile, mi tocca con il commento della ZDF, il secondo canale tedesco. E pazienza il commento alla partita, che, come già in Francia, è estremamente asciutto ed equilibrato (per quanto posso capire), ma il programma sportivo che introduce alla partita è davvero sgradevole. L’ironia sugli italiani è feroce. La nostra rabbia monta e facciamo un tifo terribile: al gol di Grosso quasi piango. Una liberazione. Siamo in finale, noi ci stampiamo un sorriso in volto che non riusciamo a condividere con nessuno, perché in Valle Aurina può anche capitare di incontrare persone che l’italiano non lo sanno e parlano solo tedesco. Questo bilinguismo, quest’identità doppia, oscillante della Valle per quanto mi riguarda è tanto misteriosa quanto seducente. Però, entschuldigung, siamo in finale noi.

Italia-Francia 6-4 (dopo i rigori). 9 luglio. Casere (BZ). L’ultimo giorno di vacanza. Ci siamo svegliate presto e siamo state otto ore sui monti, abbiamo messo un piede in Austria per vie che hanno percorso nei secoli mercanti, briganti, esploratori, ebrei in fuga, abbiamo guardato la Vetta d’Italia, siamo scese al rifugio Tridentina, e via fino a casa. Mangiamo una pizza alle sette. E ci incolliamo alla tv, pensando che purtroppo non sentiremo mai – nel caso – l’equivalente del celeberrimo “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo” di Nando Martellini. Ma campioni lo diventiamo lo stesso, grazie a quei rigori tirati perfettamente. Hanno ragione a dire che la Francia ha perso nel momento in cui Zidane è stato espulso. Fino a quel momento, avevano meritato di vincere, nonostante un rigore inesistente. Giocavano meglio, erano più tosti, più atletici, più scafati di noi. Zidane li ha messi in posizione di demerito ancora prima dei rigori. A quel punto, il verdetto del campo è stato giusto. Siamo campioni del mondo. Magari brutti, anzi sicuramente, nervosi, un po’ caciaroni, tormentati, operai, ma forti. Sono finite le vacanze. Sto meglio. Sono riposata, contenta, ho passato giorni bellissimi e lo sport mi ha seguita, da Parigi a Casere, regalandomi anche la splendida vittoria di Amélie Mauresmo a Wimbledon.

Come ha scritto Vittorio Zucconi sul giornale, adesso tutto ricomincia, purtroppo: non possiamo fermare questi momenti per sempre. Si ritorna. Porto con me però delle emozioni indimenticabili, di luoghi, di stati d’animo, di prove, di sport: emozioni amplificate e forse rese uniche perché una piccola porzione della mia inquieta vita di questi tempi si è intrecciata con un evento collettivo, con qualcosa che resterà nella memoria di tutti noi.

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Innocenza è un rigore sbagliato

13 Maggio 2006 24 commenti


Sarò troppo romantica, forse, ma c’è un’unica cosa che allevierebbe i dolori del mio cuore di atleta procurati dalla lettura delle intercettazioni telefoniche di Moggi & c. Una sola. Che da qualche parte fosse registrato un contrattempo di questo genere: a tutto avevamo pensato, tranne che una squadra giocasse la partita della vita, rendendo vana ogni combine, inutile l’annullamento di gol regolari, espulsioni finte etc. A tutto avevamo pensato, tranne che il fuoriclasse di turno sbagliasse il rigore dato dall’arbitro adeguatamente istruito. A tutto avevamo pensato, tranne che un ragazzino della primavera, in campo perché la difesa della sua squadra è stata decimata da ammonizioni mirate nella giornata precedente, riuscisse a fermare i nostri eccezionali attaccanti.

Questo vorrei sentire. Vorrei che qualcuno di questi, Moggi, Giraudo e chissà quanti altri, per un momento fosse stato sconfitto dalla cosa più bella dello sport: il fatto che sia giocata da persone, uniche a determinare l’esito di una gara con il loro rendimento. Un rendimento per sua natura discontinuo e altalenante, nonostante gli allenamenti, perché il corpo e la mente di una persona non possono essere sintonizzati artificialmente al massimo delle loro potenzialità. Le inchieste in corso, se le accuse saranno confermate (ma le intercettazioni sono davvero poco equivocabili), hanno dimostrato che si può controllare, regolare, muovere tutto ciò che ruota attorno agli atleti, secondo i propri interessi. Vorrei che l’umanità di un giocatore avesse scombinato i piani di Moggi, almeno una volta.

Per il momento, non ho letto niente di simile e tremo, perché se nulla del genere viene fuori, significa che la componente umana dello sport può essere completamente scavalcata da giochi di potere. Sarebbe una condanna e una sconfitta per tutti, colpevoli e innocenti, sportivi e non.

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Torino 2006: una questione morale

4 Febbraio 2006 15 commenti


In diverse occasioni sul bellissimo sito di The Hours, che consiglio a tutti di visitare (il link è a fianco), ho avuto modo di toccare con mano le perplessità di molte persone riguardo alle imminenti Olimpiadi di Torino. Si tratta sostanzialmente di due ordini di problemi. Il primo, riguarda la città e i cittadini. Disagi a non finire, decine di cantieri aperti contemporaneamente, la sensazione, in buona sostanza, di essere espropriati della città. Alcuni amici mi dicevano ieri, per restare al mio campo, che la Biblioteca Reale è chiusa e che l’attività universitaria è sospesa, data l’amplissima partecipazione dei giovani all’organizzazione dell’evento. Se dovessi recarmi a Torino per studiare, impazzirei per trovare i servizi minimi. Il secondo è di carattere ideologico. Lo sponsor ufficiale delle Olimpiadi è la Coca Cola, azienda nell’occhio del ciclone per le note violazioni dei diritti umani dei lavoratori, perpetrate soprattutto nei paesi poveri. Precisamente l’opposto degli ideali di uguaglianza e fratellanza sottesi ad una manifestazione sportiva quale è l’Olimpiade. Da qui, manifestazioni di protesta, a volte anche clamorose (tentativo di sottrazione ad un tedoforo della fiaccola).
Conoscere queste perplessità, legittime e perfettamente condivisibili, mi ha fatto molto pensare. Credo che si stia correndo un grosso rischio e da sportiva ne sono molto preoccupata. Negli ultimi anni, attorno allo sport si sono concentrati interessi enormi. Ci sono eventi che catalizzano l’attenzione di miliardi di persone, perché lo sport rimane una manifestazione di serena competizione tra le persone più disparate e per questo travalica le barriere socioeconomiche correnti. Leggere l’ordine di arrivo delle gare di atletica di mezzofondo e fondo può fare pensare ad un mondo dominato dall’Africa. Tutto ciò è meraviglioso da un lato, pericoloso da un altro. Come dice Pierino Gros (oro a Innsbruck 1976 in slalom) in un’intervista recente, al giorno d’oggi per una cerimonia d’apertura non ci si può accontentare del lancio dei palloncini. E’ uno spettacolo mondiale e come tale deve essere organizzato. Si sta correndo il rischio però che la fase organizzativa e spettacolare prenda completamente il sopravvento, dal punto di vista ideologico e di immagine. Si tende ad organizzare un’Olimpiade in paesi dove vi sia rispetto per i diritti umani (ma ci sono molte eccezioni, da Los Angeles 1984 a Pechino 2008 per esempio, capitali di Paesi dove è -ed era- in vigore la pena di morte), ma avere Coca Cola come sponsor non crea problemi. Si esaltano la lealtà e la correttezza, mentre ci si rivolge ad enti ed aziende che quotidianamente non le rispettano.
L’organizzazione di Torino 2006 ha fatto tutto nei tempi, ha costruito opere che dureranno, ma ha fallito dal punto di vista ‘morale’: ha allontanato l’Olimpiade dallo sport, tant’è che l’unico argomento valido contro queste perplessità è che le gare cancelleranno tutto, che alle prime medaglie molte cose saranno dimenticate, che tanti sforzi saranno compensati da uno spettacolo irripetibile, sarà una grande festa etc. Ma c’è un errore: l’Olimpiade non è un processo prima di allontanamento e poi di riavvicinamento allo sport. Deve essere lo sport, deve rispettarne il più possibile i valori, in ogni momento ed in ogni fase, anche se siamo nel 2006, anche se dobbiamo essere visti da miliardi di persone. E’ questo scollamento, che ho avvertito per Torino, a preoccuparmi. Il centro deve essere l’atleta, la competizione, la lealtà, anche nel momento in cui si cercano fondi per il PalaIsozaki. La sfida futura sarà di ritrovare questo equilibrio, pur organizzando la più spettacolare delle cerimonie d’apertura. Andando avanti così, invece, ci saranno sempre più show, soldi, gadget, ma comprenderemo sempre meno la poesia di un arrivo in volata dopo decine di km passati a superarsi tra i binari di una pista di fondo, tracciati tra montagne di straordinaria bellezza.

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Il Di Canio che ci meritiamo

12 Dicembre 2005 13 commenti

Circa una settimana fa, su un sito di pallacanestro toscana, veniva postato lo sfogo di un anonimo, che denunciava i ripetuti fischi all’indirizzo di un ragazzo di colore, in una partita Under 14 (sottolineo: Under-14!), ogni qualvolta questo giocatore toccava la palla. Immaginiamoci gli spalti: chi può esserci una domenica mattina in una palestrina di provincia, a vedere una partita di basket di ragazzini? Parenti: fratelli, sorelle e genitori. Non gli ultras di curva. Pare che non sia un episodio isolato. Ormai, e fortunatamente, nelle palestre cominciano ad esserci molti ragazzini di colore, magari immigrati di seconda generazione, oppure figli adottivi. E’ un segno di integrazione, secondo me ancor più significativo della presenza di bambini di colore a scuola. L’attività sportiva è facoltativa. E’ il segno che ci sono famiglie che scelgono, e si possono permettere, di far fare ad un ragazzino un’attività divertente, col pensiero, immagino, che questo sia un modo migliore di altri per introdurlo nella nostra società. Tutto giustissimo. Peccato che poi questo ragazzino si debba beccare i fischi dei genitori dei suoi avversari, solo per il colore della sua pelle.
Ieri avrei voluto mandare un po’ di foto di Di Canio che fa il saluto romano a quegli inglesi che sono riusciti a dargli un premio fair-play, e avrei voluto far loro leggere le sue dichiarazioni. Ne scelgo una: “Siamo orgogliosi di essere obiettivo di gente che non incarna i nostri valori. Voglio solo ringraziare di cuore tutti i tifosi della Lazio che ieri erano a Livorno. Portano in giro valori e civiltà, ci mettono sempre la faccia e non si nascondono. Li abbraccio, così come abbraccio quelli che non sono potuti venire in una piazza rossa che ogni volta manifesta volgarità nei nostri confronti. Sono orgoglioso di far parte di questo popolo laziale. Quando si hanno valori veri, si è sempre nel giusto”.
I valori della Lazio e di Di Canio sarebbero quindi quelli fascisti, che non serve elencare. Attenzione: non è una rivendicazione politica, ma un richiamo a qualcosa che dalla politica è fortunatamente fuori, ma che, come un fiume sotterraneo, riemerge a volte, e spesso nelle curve degli stadi. Di Canio voleva provocare: voleva fare una cosa “di destra”, in uno stadio politicamente orientato diversamente. Ma è andato oltre, perché il saluto romano non è più politica. Ha evocato “valori” molto diversi ormai da quelli della destra, ma molto vicini a quelli di certe tifoserie. Tra questi “valori” c’è sicuramente il razzismo, anzi forse è l’aspetto più costante e visibile, e manifestato con maggiore frequenza, nelle parole e negli atti.
Detto che Di Canio è un irresponsabile, prima di tutto, non bisogna fare l’errore di ritenere lui, e certi tifosi, come una frangia estrema e isolata, come persone avulse dalla nostra società. Ci siamo anche noi, c’è un arbitro che non interrompe una partita nonostante un giocatore si rifiuti di continuare perché lo insultano da ore (Zoro), ci sono genitori di ragazzini che fischiano un tredicenne tutte le volte che tocca la palla e così via. Viviamo in una società in cui purtroppo ogni richiamo all’intolleranza, ed il saluto romano è uno di questi, non cade nel vuoto. Tant’è, che anche da quella destra che tanto si è sforzata di prendere le distanze da un certo suo passato, arrivano commenti come questo:
“Se anche avesse fatto un saluto romano, è ora di piantarla con queste esagerazioni. Ognuno saluti come vuole. Non mi pare sia un gesto violento, e non c’è nulla di drammatico. Se poi è vietato dai regolamenti lo puniscano ma non facciamone un dramma” (La Russa). No, caro Ignazio. Negli stadi, il saluto romano è un gesto che incita alla violenza, fisica e verbale. E’ vero, non c’è bisogno di farne un dramma. E’ già un dramma di per se.

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Buzzer beat!

22 Novembre 2005 6 commenti


Se dico “buzzer beat” forse qualcuno penserà ad un ballo, ad uno stile musicale, o a una sveglia. Ma forse tutti gli appassionati di basket riconosceranno in queste due parole il sogno di ogni giocatore e di ogni spettatore. Poche volte trovo le lingue anglosassoni più efficaci della nostra, una di queste è quando si tratta di descrivere le azioni dello sport. “Buzzer beat” suona molto più sensazionale di “canestro sulla sirena”. Perché è di questo che si parla.
Ogni buzzer beat dà una certa soddisfazione, ma vogliamo mettere la differenza tra un tiro sulla sirena quando sei agevolmente sopra di venti, o malinconicamente già sconfitto, o quando stanno semplicemente scadendo i 24 secondi, o il primo quarto e quel tiro, quell’unico tiro, che in un secondo o poco più cambia l’esito della tua partita? Magari del tuo campionato? E poi c’è secondo me il massimo dei massimi, ovvero il buzzer beat da tre punti, da 6,25 metri e indietro. Metterei la firma su qualsiasi tiro, anche un tap-in da sotto, che mi facesse vincere, ma non c’è spettacolo più grande di vedere il tiro di una squadra sotto di due punti che parte prima della sirena, il pallone si alza mentre tutti trattengono il fiato, la sirena suona, ed un attimo dopo… canestro! Vittoria di uno. E’ il massimo, della felicità e della delusione.
Ho visto tanti buzzer beat ma solo alcuni sono memorabili. Ho visto Reggio Emilia salvarsi per un buzzer beat da tre da metacampo, mio padre piangeva di gioia. Io ho fatto perdere la mia squadra per un buzzer beat a Perugia, secoli fa: sei secondi dalla fine, sono in lunetta, più uno. Segno un libero su due, io, la specialista. Più due. Le avversarie prendono il rimbalzo e danno palla alla loro tiratrice che poco dopo la metacampo fa partire la sua bomba… mi ricordo ancora il pallone che si alza, la sirena che suona, e la retina che si muove. Meno uno, partita finita. Mi sono ripresa dopo un mese. Avessi segnato tutti e due i liberi, era almeno supplementare o magari chissà, non avrebbe segnato… e invece no. Per fortuna ho fatto anche vincere la mia squadra con un buzzer beat, l’anno scorso: sotto di due, dieci secondi dalla fine, contro la difesa a zona, play passa all’ala, che ripassa al play, che passa all’altra guardia, che passa a me, due secondi, io tiro, uno, sirena, canestro. Più uno, per la disperazione delle povere savonesi. Io avrei potuto giocare altre venti partite, non sentivo più niente.
Il buzzer beat (da due) negato a Forti dell’Enichem Livorno nella gara 5 della finale scudetto del 1988 contro la Tracer Milano ha segnato un’intera generazione di cittadini labronici. Il sogno di Livorno infranto per un niente. Fu l’unica volta in cui la Domenica Sportiva dedicò un’intera moviola al basket. Si dimostrò che il canestro non era valido, avevano ragione gli arbitri. A quell’azione di Andrea Forti, vista e rivista mille volte in televisione da ragazzina, ripenso tutte le volte in cui entro a giocare al Pala Allende di Livorno.

Il buzzer beat è il brivido della sorte, che può cambiare in un secondo: nel breve arco disegnato dal pallone, scorrono tutte le possibilità, è un attimo in cui ogni verdetto è sospeso, la bilancia è in perfetto equilibrio, il tempo si ferma, quasi a trattenere le emozioni, prima che esplodano.

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Super Amélie!

14 Novembre 2005 Commenti chiusi


Alla fine ce l’ha fatta! Amélie Mauresmo ha conquistato il primo titolo veramente importante della sua carriera, il Masters (torneo di chiusura della stagione tennistica, riservato alle prime 8 giocatrici del mondo). A Los Angeles ha battuto Mary Pierce 5-7 7-6 6-4 in un match tiratissimo, durato più di tre ore, che è stato definito uno dei migliori incontri dell’anno, se non il migliore. Prima francese nella storia a vincere questo torneo, Amélie sarà anche contenta del premio in denaro, di 1 milione di dollari. Per una volta aggressiva e concentrata lungo tutto il match, Amélie ha saputo soffrire, andando in svantaggio nel primo set, e recuperare, grazie ad un tennis di ottimo livello e ad una freschezza atletica superiore a quella della Pierce – che comunque ha lottato fino all’ultima palla, nonostante i suoi 31 anni, cinque in più dell’avversaria.
Amélie a fine gara:”E’ la vittoria più importante, ovviamente, e per me costituisce uno dei momenti migliori e più emozionanti… E’ una sensazione bellissima, ed è stato un match così lungo. Ho aspettato così tanto questo momento!… E’ sicuramente un passo importante per me, non so dove mi porterà, ma è davvero grande quello che sono riuscita a fare oggi”.
Mary:”Ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità, ho dato il massimo. Lei era molto motivata in campo, oggi. Lo vedevo. Voleva questa vittoria. Ha giocato sicuramente molto meglio di quanto non avesse fatto due giorni fa, quando l’avevo battuta. Credo che sapesse che avrebbe dovuto giocare molto bene ed essere aggressiva per battermi, e l’ha fatto”.

Per Amélie forse è arrivato il momento di svolta per una carriera in cui ha raccolto ancora poco rispetto al suo grande talento; Mary chiude la stagione tra le prime cinque del mondo, ed è un risultato strepitoso per un’atleta che nell’aprile 2002, a 28 anni era al n. 295. Buone vacanze a entrambe.
Riferimenti: Il sito di Amélie Mauresmo

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Finale tutta francese al WTA Masters di Los Angeles!

13 Novembre 2005 Commenti chiusi


Per concludere degnamente la pagina filofrancese: a sorpresa nei Masters femminili di Los Angeles ci sarà una finale tutta transalpina. Si affronteranno Mary Pierce e Amélie Mauresmo: la prima in semifinale ha battuto Lindsay Davenport 7-6 7-6, la seconda ha regolato Maria Sharapova per 7-6 6-3. Nessuna francese ha mai vinto il Masters: comunque vada, sarà un risultato storico.
Dei due risultati è molto più sorprendente il secondo: la Pierce è in forma strepitosa e la sua distanza dalla Davenport non era così grande come quella tra le due contendenti della seconda semifinale. La Sharapova non ha la tecnica della Mauresmo, ma è molto più forte mentalmente, specie nei momenti importanti; l’altra invece è limitata da un carattere non proprio di ferro, che ha fatto spesso la differenza in suo sfavore.
Io sono in grande conflitto di interessi per la finale: ho avuto la fortuna di vedere la Pierce questa primavera agli open di Roma nella (bella) partita persa agli ottavi con la Sharapova, ed è stato un vero piacere, perché gioca bene, con intelligenza, ed è sorretta da una grande condizione. In campo è quasi indisponente per quanto è agonisticamente furba e cattiva. E’ anche l’ultima rimasta, ad alti livelli, di una generazione di tenniste cui, per motivi anagrafici, sono affezionata. Sarebbe una grande vittoria per lei, dopo due finali perse di slam quest’anno, a Parigi e New York.
Ammiro Amélie per il suo grande talento, per il coraggio fuori dal campo (per chi non lo sapesse, è una delle pochissime tenniste ad aver parlato subito, diventata pro, apertamente della propria omosessualità e a parlarne tuttora senza timori per eventuali conseguenze) e la sua debolezza agonistica in fondo la rende un po’ più umana di tanti altri sportivi dotati di killer instinct; il problema è che tifare per lei è un po’ come tifare per l’Inter…
Per entrambe (insieme nella foto), sarebbe una delle vittorie più prestigiose in carriera. A domani il verdetto del campo: il pronostico dovrebbe pendere verso Mary, che ha già battuto Amélie in questi Masters, e che è mentalmente più forte.

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Supercoppa volley femminile: forza Perugia!

22 Ottobre 2005 1 commento


Oggi pomeriggio a Torino, primo turno di Supercoppa italiana di volley femminile, che vede partecipare le quattro migliori formazioni della passata stagione. Si comincia con Novara-Perugia, a seguire Chieri-Bergamo, con pezzi di diretta delle partite dalle 15.30 su sabato sport rai 3. Domani l’atto conclusivo.

FORZA PERUGIA!

Ciao Willy

20 Ottobre 2005 3 commenti


Willy Sojourner 1948-2005

Tutti i tifosi di basket lo ricordano.

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