I pendolari del cuore.

17 Dicembre 2012 7 commenti

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Oggi sono arrivata in stazione con un po’ di anticipo. Ho addirittura chiesto al bigliettaio dove prenotarmi il posto, in quale carrozza: l’unica senza scompartimenti… non li sopporto, gli scompartimenti. Venti minuti prima della partenza, il treno era già sul binario, salgo e c’è solo una persona nella mia carrozza. Curiosamente, ho il posto prenotato accanto al suo, ma mi sposto e mi metto in un posto dove non c’è nessuno, quattro sedili e un tavolino tutto per me. Tanto lo so che il treno sarà vuoto.

Pochi minuti dopo, altra scena, arriva il legittimo proprietario del mio posto. Gli dico, guardi, mi sono messa qua perché così stavamo tutti più comodi. Mi sorride e mi dice: nessun problema, mi metto qua e si siede accanto a me, ma dall’altra parte del corridoio. Quattro sedili e un tavolino tutto per lui. E’ un bell’uomo, circa 50 anni, jeans, belle scarpe, bel maglione. Una valigia sportiva. L’iphone, a cui attacca le cuffie bianche e si mette ad ascoltare musica. Io accendo il mio mac, attacco la chiavetta, mi metto su internet, ebay, facebook, la posta elettronica.

Arriva il controllore e nota che nessuno è al suo posto. Quello del signore accanto a me, addirittura, doveva essere molto più lontano di lì, secondo il controllore, e non a due sedili di distanza, come era scritto sul biglietto. Il signore si volta verso di me cercando complicità e appena il controllore se ne va, ci mettiamo a chiacchierare. Ha voglia di parlare, il mio compagno di viaggio. E nel suo racconto della sua esperienza in treno, entrano tante notizie personali, quasi traboccanti…

Da sei mesi fa il pendolare “per motivi personali” dalla Lombardia alla Toscana, e parliamo dei treni, parliamo della Lombardia, della Toscana, del clima padano e di quello toscano. Oggi era bellissimo in Maremma, e lui mi dice che è uscito con la sua compagna a portare fuori il cane e c’erano 19 gradi, mentre a casa sua c’è neve. io gli dico che a Reggio Emilia è nevicato per l’Immacolata e lui mi dice del clima di Reggio, dove ci sono parenti della ex moglie, come se il suo cuore si spostasse sulle linee del treno, tra Milano e Bologna, tra Milano, Genova e Roma… parla, parla di sé, delle ferie che ancora può prendersi, dei viaggi che vorrebbe fare, partendo da Pisa per Sharm (“ma chissà se partiremo… beh il biglietto l’abbiamo fatto…”), passando dalla sua vita precedente, dalla sua donna orecedente, a quella attuale.

Pendolare per amore. Il pendolare per amore viaggia nel weekend e non nei giorni lavorativi. Va verso il piacere e lo lascia, va e lascia l’oasi di calore che si è ritagliato, a differenza del pendolare per lavoro, che fa il contrario, lascia il calore e ci ritorna. Il pendolare del cuore viaggia seguendolo, il cuore, viaggia nella passione, viaggia fino a che non pesa prendere quel treno, ma nel frattempo, fino a che non sentirà la fatica del viaggio, sarà il viaggio più leggero del mondo. Il pendolare per lavoro non ha voglia di parlare di sé. E’ su quel treno, ha una giornata di lavoro davanti, o l’ha appena lasciata, come sempre, ogni giorno uguale all’altro. Il pendolare del cuore invece sa che l’essere lì, su quel treno, in quel momento, ha un significato unico, unico tutte le volte che si ripete.

Faccio centinaia di km per una donna, vado da lei e penso alle mie ferie con lei e inevitabilmente è una vita di organizzazione, di orari, di mezzi di trasporto, è una vita di distanze colmate da internet, dall’iphone… Una vita in cui non potrò mai incontrarti nella pausa pranzo, o mandarti un sms per prendere un caffè con te mezzora dopo. Una vita in cui quel treno mi regala un’eccezione rispetto al quotidiano, uno spazio da costuire e un tempo da trovare.

Questo signore maturo parlava del suo viaggio con la tenerezza di un adolescente e con l’insicurezza di chi vive un amore appena nato e così lontano. Andrai a Sharm a gennaio, con le ferie rimaste e col biglietto scontatissimo che hai prenotato tempo fa, sull’onda dell’entusiasmo di un nuovo incontro? Mi immagino la tua compagna come più giovane, bella, e ammirata. Tu sei un uomo attraente e intelligente, comunicativo, ma hai paura di perderla. Vuoi ancora illuderti, sai che vale la pena fare 5 ore di viaggio per lei, hai ricevuto questo dono e vuoi onorarlo finché puoi. Sei stato sposato, sai che tutte le promesse possono andare in fumo, sai che tutto può crollare. Ma aspetti la sua chiamata, le mandi sms, pensi a lei (“oggi sono un po’ con la testa fra le nuvole, non leggo ma ascolto musica”), a voi, al senso di tutto questo.

I pendolari del cuore. Come me. Come questo signore, come la ragazza che ho incontrato una settimana fa. Su treni improbabili, vuoti, i treni del desiderio, della distanza, della malinconia, di una vita sdoppiata, il dovere in un luogo, il cuore altrove. E tutto l’amore del mondo ad annullare questa distanza. Sto arrivando a Pisa, mi alzo, stiamo per salutarci, squilla il tuo telefono e tu dici “ecco…”. E’ lei, che sta annullando i km che hai percorso da quando vi siete salutati. Ci salutiamo in fretta, buon viaggio, tra uno squillo di telefono e un altro. Buon viaggio. Scendo e penso: spero che ci andrete a Sharm. E penso: spero che andrò in Francia, quest’estate.

Spero che, per i pendolari del cuore, tutti questi km non diventino mai una distanza.

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Le nostalgie.

12 Settembre 2012 Commenti chiusi

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Stasera guidavo tra Pontedera e Pisa. Ero stata a trovare una persona che ho frequentato per un po’, dovevo restituirle una cosa che mi aveva prestato. Appena l’ho salutata, ho mandato un sms che diceva “Arrivo tra mezzora” e mi sono messa in strada, sbirciando la risposta “Ok. Ti aspetto”. Guidavo e pensavo, a te, che mi stai aspettando; a lei, che ho fatto andare via; ma anche a te, che ho sperato fossi la persona per me, e so che non lo sei; e ancora a te, ad un legame che è sopravvissuto per 15 anni, trasformandosi, approfondendosi ogni giorno; a te ancora, ti ho parlato dopo anni e anni, perché il lavoro è lavoro; e tu, che sei lontana e tu ancora, che mi hai distrutto e non riesco a perdonarti… E di nuovo a te, che sei sempre lì ad aspettare che torni e che ti chiami. Guidavo e pensavo, a me e alle persone che ho incontrato.

Allora ho alzato al massimo il cd di Fossati che ho nel lettore… “La costruzione di un amore, spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, se te ne rimane”, al massimo, “dietro una porta un po’ d’amore per quando non ci sarà tempo di fare l’amore, per quando farai portare via la mia sola fotografia”, più forte, e mi sentivo cantare “la costruzione dell’amore non ripaga del dolore, è come un altare di sabbia in riva al mare” e mi sentivo commuovermi fino alle lacrime. Una strada deserta, io che piango e canto, penso a tutto quello che è passato, penso a quello che ho lasciato di me, a quanto avete visto di me e a cosa avrei voluto lasciarvi. Penso a quanto, alla fine, siamo distanti.

 

“Alcuni conoscono bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci
io conosco le separazioni
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle io delle nostalgie.”

(Nazim Hikmet).

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A desert road, from Vegas to nowhere.

14 Agosto 2012 Commenti chiusi

Sono ripartita per un lungo viaggio, il terzo di questi mesi vagabondi. Mai come in questo periodo ho sentito la necessità di muovermi, di prendere le distanze, di fare esperienze nuove. Perché la mia vita sta andando in una direzione che non mi piace, che non accetto e che un po’ mi spaventa. Come un verdetto da contestare, la mia parità che non sopporto, la medaglia che non mi appartiene… il lavoro che non voglio. La devo vedere da lontano, questa vita che non voglio, come un canyon all’orizzonte che cominci a scorgere, lo intuisci, vedi che si avvicina. Ma non sai quanto è profondo, sconvolgente, pauroso, finché non sei sulla sua soglia. Poi mi ci riavvicinerò, al ritorno. Per vedere se qualcosa in me è cambiato nel frattempo. Se il canyon non è più la metafora dell’ignoto, se la drammatica erosione della nostra terra non è più l’immagine di uno stato interiore, lo scoprirò quando riaprirò la porta di casa.

Sono in USA. Tra California, Nevada, Utah e Arizona. A vedere dei parchi, ma in realtà sto facendo un’esperienza incredibile. Sto vedendo cose che non credevo esistessero, ho davanti a me degli scenari per i quali la mia mente non è preparata.. non c’è niente di paragonabile nella mia esperienza, è uno choc. La Death Valley è un deserto  dalle distese enormi e rovente, il luogo più caldo della terra, dove ho percepito i 51 gradi. Indescrivibile. Vedere il paesaggio dei canyons è come tornare alla creazione del mondo, come aprire la terra e guardarne l’interno. tornare indietro nel tempo e rivivere i milioni di anni che hanno portato a uno scenario come questo. Torno a pensare alla terra come un pianeta, alla storia come a qualcosa di più lungo dei pochi millenni che ho studiato, ad un tempo lunghissimo in cui sono avvenuti cambiamenti straordinari.

Sono una persona laica e razionale. Studio e sono abituata a pensare in termini di cause ed effetti. In questi giorni, tra il serio e il faceto (ma tendendo più al primo) con la mia compagna di viaggio riflettevamo che davanti a spettacoli come quelli di Bryce Canyon, della Death Valley, di Canyonlands la stretta teoria geologica non ci soddisfa. Perché Big bang, erosione, vulcani, fiumi e piogge non possono spiegare un paesaggio così. Qui, pare che qualcuno si sia divertito a giocare  e a creare ogni tanto archi, ogni tanto distese di sale, ogni tanto a mettere una temperatura di 50 gradi, ogni tanto a fare canyons. Non torneremo credenti, no di certo, ma ci piace pensare ad un’altra spiegazione, a me, letterata, e a lei, biologa… ad una natura diversa, non spiegabile con i nostri strumenti.

La mia compagna di viaggio è una persona che non conosco bene, ma di quelle con cui c’è stato subito un bel feeling. Questo viaggio è anche un’esperienza umana: sono partita con una persona che non conosco, un po’ come non ri-conosco me stessa. Accettare lei, un mondo diverso, un pensiero diverso, è come accettare se stessi. Stare ogni giorno a stretto contatto, passare ogni minuto insieme, imparare a convivere con lei, persona sveglia, intelligente, capace e allo stesso tempo distante da me, forse mi aiuterà a imparare a convivere con me stessa.

E poi c’è il deserto della West coast. Perché queste strade infinite corrono nel niente. tra una città e l’altra, non c’è una forma di vita. Non c’è niente, solo desolazione, una terra senza fine in cui a volte si alzano all’orizzonte canyons sterminati. Questo viaggio è un viaggio anche nel vuoto. Nel silenzio, nelle distanze. Il mondo del film Bagdad Cafè, che ora e forse per la prima volta, capisco davvero, come capisco la sua splendida colonna sonora.

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Euro 2012. Vigilia.

1 Luglio 2012 Commenti chiusi

Difficilmente un campionato europeo ha avuto un valore simbolico più forte di questo euro 2012. Ogni partita è diventata una riflessione sullo stato di salute economica dei singoli stati, con il risultato, scontato, che la crisi presente non determina in alcun modo il risultato sportivo. Perché la crisi c’è oggi, il valore di una squadra nazionale si determina grazie al lavoro di molti anni. Quindi giustamente a casa Francia, Inghilterra e la fortissima Germania, fortissima non perché abbia un PIL stratosferico, ma perché ha avuto tecnici intelligenti e vivai che hanno sfruttato al meglio una delle più grandi risorse di questo nostro tempo, ovvero l’immigrazione, che ha portato forze fresche, nuovi talenti, nuove doti. Ma a casa anche la Germania, in finale ecco il derby dello spread, Spagna e Italia.

Italia che mi pare sia seguita con un affetto che non ricordavo da anni. Perché forse tutti ci immedesimiamo in un gruppo di persone guidate da un tecnico dall’umanità straordinaria, come Prandelli, ma che è ben lontano dall’essere un esempio. E’ un gruppo imperfetto. E’ un gruppo che lotta anche contro se stesso. Ci sono ben pochi atleti esemplari in questa nazionale, ci sono i giovani sbandati, quelli dal passato difficile, ci sono i vecchietti con le loro debolezze e le loro manie, c’è il ragazzo di Bari vecchia omofobo senza sapere cosa vuol dire. C’è anche qualche bravo ragazzo.

Prandelli è un tecnico straordinario. Ha dato un cuore a questa nazionale, ha dato un cuore a chi non sapeva di averlo. Ha dato valori dove non ci sono, umanità, rispetto. Ha visto il talento oltre ogni cosa, ha visto le qualità e le ha sfruttate al massimo.

Balotelli è l’icona della nostra nazionale. Un’icona d’ebano. E’ fantastico, tutti ci riconosciamo in questo ragazzo impossibile, capace di ogni follia, ma che segna i due gol più importanti della sua carriera e corre ad abbracciare la mamma. Balotelli l’abbandonato, ora ha milioni di babbi, mamme, fratelli e cugini. Balotelli è la nostra favola, così reale, così bella. Il bambino rifiutato, nero, arrabbiato, che segna e stringe la sua maglia azzurra, stringe la sua appartenenza all’Italia e a una famiglia ebrea che gli ha dato una seconda vita. Nero ed ebreo. Un concentrato di diversità che ora nessuno sembra più vedere.

La bellezza di questa Italia è nel riscatto. Quello di Balotelli, di Buffon, dello stesso Prandelli, dell’Italia tutta. Esiste un rettangolo verde nel mondo in cui l’Italia sprecona, immorale, intollerante, rifiutata, si riscatta e vince. Amiamo questa Italia perché fa quello che vorremmo fare tutti: vincere, nonostante le nostre clamorose mancanze. Riscattare una crisi. Essere ancora capaci di pensare ad un sogno e riuscire a renderlo realtà. Comunque vada domani, contro la squadra più forte del mondo, abbiamo già vinto.

Citazione. Jeanette Winterson, Scritto sul corpo.

24 Giugno 2012 Commenti chiusi

“Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce: quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì. In certe parti il palinsesto è inciso con forza tale che le lettere si possono sentire al tatto, come fosse stato scritto in braille. Preferisco tenere il mio corpo ripiegato, al riparo da occhi indiscreti. Mai aprirsi troppo, svelare tutta la storia”.

Io sono una persona che non ha mai rispettato il proprio corpo. Non l’ho scritto, l’ho imbrattato a tal punto da non riconoscerlo più, tanto che è diventato qualcosa di alieno da me. Faccio delle cose senza pensare che così macchio il mio corpo, è come se avessi perso il senso di responsabilità verso di lui, ammesso che l’abbia mai avuto. Ecco perché lo nascondo il mio corpo, lo ripiego, perché ho paura di svelare quella che è una storia di maltrattamenti che io prima di tutti gli ho inferto. Non c’è niente di clamoroso, niente di visibile a prima vista. Il mio sembra un corpo normale, anche senza vestiti non c’è niente che si veda di quello che gli ho fatto. Un corpo non si svela nella nudità. Un corpo si svela parlandone, usandolo, nutrendolo, muovendolo, paradossalmente lo si svela più per come lo si copre che per come lo si scopre. Chi capisce davvero perché mi vesto così, sa cos’è successo al mio corpo.

Adesso mi rendo conto di cosa significhi aver perso il proprio corpo, non volerlo più leggere, perché ci sono solo macchie e quelle macchie parlano più di una vera scrittura. Non so se a 40 anni riuscirò a riconquistare il mio corpo. Temo di no. Ma certamente, nel perderlo ho perso molto di me stessa,  ho perso la sicurezza dei miei confini, l’aderenza e il controllo con la parte tangibile di me. Così, non ho confini, non ho controllo e forse tutto quello che vorrei è tornare in quella che prima di tutto è la mia più intima casa, quella di cui conosco ogni angolo, quella di cui so la vera storia.

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London, 2012.

19 Giugno 2012 1 commento

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Ho suonato al campanello della tua casa di Londra, oggi. Mi hai aperto e ci siamo guardate come due persone che si conoscono da 25 anni e che ogni volta scrutano l’altra per vedere se ci sono cambiamenti evidenti. Come in uno specchio, mi guardi per vedere se sei cambiata tu. Io ti ho vista stanca, oggi. Provata. E dovresti avermi visto allo stesso modo. Poi siamo uscite a prendere un caffè, che è stato un caffè lunghissimo. Perché mi hai chiesto e ti ho chiesto, ti sei sciolta e hai parlato di te, e io mi sono sciolta e un po’ ti ho detto di me.

Non stiamo bene e lo sappiamo, non è un bel momento per tutte e due. Eravamo due persone brillantissime da adolescenti, ora nessuna di noi ha un lavoro vero, anche se continuiamo a perseguire i nostri sogni. Siamo ferite, siamo sole, viviamo, conviviamo con l’idea di non aver costruito niente, a 40 anni, ed è pesantissimo. Stiamo guardando in faccia i nostri errori e le nostre mancanze, stiamo realizzando che credevamo di avere qualcosa di speciale, e invece rispetto a quello che vorremmo ottenere non siamo del tutto “giuste”. Forse la strada che abbiamo scelto non era quella più adatta a noi. Forse siamo sbagliate.

Eppure siamo ancora vicine. Siamo amiche, nel senso più bello, più profondo del termine. Vedere che qualcosa resta, oltre tutto, è come dire che esisto io, che sono legata a qualcuno e a qualcosa. L’amicizia esiste: oggi, dopo tante delusioni, ne ho avuta prova. E’ quella cosa per cui sono felice di stare da te, solo perché ti avrò attorno, ed averti attorno significa anche sentirmi me stessa.

 

 

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Così, sono esattamente così, parola per parola.

4 Giugno 2012 Commenti chiusi

In fondo, faccio tutto quello che fanno gli altri, ma non lo faccio più in modo istintivo. È ciò che una volta ho definito “vivere senza convinzione”. Si provano più o meno gli stessi desideri e le stesse soddisfazioni degli altri, ma qualcosa si è spezzato; e se non c’è rottura c’è distacco; non si è più dentro, è impossibile identificarsi con un qualsiasi atto, eppure li si compie tutti, si fa esteriormente parte della società, anzi della folla. Ma si è visto dentro le cose, se ne è percepita la non realtà, la profonda vacuità. Si apre in continuazione un intervallo fra sé e l’atto, fra l’atto e la cosa. Si cessa per sempre di essere interi. Non si sarà mai più tutt’uno con ciò che si fa. Non vi sarà più saldatura fra il sé e l’essere. Perché non ci sarà mai più essere nell’antico senso

della parola. Tutto è diventato apparenza? No. Ma più niente è, più niente assomiglia a quel che era prima. Non è il reale a essere trasfigurato, è il vuoto.

[Emil Cioran, Quaderni 1957-1972]

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Acqua, aria, terra, fuoco. Dal mio viaggio/2. Montagna

25 Maggio 2012 Commenti chiusi


Acqua, come quella che ho dovuto attraversare sui sentieri, tanti ruscelli che d’estate sono quasi secchi, ora, dopo le piogge, con la neve sulle cime che si sta sciogliendo sembrano fiumi in piena; aria, come quella tersissima, pura, pulita e già un po’ rarefatta delle mie montagne; terra, come quella dei sentieri su cui ho lasciato le mie impronte correndo; fuoco, quello del mio camino, che serve a cuocere, a illuminare, a scaldarmi anima e corpo.

E’ la pace degli elementi, il ritorno alla semplicità delle cose, alla loro ineluttabile forza, alla loro presenza invincibile… tornare sulle montagne è trovare la certezza di qualcosa che c’è, che non è cambiato, torno dove sono sempre stata e dove sono sempre attesa. Torno agli elementi, ai miei elementi, che invado dei miei pensieri, della mia rabbia, dei miei sogni e dei miei ricordi, torno a quelle quattro essenze che percorro fino a perdere il respiro, da cui non vorrei staccarmi mai.

Quasi alla fine del mio viaggio avevo una cena. Venticinque anni dopo, la mia squadra “cadette”, nate nel 72, 73 e giù di lì. Non c’è niente che tiene unite le persone, come aver condiviso lo sport. Sono bastati pochi minuti ed eravamo di nuovo quella squadra, con il nostro allenatore che si ricordava ogni singola cosa. Tre ragazze sono tuttora inseparabili. Che splendore. E che sensazione, parlare con persone che hanno un’immagine di me che non corrisponde più al vero… non sono più quella ragazzina, così seria, come dicevate, non piangevo mai, solo concentrata sul gioco, sull’allenamento, forte, sicura, matura. Sono sempre il loro capitano, quella più brava, quella che faceva giocare meno le altre perché doveva stare in campo. Non sono più quella persona. Ero molto più solida allora. Era il tempo della pienezza, dell’intero, dell’energia e del talento. Che in 25 anni sono diventati… altro. Ma tornare ad essere guardata così, con quella fiducia e con quella stima, mi ha fatto piacere e per contrasto mi ha fatto riflettere su quanto tutto ciò mi manchi.

Ma alla fine, la serata mi ha detto: si, fare sport ha senso. Giocare ha avuto senso. Mi ha dato una pienezza che non ho mai più ritrovato. Mi ha dato legami sinceri, mi ha dato identità.

E con tutto questo, lungo il mio viaggio ho dovuto prendere una decisione molto dolorosa. Lascio, per quest’anno. Lascio la pallacanestro,non alleno, devo prendermi una pausa. Devo risolvere troppe cose e ho bisogno di energie, di tempo e di testa. Mi mancherà tutto, ma in particolare il mondo del gioco, dei sorrisi, della confusione di 12 ragazze che corrono dietro una palla in una palestra. Vedrò solo il mondo avvelenato, raggrinzito, povero del lavoro, l’accademia, l’università. Non posso presentarmi ancora davanti a una squadra essendo così fragile, preoccupata, così tormentata. Le ragazze ti smascherano, ti leggono nel pensiero, non puoi fingere, sono troppo sveglie, dipendono troppo da un allenatore o un assistente per non percepire le sue variazioni di umore.

“La vita non finisce al quarantesimo. Gioca bene i tuoi supplementari”, mi hanno scritto. Non mi hanno scritto qualcosa come “grande elena sei una forza”. O “coach, come faremmo senza di te”.  Mi hanno scritto un’altra cosa. Mi hanno scritto giocatela, la tua partita. Come dire, sei nella mischia, lavora, muoviti. Gioca e gioca bene, sono i supplementari… al quarantesimo è parità e lì, in quei supplementari, dopo il quarantesimo, si decide la tua vita. Se delle ragazze di 16 anni mi hanno scritto una cosa così, hanno capito tutto. Hanno capito che qualcosa c’è da risolvere, dopo il quarantesimo, una parità da spezzare, un tempo segnato che non si può sprecare.

Un anno senza di loro. Un anno senza pallacanestro, solo lavoro, perché a 40 anni sono ancora precaria e voglio lavorare all’università. Il mio lavoro non deve essere solo l’insegnamento a scuola. Quella è la parità del quarantesimo. Voglio qualcosa di più. E voglio giocarmi le mie chances al meglio. E’ triste dover rinunciare anche solo temporaneamente a qualcosa che fa battere il cuore… è ingiusto che si debba essere costretti a farlo, perché ancora senza un lavoro vero. Ma devo giocare al meglio. Devo aver più tempo per allenarmi, per prepararmi. Gioca bene i tuoi supplementari. Sei arrivata al quarantesimo e non hai vinto. Non hai nemmeno perso. La partita si decide da qui in avanti.

Lo sport ha senso, ha meravigliosamente senso. Lo conosco profondamente, so cosa dà e cosa toglie. L’ho attraversato, l’ho capito, ho trovato quello che cercavo. So cosa lascio, so perché lascio. Ora, davvero è il momento di fermarsi.

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Le palline da tennis.

22 Maggio 2012 Commenti chiusi
“Non è la mia ragazza, credimi” (…) “Andiamo a letto insieme ogni tanto, tutto qui”. Quando la possibilità di una storia fra loro due era sfumata, Emma si era sforzata di fare il callo all’indifferenza di Dexter e ormai una battutaccia come quella non le procurava più dolore di una pallina da tennis contro la nuca. Ormai non batteva quasi ciglio. (…) Dex abbassò la voce fino a farla diventare un rantolo da maniaco. “… e mi bacia, capito?”. “Ti bacia”, fece Emma, e un’altra pallina da tennis colpì il bersaglio. (…) “Mi sbaglio o me l’hai già raccontata questa storia?”. “No, quella era un’altra ragazza”. Adesso le palline da tennis stavano arrivando a raffica, con in mezzo anche qualche sberla. 
 

Un bel libro, “Un giorno” di David Nicholls. Emma e Dexter passano insieme la notte della loro laurea, poi si allontanano, si cercano, restano amici… e si incontrano di tanto in tanto. Lui è un donnaiolo, un presentatore televisivo di successo, pieno di donne, dedito all’alcool e alle droghe, lei una sognatrice, intelligente, dolce e intensa. Mi sono piaciute queste palline da tennis. Il colpetto, piccolo ma fastidioso, del racconto degli amori da parte di chi vorremmo amare, ma non possiamo (più). Più colpetti, qualcuno più forte. Che diventano una pioggia di palline e sberle, nel sentire che una mente, un corpo, un cuore che vorremmo è di altri.

Mi racconto che sono tranquilla. Sono gentile e premurosa con la persona che ho più amato, e faccio cortesie a lei e alla sua ragazza. Ma poi la pallina arriva, precisa, sulla testa. Cerco di essere impassibile ai messaggi d’amore pubblicati sulla bacheca di facebook di una persona che mi piace molto. Ma ogni messaggio è una pallina.

E quando le vedo insieme, sono più palline, e più pesanti. Alle dichiarazioni d’amore eterno, le palline sono poche, le sberle tante.

Mi racconto che sono tranquilla. Ma a volte mi prende un grande struggimento per quello che non ho (più) e con il passare del tempo, questo struggimento si acuisce, perché ogni giorno che passa, quella che è mancanza diventa sempre più un vuoto definitivo. Non ho più avuto l’intero. Ho avuto lei-che-mi-faceva-sentire-come-nessun’altra, lei-con-cui-facevo-tante-belle-cose, lei-che-…wow!, lei-che-è-la-più-dolce-del-mondo, lei-che-oh-quant’era-bellafemminileunaveraconquistacomplimenti, ma non l’intero. Non più la leggerezza di un rapporto in cui due persone si amano e stanno bene insieme, non più la facilità della pienezza.

Senza intero, senza pienezza, avendo solo dei pezzi, o non avendo nemmeno quelli, arrivano le palline da tennis. Gialle, impertinenti, fastidiose, imprevedibili come una volée sbagliata e steccata che colpisce un raccattapalle.

Eccomi, un raccattapalle: a volte raccolgo le palline, a volte le schivo, a volte mi colpiscono e a volte fanno male, a volte no, a volte un po’. Poi comunque mi ricompongo, in attesa della prossima pallina.

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Protetto: Piccoli egoismi quotidiani. Dal mio viaggio/1: Venezia.

12 Maggio 2012 Commenti chiusi

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L’orso ferito.

1 Maggio 2012 Commenti chiusi

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Oggi sono stata ferita per l’ultima volta. Chi mi ha ferito non esiste già più. Ma restano la ferita, il male, l’abisso che parole dette senza rispetto possono scatenare. Sono un orso e gli orsi feriti in genere si nascondono, furiosi, tra i boschi e le montagne. Ma non ci posso andare. Allora c’è un riparo invisibile e a volte evanescente, è quello degli affetti, di qualcosa che mi faccia sentire me stessa. Con le fragilità, innegabili, che sono parte scomoda di me, ma che proprio per essere parte di me non meritano di essere colpite con tanta violenza. Non potendo vagare per i miei adorati sentieri, non potendo correrci fino a non aver più fiato per la rabbia, sublimo tutto in un sms ad un’amica, mi sciolgo ascoltando la musica degli anni in cui ancora potevo sognare, mi metto a catalogare i miei disegni e scrivo… sperando, un giorno, che tutta questa fragilità diventi una forza e che il dolore che ho provato, il fatto di dover accettare e sopportare il peso di una vita che non è quella che voglio e di essere diventata una persona che fondamentalmente non si riconosce, che tutto questo, un giorno, possa davvero essermi utile. Sono diventata questa, senza neanche accorgermene. Un’altra da me stessa, come dice la canzone. Ma non mi fermo più. Un orso ferito fermo e atterrato è una preda. Un orso ferito che continua a muoversi incute paura. E rispetto.

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(L’ultima occasione per) la felicità.

10 Aprile 2012 Commenti chiusi

Per caso, navigando su internet, ho trovato due riflessioni sulla felicità. La prima, che condivido riga per riga, è di un giornalista che ammiro molto, Gabriele Romagnoli, e oltretutto prende spunto da una partita di basket, il derby-scudetto Fortitudo-Virtus Bologna. Vinse la Virtus con un canestro impossibile di Danilovic. Ne potrei elencare molte altre di partite così, di sconfitte così. Chi non ricorda il canestro a fil di sirena di Livorno contro Milano, annullato? Ma l’importante nell’articolo, è la metafora della sconfitta, di quell’unica, profonda, sconfitta. Quell’unica, irrimediabile perdita.

L’altra è una vignetta di Schulz. Che si commenta da sola.

 

 

L’ultima Occasione Per La Felicità (http://naviinbottiglia.gqitalia.it/2012/04/05/lultima-occasione-per-la-felicita/)

Scritto da Gabriele Romagnoli alle 01.04 — Senza categoria

A mezzanotte ho ricevuto un sms da parte di un amico che ha un blog su questo sito. Aveva letto il mio post su Barcellona Real e scriveva: “Anima in pace Gabriele, quel derby maledetto con la Virtus non ce lo faranno più rigiocare”.

Lo so, è esattamente di quello che stavo parlando, in realtà. Della finale scudetto Fortitudo Virtus, la partita che doveva riscattarci da tutto, da “Noi tredici scudetti, voi una vita da poveretti”. La quinta e ultima, con l’angelo che doveva scendere con la carrucola a consegnarci il primo scudo, io che avevo attraversato l’oceano per esserci, con il mio fantasma preferito e la necessità di essere felice e non sempre esserci e basta. E’ scritto nella storia come andò: canestro da quattro punti di Danilovic e addio.

C’è una sconfitta, in fondo a tutte le nostre vite, per la quale cerchiamo rivincite. Cambiamo nome agli avversari e a noi stessi, spostiamo i luoghi i tempi, le probabilità. Cresciamo, invecchiamo, ci affanniamo per poter rimediare a quella. Ma la partita di ritorno non c’è mai. Perchè conta solo quell’unica, irripetibile andata. Anche se ti riportano il Liverpool, due anni dopo, è a Istanbul che vorresti ri-vincere, non ad Atene. Non è la stessa cosa e non lo sarà mai. Non vuoi la gemella, vuoi l’unica che hai amato e perduto.

Per cui sì, amico mio, io non torno a Bologna, ho rinnegato la Fortitudo, girato il mondo salendo su altri spalti con altri colori, barattando la passione con una dosata anestesia mascherata da entusiasmo e se vado a Monaco sarà per tornare a un palasport di 15 anni fa, ma non sarà mai possibile, e anche in un mondo parallelo rivincerà sempre la Virtus e Danilovic segnerà un canestro da 4. Ma vedi c’è una cosa a cui nessuno può rassegnarsi o almeno non lo so fare io: non può essere stata l’ultima occasione per la felicità. Sennò che me ne faccio di tutta questa vita che mi cresce addosso?

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44 minuti. 7km e 45. 513 calorie.

28 Marzo 2012 1 commento

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In un episodio di Cold Case c’è una scena che mi è  rimasta molto impressa. Il detective Lilly Rush affianca un uomo di colore, alto e maturo, mentre corre su una pista di atletica. E gli chiede, perché corri? Da cosa fuggi? Sapendo che è colpevole. E lui corre, continua, fino a che le sue colpe non lo fermano.

Ho sempre amato correre, sin da quando ero piccolina. Preferibilmente al tramonto, quando non di sera. Mi ricordo che da adolescente, nonostante mi allenassi tantissimo con la pallacanestro, appena potevo uscivo e correvo, con un marsupio enorme che conteneva il walkman. Scomodissimo. Correvo per le strade attorno a casa, fino alla mia vecchia scuola media, un percorso urbano, di periferia, con le strade larghe, i parcheggi dove fare gli allunghi, qualche guardinetto pubblico per non stare sempre sull’asfalto. Lo ricordo ancora oggi metro per metro, anche se ormai quella zona in cui c’erano ancora strade non asfaltate è diventata un quartiere residenziale percepito ormai come di centro città. Correvo e correvo.

Ricordo l’unica volta in vita mia in cui ho avuto paura a correre. E’ stata una sera di un anno per me cruciale, il 1991. Avevo 19 anni e di pomeriggio ero andata a vedere Il silenzio degli innocenti. La sera uscii a correre. Ero rimasta impressionata dal film e mi ricordo che avevo paura di passare per gli angoli bui, quasi che ci dovessi trovare Hannibal Lecter. Anche ne Il silenzio degli innocenti, proprio all’inizio, l’agente Clarice Starling corre e si allena, in un bosco nebbioso e desolato. Corre per allenarsi, Clarice, o corre per fuggire dal grido degli agnelli innocenti? Corre per allontanarlo da sé? Corre verso il silenzio e la pace?

A casa mia da molti anni faccio un percorso diverso, in direzione delle colline. Ci torno tutte le volte e tutte le volte ritrovo un po’ di me stessa, i pensieri che lascio attaccati agli alberi, alle case, alle curve e ai segnali stradali. Lascio sempre nuove emozioni e nuove sensazioni. E poi le torno a trovare. E ne restituisco altre.

Ogni luogo importante della mia vita ha una sua corsa. A 19 anni mi sono trasferita qua a Pisa e ho subito cominciato a correre. C’è un bellissimo parco lungo l’Arno, che si chiama Le Piagge, che è perfetto, anche perché prosegue con un sentiero molto lungo, lontano dal traffico, che consente di correre per tanti km. Poi ci sono i Condotti di Asciano, un sentiero che corre lungo lo splendido acquedotto mediceo. Anche lì attorno ci sono molti sentieri secondari: è un percorso molto bello, che ho scoperto da poco. Alle Piagge ho corso innumerevoli volte, le sere in cui non avevo allenamento, o nei periodi di tregua cestistica, come l’estate. Ci sono stata anche lunedi.

Ci sono le corse di Londra, a Regent’s Park, un paradiso. E di Parigi, quando stavo a Fontenay-aux-Roses (c’era un lungo sentiero fino ad Antony, oppure andavo al parco di Sceaux), o al parco di Montsouris quando ho abitato a Boulevard Jourdan, o ancora lungo la Senna, quando stavo in pieno centro, nel quartiere universitario. A Roma, in campagna a Maccarese. All’isola del Giglio, ora purtroppo così famosa, sulla collina che porta a Castello… un panorama incredibile, a picco sul mare e soprattutto nella parte finale è un percorso tutto rivolto a ovest, quindi verso il tramonto. L’estate scorsa l’ho scoperto e da allora l’ho fatto quasi tutti i giorni. E’ massacrante, sono tanti km, salita  e discesa, ma è spettacolare.

E poi c’è la corsa più bella di tutte, quella tra le mie montagne. Un percorso faticosissimo e difficile, che però mi fa quasi commuovere per quanto è bello. In mezzo ai boschi, solo su sentieri, dove non si incontra quasi nessuno…è più facile vedere qualche capriolo, o un cinghialotto che magari ti taglia la strada. C’è una parte sul crinale tra Emilia e Toscana che leva il respiro, in tutti i sensi. Quella corsa è una delle cose più belle della mia vita.

Perché corro, da sempre? Mi piace, si. Sono sportiva, si, ma il basket mi basterebbe. Cos’è davvero la mia corsa? Quando non posso correre all’aperto, vado in palestra, sul tapis (e sullo step e sul vogatore, in quest’ordine). Non è la stessa cosa, ma è un buon surrogato. Proprio qualche giorno fa impostando il mio allenamento sul tapis, ho capito che rappresentavo qualcosa di non rappresentabile. I 44 minuti di durata, i 7 km e sgoccioli che faccio, sono una corsa interiore, che non ha tempo, né spazio. Perché in quel tempo e in quello spazio io copro una distanza che è incommensurabile. E’ la distanza che riporta a me, a quello che mi fa stare bene o male, alle ferite e alle gioie. E’ una corsa verso di me, verso quello che voglio realmente, verso quello che conta. Due anni fa, durante una corsa in montagna, ho capito che una persona di cui probabilmente ero innamorata, non mi avrebbe mai considerato. E l’ho sentito con una chiarezza incredibile, con la chiarezza che solo uno sforzo estremo può dare.

Cosa conta davvero per sopravvivere, per far battere il cuore, nonostante tutto? La mia corsa conduce lì, e attraversa gli anni, gli istanti, passa dalla mia casa natìa, da quella attuale e quando si ferma, è alle soglie della mia casa interiore. Allo spazio della mia casa interiore, che ancora non ho trovato. Ma arriva lì, dove sono io. Corro per questo. Perché è una cosa che posso fare da sola, nonostante tutto e tutti, e arrivo sempre dove voglio arrivare, a dove sono autenticamente, innegabilmente io, dove so che posso resistere.

Qualche anno fa mi diagnosticarono un problema al cuore. Ironicamente pensavo che realtà e metafora di “problemi di cuore” si erano finalmente congiunte. Il terrore più grande era di non poter correre più. Ma non fu così. Le analisi dicevano che, sotto sforzo, il mio cuore si placa. Ritrova il suo battito e il suo ritmo. Non c’era bisogno delle analisi. Lo sapevo che correndo, il mio cuore fisico si sarebbe ricongiunto col mio cuore astratto. Il sangue e l’amore. Realtà e metafora. L’identità del mio cuore è nella corsa, che cancella i “problemi” veri e astratti e lascia solo lui, il cuore. E con lui, io, nient’altro che io.

Il mio viaggio verso di te è finito. Io sono altrove. Torno, anzi corro, senza paura, a me stessa e alla mia vita.

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23 Marzo 2012 Commenti chiusi

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Esistono momenti in cui si è più fragili. Tanto più fragili. Stasera, per me, è uno di quei momenti.

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“Ho un cuore solo…”

20 Marzo 2012 Commenti chiusi

“… ed è già in mille pezzi”, dice un personaggio di un libro che ho amato molto, Vita, di Melania Mazzucco. Come dire, basta così, fai attenzione. Tu, fai attenzione. Ho compiuto quarant’anni, mi sono costruita una vita da single, la solitudine profonda mi spaventa, è vero, ma non mi spaventa stare da sola. E poi so anche che c’è qualcosa in me che non può più essere violato, né colpito. Per quanto possa risultare complicato, anormale, magari sgradevole, anche questo universo di mancanze, come diresti tu, deve essere, se non amato, almeno compreso. Perché se “manco” in qualcosa, forse c’è una ragione. Ora sono più forte e non ho paura dei distacchi. Nel libro “Il danno” si dice che chi ha subito un danno è pericoloso, sa di poter sopravvivere. Ecco. Sono pericolosa. So di poter sopravvivere senza luce, senza amore, senza nessuno, senza ossigeno, sul fondo del mare. Sopravvivo. Anche col cuore a pezzi. Hai colpito, ciecamente, dove non dovevi. Senza sapere, senza pensare. Non potrai sferrare un altro colpo, non te lo lascerò fare.

 

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